La vorticosa crescita della Cina si basa su due condizioni imprescindibili ai fini dello sviluppo nazionale: armonia sociale e stabilità economica. Nel 1978, il gigante asiatico varò le prime riforme volte ad aprire il suo mercato al resto del mondo. Architetto della trasformazione che avrebbe cambiato per sempre la Repubblica Popolare, uscita mal concia dall’esperienza maoista, fu Deng Xiaoping. Pechino creò le famigerate ZES, le Zone economiche speciali nei quali furono concentrati gli investimenti stranieri. Attratte da una manodopera pressoché infinita e da costi irrisori, le multinazionali occidentali furono subito attratte dall’Eden cinese. Un paradiso artificiale che consentì a uno sterminato numero di aziende di produrre a basso costo in Asia, salvo poi vendere il prodotto finale nella ricca società occidentale.

La Cina iniziò così ad accumulare valuta estera, ad apprendere il know how dei maestri dei vari settori economici e, gradualmente, a pianificare il suo ritorno al centro della scena. Le trasformazioni economiche a cui andò incontro la Cina crearono inevitabilmente choc inaspettati all’interno della società. Se in passato i cinesi erano abituati ad essere accuditi “dalla culla alla tomba” dalla longa manus dello Stato, l’ibridazione del sistema socialista con il capitalismo richiedeva nuove regole. Regole che, in parte, crearono enormi diseguaglianze all’interno della stessa Cina, dove nessuno era abituato a fronteggiare dinamiche del genere.

Fu così che nel 1989 il governo dovette sudare sette camicie per silenziare i tumulti che sfociarono nei disordini di Tienamen, dove emersero tutte le pressioni rimaste intrappolate nei meandri della società cinese. Altro anno da segnare di rosso: il 2001, cioè quando la Cina entrò a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). L’evoluzione del vecchio socialismo applicato in Cina, anacronistico e dal sapore sovietico, iniziò così a dar vita a quello che sarebbe presto diventato noto con il termine di “socialismo con caratteristiche cinesi“.

L’ossessione dell’armonia

In questa breve digressione storica abbiamo toccato tre eventi fondamentali nel recente passato cinese: 1978, anno delle riforme economiche, 1989, disordini di Tienanmen, e 2001, ingresso della Cina nell’OMC. In questo lasso di tempo Pechino ha modificato il suo sistema economico ma non quello politico, a differenza di quanto avevano invece immaginato alcuni analisti.

Il patto implicito sancito tra le autorità e il popolo è semplice: fidatevi del partito e in cambio potrete toccare con mano un costante e progressivo aumento del benessere. Si capisce, quindi, perché economia e armonia sociale possono essere considerati due facce della stessa medaglia.

Nel caso in cui dovessero esserci grandi tempeste economiche all’orizzonte, il grande rischio è che la società cinese possa implodere creando problemi ai massimi vertici del potere nazionale. Del resto, i disordini sociali e un modello di sviluppo chiuso e orientato all’interno furono le cause principali che contribuirono a far crollare l’Unione Sovietica. E Xi Jinping, che alla questione ha dedicato studi approfonditi, non ha alcuna intenzione di replicare gli errori dei colleghi sovietici.

Ombre sovietiche e Xinjiang

L’ombra sovietica ha sempre spaventato la Cina, e continua a farlo ancora oggi nonostante Pechino sia diventata una vera potenza globale come in passato non riuscì mai ad essere Mosca. È per questo motivo il governo cinese monitora con attenzione ogni possibile focolaio di instabilità presente sul suo smisurato territorio. I riflettori sono puntati sullo Xinjiang, regione autonoma situata nell’estremo occidente cinese, in passato teatro di rivolte, attentati terroristici e incidenti più o meno gravi.

Come ha sottolineato The Diplomat, il pugno duro adottato dalla Cina per ristabilire l’ordine nello Xinjiang risponde all’esigenza di ricreare l’armonia sociale e scongiurare ogni possibile tensione interna. Xi e i suoi consiglieri hanno identificato i disordini etnici e le forze separatiste ai margini dell’allora impero sovietico come un impulso decisivo ai fini della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Insomma, senza un intervento concreto, l’autorità del Partito Comunista Cinese nello Xinjiang sarebbe venuta meno, e con essa il controllo del governo centrale sulla regione.

Facendo un rapido tuffo nella storia, negli anni ’70 l’Asia centrale stava creando serissimi problemi alla leadership sovietica. Da quell’area emersero in effetti separatismi di ogni tipo che alla fine accelerarono lo smantellamento del dominio sovietico nell’area. A Pechino si ritiene che la politica etnica russa, considerata decisamente troppo permissiva, abbia innescato la caduta dell’Urss. Ancor più nello specifico, Mosca non riuscì a subordinare l’identità etnica né a silenziare le rivendicazioni delle repubbliche autonome. Ecco perché la Cina non ha nessuna intenzione di lasciare che lo Xinjiang, o una parte del proprio territorio, possa essere teatro di disordini sociali.

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