Gli italiani, quando pensano alla guerra di Gaza, probabilmente sono il popolo occidentale meno rappresentato dalla sua classe dirigente. Dagli editori della carta stampata. Dai direttori di giornale e telegiornale. Dai principali leader di partito. Per farla breve – non ci viene un termine migliore – dall’élite. Un establishment risolutamente dalla parte di Israele, da anni, e con parole d’ordine immutabili. Dall’altro, una vasta opinione pubblica che chiede un cambio di paradigma radicale.
Lo rivela un nuovo studio condotto da YouGov in sette Paesi dell’Europa occidentale (Regno Unito, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia) e negli Stati Uniti, che analizza l’evoluzione delle opinioni pubbliche su questa crisi e sugli sviluppi recenti. Rispetto alla fine del 2023, si registra ovunque un aumento delle persone che simpatizzano con i palestinesi e una riduzione nel numero di persone che dichiarano di sostenere maggiormente la parte israeliana. Il cambiamento delle simpatie varia da Paese a Paese: in particolare, in Germania, la percentuale di persone che simpatizzano di più per gli israeliani è diminuita di 10 punti percentuali, scendendo al 19% rispetto a novembre, senza però un corrispondente grande aumento di coloro che sostengono la causa palestinese.
In Italia, invece, l’aumento è stato, in proporzione, maggiore che altrove: nove punti, raggiungendo il 28% di pro-Palestina. Per confronto: in Gran Bretagna l’incremento è stato di otto punti (al 28%) e in Spagna è salito di sette punti al 34%. E quanti sono i filoisraeliani in Italia? Secondo YouGov, meno che in qualunque altro Paese analizzato: dal 13% di novembre 2023 sono crollati al 7% di luglio 2024.
Crimini di guerra da entrambe le parti
Il sondaggio rileva la disastrosa campagna comunicativa del fronte filo-israeliano: il problema dell’estremismo di Netanyahu è stato minimizzato da diversi esponenti della comunità ebraica milanese o romana, mentre ci sono state censure sui giornali (vedi il caso Ghali-Repubblica), intimidazioni legali verso gli attivisti e – forse più decisivo di tutti gli altri fattori – un uso scriteriato dei social. Una galassia che ha cercato di fare politica contando su una posizione di vantaggio ritenuta incolmabile, appellandosi spesso a segmenti di voto anziani, radicalizzati sulla guerra ma socialmediaticamente analfabeti, che hanno prodotto una retorica di scarso appeal per tutti gli altri. Qualcosa ha funzionato, ma molte più sono le cose andate male.
Larghe maggioranze di persone intervistate in ciascun Paese credono che il gruppo radicale Hamas abbia commesso crimini di guerra (ne è convinto tra il 70% e il 75% degli intervistati), ma che lo abbia fatto anche lo Stato ebraico, al quale dopo l’eccidio del 7 ottobre l’Unione Europea ha dato carta bianca, per bocca della presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen: è l’opinione prevalente tra il 62% e il 74% degli europei occidentali, e di un italiano su sette.
Una schiacciante maggioranza di italiani (57%) vorrebbe vedere inoltre l’emissione di un mandato di arresto internazionale non solo contro Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza, ma anche contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Meno sono gli statunitensi che sostengono l’emissione di un mandato del tribunale dell’Aia contro di lui (38%), ma comunque più di quelli contrari all’ipotesi (30%).
Cresce il supporto per la fine della guerra
Al di là della questione giudiziaria, questo è un catastrofico fallimento comunicativo dei filoisraeliani più oltranzisti. Se non bastasse questo, si guardi alla stragrande maggioranza degli italiani che vorrebbe l’interruzione della rappresaglia da parte di Israele e la dichiarazione di una tregua: il 76%, più di qualsiasi altro Paese europeo, dove comunque le percentuali non scendono mai al di sotto del 61%. Negli Stati Uniti, questo sentimento è meno diffuso, con il 49% a favore di una tregua.
In tutti i Paesi europei esaminati, la maggioranza sostiene il riconoscimento di uno stato palestinese indipendente, con l’Italia in testa (57%). Anche negli Stati Uniti, sebbene il sostegno sia aumentato, rimane inferiore rispetto ai Paesi europei. La cosiddetta soluzione a due Stati rimane l’opzione più sostenuta sia in Italia sia nel resto dell’Europa occidentale per risolvere il conflitto, anche se meno di un europeo su tre crede che ciò possa avvenire a breve. Sei italiani su dieci, comunque, vorrebbero vedere riconosciuto lo Stato palestinese. Meno di 1 su 10 si oppone. Percentuali più alte persino della Spagna che, facendo infuriare Netanyahu e il suo governo, lo Stato palestinese lo ha riconosciuto davvero.
Editoriali dei direttorissimi dei giornali su questo scollamento tra élite politico-mediatiche e società? Nessuno. Se i quotidiani di destra in Italia sono fieramente impegnati nell’associazione tra questione araba e terrorismo internazione (o immigrazione), il trio costituito da Stampa, Corriere e Repubblica difende una lettura degli eventi tutta orientata al mantenimento dello status quo filo-israeliano, impedendo proposte innovative e amplificando innumerevoli luoghi comuni (al netto di qualche ospite che parla del disastro umanitario a Gaza). Dei principali partiti italiani, l’unico che chiede con insistenza il cessate il fuoco è il PD di Elly Schlein, pur insidiato da quinte colonne renziane e da una “sinistra per Israele” che vorrebbero mettere fuori gioco i segmenti piddini che propongono embargo e boicottaggi.
E se la destra vive con poco entusiasmo il conflitto in Medio Oriente ma si ritrova un elettorato ben poco interessato alla sorte palestinese, che cosa dice il centro? Valga per tutti Carlo Calenda, capo di un partito che si definisce liberale moderato italiano, che si è espresso così a maggio sui pacifisti che contestavano con parole forti (come genocidio) l’etno-nazionalismo di Netanyahu: “Sono tutte idiozie di ragazzini che non leggono niente… questo si trasforma in antisemitismo, odiano l’Occidente … sono nazisti», ha spiegato il fondatore di Azione. “Una grande confusione morale che deriva dall’ignoranza… Sono i No-vax delle crisi internazionali”.
Se questa sarà nei prossimi mesi la linea della politica italiana, i sondaggi ci dicono che è una linea sempre più isolata, e impopolare.
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