Angela Merkel sarà in parabola discendente, acciaccata e politicamente indebolita, ma rimane comunque il leader della Germania nella fase di maggior centralità di Berlino nell’Unione europea. E se le ultime questioni inerenti alla sua salute hanno rappresentato l’utile giustificazione per opporre un felpato e gentile “Niet” alle richieste di Emmanuel Macron di candidarsi alla presidenza della Commissione europea, d’altro canto la Cancelliera mira a ricordare ai Paesi del Vecchio Continente che la Germania continuerà a rivendicare il ruolo di “mazziere” e a esprimere una voce decisiva nel rinnovo delle cariche comunitarie.

Il G20 di Osaka, cruciale per numerosi scenari di portata globale, è stato dirimente anche per la corsa alla designazione delle poltrone di peso dell’Eurozona. Il rinnovo delle cariche di presidente della Commissione, presidente dell’Europarlamento, presidente del Consiglio Europeo, Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e governatore della Banca Centrale Europea disegnerà i rapporti politici e gli equilibri interni all’Unione per i prossimi anni. E l’obiettivo della Merkel, per cui Frau Angela ha a lungo lavorato in sordina, è improntato al rinnovo della “Grande Coalizione” tra Partito popolare europeo e Partito socialista europeo, in questo caso allargata ai liberali e ai verdi per mancanza dei numeri nell’emiciclo di Bruxelles. Merkel intende tagliare le gambe ai partiti populisti spingendoli all’opposizione e alla sostanziale ininfluenza nelle dinamiche di potere comunitarie e, al tempo stesso, rafforzare l’ala più europeista del Ppe contro le forze centrifughe inclini a un’alleanza con i partiti sovranisti, capitanate da Fidesz di Viktor Orban.

Le prospettive di una tale alleanza sono scemate gradualmente nelle settimane successive al voto europeo, ma la Merkel intende puntellare l’asse che storicamente governa l’Unione ed è funzionale, per il suo equilibrismo, a preservare il ruolo decisivo della Germania come propugnatore di ultima istanza delle principali politiche comunitarie sacrificando il candidato alla Commissione da tempo annunciato dai popolari, il connazionale Manfred Weber. Bavarese della Csu, il partito-gemello della formazione della Merkel, Weber nei piani della Cancelliera sarebbe dirottato all’Europarlamento mentre, secondo quanto pattuito a Osaka, alla Commissione verrebbe promosso il socialista olandese Frans Timmermans o, in alternativa come seconda scelta, la liberale danese Margrethe Vestager. La Merkel chiede dunque di lasciare la poltrona dell’esecutivo Ue al secondo gruppo parlamentare mantenendo la carica nell’alveo dei Paesi più intrinseci alla sfera di influenza della Germania, a quell’asse del rigore che difende le tradizionali politiche Ue su bilanci, commercio, concorrenza.

Terza pedina dello scacchiere sarebbe la carica di presidente del Consiglio europeo: qui, il nome che più circola è quello del premier dimissionario belga Charles Michel. Una figura, al pari di Timmermans, di spessore secondario e di rilevanza politica non eccelsa, funzionale al disegno della Germania basato su istituzioni conniventi e amiche. L’esca per attrarre a una salda alleanza i partiti più europeisti è la lottizzazione delle cariche. La posta in palio, la marginalizzazione delle formazioni populiste (solo a figure istituzionali come Giancarlo Giorgetti verrebbero aperte le porte di un ruolo in Commissione) e, soprattutto, il rafforzamento felpato dell’egemonia tedesca in Europa. Un’Europa definita in questo caso “carolingia” da Paolo Valentino del Corriere della Sera, che ritiene Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez come i principali ostacoli che la Merkel dovrà affrontare per realizzare questo schema. Parigi e Madrid, tuttavia, non sono distanti dal centro di gravità di Berlino.

E, in questo caso, il posto di governatore della Bce o commissariati di levatura strategica potrebbero essere un’utile moneta di scambio con cui la Merkel baratterebbe il sostegno degli alleati più riluttanti. Un piano tanto ampio spiega perché, al di là di errori e limiti di analisi, la Merkel sia ancora in sella: la capacità della Cancelliera di muoversi con colpi di coda inaspettati nelle fasi più difficili l’ha salvata in diverse fasi della sua carriera e ora le torna utile per portare avanti, a fari spenti, la ben precisa strategia di cristallizzare la situazione nell’Eurozona in modo che la transizione tra la sua cancelleria e il prossimo governo tedesco avvenga nel contesto di uno status quo noto. A livello di governi, questa strategia ha già ottenuto diversi consensi. Il problema sarà la sua applicabilità nell’Europarlamento.

Come scrive Valentino, “malumori e disagio emergono già dalle file del Ppe, che si vedrebbe scippato del premio avito, la presidenza della Commissione, da uno dei candidati arrivati dietro Weber. Molte delegazioni nazionali, Forza Italia è fra queste, avrebbero forti difficoltà a votare Timmermans. Contro il quale romba anche l’onda dei Paesi del Centro e dell’ Est, dalla Polonia all’Ungheria. Quest’ultimo ostacolo, cioè un gruppo di Paesi guidato da Varsavia cui oltre a Visegrad potrebbero unirsi i baltici e la Romania, potrebbe far saltare l’idea”. E ogni casella è funzionale a tutte le altre: un Ppe impuntato sul controllo della Commissione chiederebbe probabilmente un nome alternativo a Weber, come il premier irlandese Leo Varadkar, causando un effetto domino di ampia portata. In cui, su diversi punti, le faglie europee potrebbero portare a esiti controintuitivi. Spezzando la tenuta dell’asse franco-tedesco o gli equilibri tra partiti nell’Europarlamento. Dimostrando, una volta di più, che questa Unione può rimanere unita senza modifiche solo se rimarrà germanocentrica. L’alternativa è un ripensamento dei limiti e degli obiettivi dell’Unione che non è alla portata della debole classe politica odierna.