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L’attacco delle forze israeliane alla base militare siriana nei pressi di Damasco non è un messaggio rivolto ad Assad, ma un messaggio rivolto a tutti gli attori coinvolti nel conflitto siriano. È questo quanto si evince, secondo il Jerusalem Post, dall’incontro avvenuto martedì scorso tra Benjamin Netanyahu e gli ambasciatori dei Paese membri della Nato, in cui sono stati elencati i motivi per i quali Israele ha interesse a colpire in Siria, nonostante non sia formalmente mai entrata in guerra. L’obiettivo principale resta evidentemente l’Iran, che per Tel Aviv resta la minaccia più importante per la sua sicurezza ma, in generale, per la sua stessa politica estera. È chiaro che per le forze di sicurezza israeliane, avere i militari di Teheran a pochi chilometri dal confine da Israele sarà sempre considerato un problema da risolvere con ogni mezzo. E, infatti, il governo israeliano non ha mai negato di essere profondamente scontento della decisione della creazione delle de-escalation zones in Siria che, di fatto, permettono alle forze iraniane e di Hezbollah di presidiare il territorio siriano senza che sia possibile colpirle. Da un punto di vista strategico, è probabile che Iran e Israele non andranno mai direttamente alla guerra. Israele sa che attaccare l’Iran equivarrebbe a iniziare una guerra dalle potenzialità catastrofiche, che lo isolerebbe dal resto del mondo e che non sarebbe per niente semplice anche da un punto di vista esclusivamente militare. Le forze iraniane sono forti, ben addestrate e contano su una rete di alleanze che li porta da Teheran al Mediterraneo, potendo colpire Israele in più punti. A Tel Aviv sono perfettamente consapevoli di questo: l’Iran non è un avversario debole e impreparato. Dall’altro lato, anche l’Iran non ha alcun interesse a muovere guerra e per lo stesso motivo di Israele: il nemico è troppo forte. In questa fase di stallo, l’unica possibilità per l’Iran è quella di muovere le proprie pedine per espandere la sua sfera d’influenza, andando a mettere pressione a Israele più che a colpirlo. E, specularmente, Israele non colpirà mai direttamente Teheran, ma tutti quegli alleati che formano parte della grande macchina iraniana in Medio Oriente per evitare che le forze armate del governo iraniano abbiano le infrastrutture necessarie per potenzialmente colpire Israele a pochi chilometri dal confine. Una partita a scacchi che, se ben giocata, può risultare quantomeno utile a evitare un conflitto planetario. Ma il dubbio è che basti un errore per scatenare un conflitto dagli effetti incendiari, specialmente per via dei legami di Israele e Iran con le grandi potenze che sono coinvolte in Medio Oriente, in primis la Russia per Teheran.

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Ed è anche alla Russia che, probabilmente, è rivolto il messaggio contenuto nel bombardamento a nordest di Damasco. Ovviamente non è un messaggio che indica guerra imminente tra Mosca e Tel Aviv, ma è più che altro rivolto al Cremlino per far comprendere in maniera più plateale possibile la volontà israeliana di incunearsi nella Siria postbellica. Israele vuole garanzie che Hezbollah, Iran e Siria non costituiscano una minaccia per la sua sicurezza. E queste garanzie le pretende anche da Mosca, ormai vera potenza dominante in Siria dopo la guerra contro il terrorismo, e  il mantenimento delle proprie basi militari. I rapporti fra esercito russo e israeliano sono cordiali ma non troppo amichevoli. I due Stati si trovano su posizioni totalmente diverse riguardo alla Siria e ai rapporti con la Repubblica islamica dell’Iran, ma sono anche due Stati che hanno più interessi a rimanere partner piuttosto che ad alimentare la tensione. Ragioni politiche, economiche ma anche strategiche che, di fatto, rendono impossibile a Netanyahu e Putin di ignorarsi o di farsi la guerra, seppur indiretta. E in questo rapporto di amore-odio, è la Russia a trovarsi nella situazione più complicata, dovendosi districare fra i suoi alleati sul campo in Medio Oriente e la volontà di evitare lo scontro con Israele e con i suoi partner arabi (in particolare persici).

Come sostenuto già da Matteo Carnieletto per Gli Occhi della Guerra, il problema per Israele è semplicemente il “day after”. Netanyahu, per motivi di politica interna (il suo governo è fragile e sotto attacco) e per motivi geopolitici, deve dimostrare di non essere stato messo da parte per ciò che riguarda il futuro della Siria. E in questo, può trovare evidentemente il sostegno degli Stati Uniti e dei partner arabi, i quali, pur avendo accettato l’ascesa del cosiddetto blocco di Astana, composto da Iran, Russia e Turchia, non hanno intenzione di abbandonare la Siria dopo che la guerra avrebbe potuto avere come conseguenza il rovesciamento di Assad. Adesso che la Siria non sembra più a rischio sfaldamento e che gli alleati di Damasco sono presenti sul campo, per Israele l’unica alternativa è colpire per “recapitare” un certo tipo di messaggio: l’Iran deve essere lontano dai suoi confini.

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