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Rafforzare l’Europa ripartendo dai rapporti bilaterali tra Francia e Italia. Sembra essere questo il filo rosso che lega le clausole del Trattato del Quirinale. Un patto per blindare le relazioni italo-francesi ma anche per rilanciare il progetto europeo, ripetono le delegazioni dei due governi, i leader e gli osservatori. E in effetti anche le clausole del Trattato rimandano a una rinnovata sinergia tra Francia e Italia che vuole avere come frutto una maggiore forze del progetto dell’Unione.

Quello che sembra risaltare nell’accordo siglato a Roma da Emmanuel Macron e Mario Draghi è anche un nuovo metodo che da tempo caratterizza la diplomazia europea. Uno modus operandi che dimostra come l’Unione europea stia vivendo una nuova era, in cui alle (spesso fumose) intese su base continentale si predilige un percorso bilaterale. Un iter in cui fino a questo momento è la Francia a fare da regista, a conferma che Macron, dal suo arrivo all’Eliseo, ha saputo imporre una certa visione non solo della politica estera francese, ma anche dell’Europa. Ma è un iter che sembra essere stato intrapreso anche dall’Italia, desiderosa di costruire maggiori legami con i Paesi confinanti e non solo nell’ottica degli obiettivi posti dall’agenda europea.

Sono almeno tre gli accordi siglati dal presidente della Repubblica francese che lasciano intendere un percorso bilaterale che punta all’Europa guardando anche agli interessi nazionali. Il primo è stato quello di Aquisgrana, in cui ricordiamo che Francia e Germania hanno manifestato la volontà di essere i veri “motori” del processo di unificazione europea condividendo non solo progetti industriali strategici, ma anche scelte politiche da sviluppare poi in ambito Ue. L’asse franco-tedesco, cristallizzato nell’accordo bilaterale benedetto a suo tempo anche da Jean Claude Juncker e Donald Tusk, diventava così il fulcro per una spinta europea che ripartiva però non su base continentale, ma a cavallo del Reno.

La diplomazia di Macron si è spinta però anche oltre la cornice franco-tedesca. Il presidente francese ha cavalcato l’onda lunga delle tensioni tra Grecia e Turchia per concludere con il premier ellenico, Kyriakos Mitsotakis, un accordo di mutua difesa che ha visto una chiara presa di posizione di Parigi a supporto di Atene. Il patto prevede soprattutto la vendita di navi e aerei alle forze armate greche, su cui abbiamo già ampiamente scritto. Ma quello che appare interessante, anche in questo caso, è che alla tenuità delle azioni dell’Unione europea si è sostituito un approccio bilaterale e nazionale del presidente francese. Un metodo diplomatico ben diverso dalle proiezioni quasi oniriche di un europeismo fumoso ma non pragmatico in cui è il singolo leader o il singolo Paese a fare da vero interlocutore di un altro Stato membro in crisi.

Veniamo ora al trattato del Quirinale tra Italia e Francia. Anche in questo caso Francia e Italia hanno preferito sviluppare una sinergia bilaterale per poi puntare al rafforzamento generale dell’Unione europea. L’accordo ha un’ispirazione europeista, confermata anche dalle parole di Draghi a Villa Madama, ma allo stesso tempo si può notare come il premier italiano e il presidente francese abbiano voluto sottolineato la forte importanza dei rapporti tra i due Paesi. Stati che in questo momento, in assenza di una forte leadership tedesca, possono essere considerati come riferimenti politici di un’integrazione europea. Un progetto che appare improntato sempre più su un maggiore pragmatismo e una rinascita dell’interesse concreto rispetto a logiche politiche comunitaria ambiziose ma di scarsa impronta pratica.

Come spiegato anche da un articolo di Ispi, “non mancano le obiezioni di chi fa notare che con la sua entrata in vigore, il Trattato rafforzerà soprattutto la posizione della Francia in Europa, che diventerà l’unico paese europeo a poter beneficiare contemporaneamente di due patti di cooperazione rafforzata”. Chiaramente questo è uno scenario possibile, ma è interessante comprendere come proprio per questo motivo c’è chi inizia a parlare con insistenza, anche a Roma, di un accordo simile a quello tra Italia e Francia ma con lo sguardo rivolto alla Germania. Uno strumento per far sì che Parigi non sia l’unica capitale di questa nuova stagione di accordi bilaterali all’interno del quadro europeo, ma anche un modo per fare intendere a tutto il continente che siamo di fronte a un’azione europea del tutto diversa. La riscoperta del multilateralismo interno all’Ue come mezzo per blindare proprio quei settori e quei desideri fatti proprio dall’agenda di Bruxelles, e che essa stessa non riesce a consolidare. Forse per la difficoltà di raggiungere un accordo unanime sui vari punti, forse anche per una certa facilità di accordi tra potenze rivali in molti settori ma affini in altri. Di fatto quello che però risulta sempre più chiaro è che l’Unione europea oggi è tutelata dagli Stati membri, che si uniscono in forme di cooperazione rafforzata per garantire i propri interessi ma con la prospettiva di fare anche (in futuro) un favore all’Ue. Italia e Francia insegnano. E forse indicano una nuova rotta europea: quella delle “più velocità” appare già nei fatti la via predominante.

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