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Il Mediterraneo è sempre stato oggetto di attenzione della politica italiana. Il neo-atlantismo, incarnato tra gli anni ’50 e ’60 soprattutto da Amintore Fanfani, ha addirittura inseguito il sogno di un’Italia sì fedele all’alleanza atlantica per l’appunto ma, al tempo stesso, capace di avere una politica autonoma nel Mediterraneo. Del resto è la geografia a parlare chiaro: la penisola italiana è al centro di quello che, non a caso, i romani chiamavano “mare nostrum“. Tuttavia dopo la Seconda guerra mondiale Roma ha dovuto guardare altrove e impegnarsi in alleanze che avevano non nel Mediterraneo ma nell’Atlantico il proprio baricentro. In questo contesto, dove si è piazzato il Quirinale? Quale posizione i vari presidente della Repubblica italiani hanno avuto sul ruolo del nostro Paese nell’area euro-mediterranea?

Gli anni di Gronchi e del neo-atlantismo

Dopo il primo settennato in assoluto, quello di Luigi Einaudi, ha fatto seguito l’elezione nel 1955 del presidente della Camera Giovanni Gronchi. La sua esperienza al Quirinale ha segnato molto il ruolo del Capo dello Stato in politica estera. Da questo momento in poi la presidenza diviene parte attiva delle scelte italiane nei rapporti con il contesto internazionale. Non è un caso che Gronchi è stato, tra le altre cose, il primo presidente italiano a compiere viaggi di Stato all’estero. La sua politica estera ha guardato molto al Mediterraneo. La linea non era così lontana da quella del neo-atlantismo di Fanfani. A dimostrarlo sono le mete scelte per le sue visite internazionali. Nel settembre 1957 Gronchi si è recato in Iran, Paese non mediterraneo ma importante nell’ambito del posizionamento di Roma in medio oriente e quindi anche nel mare nostrum. Questa visita peraltro ha coinciso con quella del capo dell’Eni Enrico Mattei, anch’egli presente a Teheran in quei giorni seppur senza appartenere ufficialmente alla delegazione presidenziale. Non si è trattato di una coincidenza ma, al contrario, di un preciso appoggio dato dal Quirinale all’azione di Mattei. Sono infatti questi gli anni in cui l’Eni ha iniziato a stringere contratti con molte nazioni mediorientali e mediterranee. Gronchi ha intuito il potenziale per l’Italia derivante dalla presenza della società degli idrocarburi lungo la sponda sud del Mediterraneo.

La Presidenza della Repubblica, attiva anche su altri fronti come dimostrato dalla visita a Mosca di Gronchi nel 1960 e dalla proposta, non gradita agli Usa, di un’unificazione tedesca nel 1957, ha dato un preciso orientamento filo mediterraneo all’azione politica italiana. Sempre nel 1957, ma a novembre, Gronchi si è recato in Turchia. Altra tappa in un Paese mediorientale, ma affiliato alla Nato. Quasi a voler chiarire che, assieme a una politica mediterranea, Roma non ha velleità di tradire l’alleanza atlantica. La stagione neo-atlantista al Quirinale si è conclusa assieme al settennato di Gronchi. A succedergli al Colle è stato peraltro Antonio Segni il quale, al contrario, era tra gli esponenti più atlantisti e dunque più propensi a vedere l’Italia all’interno della Nato senza distinguo.

Il Quirinale a “guardia” dell’atlantismo

La presidenza Segni è durata appena due anni per via delle sue dimissioni nel 1964 a causa di problemi di salute. La sua ascesa al Colle tuttavia è stata vista in seguito come il preludio a un preciso ruolo del Quirinale in politica estera: preservare cioè la linea atlantista dell’Italia. Già negli anni ’60 era presente in seno alla politica del Bel Paese una precisa caratteristica, destinata a influenzare tutte le varie epoche repubblicane. Ossia quella dell’instabilità. Nonostante dal 1946 al 1982 i presidenti del consiglio abbiano avuto un solo colore, quello della Democrazia Cristiana, i governi avevano vita media molto breve. Per cui all’estero la vera “garanzia” veniva offerta dal Quirinale dove, tranne che per il caso relativo ad Antonio Segni, i presidenti hanno sempre concluso il mandato di sette anni. Il Colle ha quindi offerto quella stabilità mai invece avuta dalle parti di Palazzo Chigi o della Farnesina. In un periodo caratterizzato dalla guerra fredda, il dialogo tra Casa Bianca e Quirinale è stato sempre costante e volto a conservare il posizionamento di Roma nella Nato.

Questo però non ha cancellato del tutto uno sguardo spiccatamente mediterraneo da parte della presidenza della Repubblica. Nel 1982 ad esempio, dopo l’inizio della missione italiana in Libano, è stato l’allora capo dello Stato Sandro Pertini a recarsi in visita al contingente stanziato nel Paese dei Cedri. Più volte poi i successivi inquilini del Quirinale hanno compiuto diversi viaggi di Stato nei vicini mediterranei. Anche se il Colle ha più volte assunto la funzione di garante dell’atlantismo e anche del posizionamento europeo dell’Italia (come dimostrato, tra le altre cose, dall’elezione a presidente nel 1999 dell’economista Carlo Azeglio Ciampi), il filo diretto con il mare nostrum non è mai cessato.

Il trattato del Quirinale

A dimostrazione di uno “sguardo mediterraneo” mai del tutto tramontato, vi è anche il recente accordo che prende il nome dal Colle in cui è ospitata la presidenza della Repubblica. Il trattato del Quirinale è stato siglato nello scorso mese di novembre tra il presidente italiano Sergio Mattarella e quello francese Emmanuel Macron. Riguarda una forte intesa tra Italia e Francia anche, come si legge nel preambolo del documento, in riferimento al “comune impegno nel Mediterraneo e in Africa”. L’input dato dalla presidenza della Repubblica è stato importante, anche se l’iniziativa diplomatica è stata più in mano francese. La firma avvenuta al Quirinale di un importante documento in grado di stabilire più solidi rapporti con un vicino con cui si condivide la comune appartenenza all’area euro-mediterranea, può essere vista come un ulteriore segno tangibile dell’attenzione del Colle verso il Mediterraneo.

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