Non è stata felice, l’ambasciatrice cinese a Panama, Xu Xueyuan, della visita del segretario di Stato statunitense, Marco Rubio. “Una tempesta tropicale”, l’ha definita, vedendo come l’emissario di Donald Trump ha spinto con una chiacchierata il presidente panamense, José Raùl Molino, a ritirarsi dalla Nuova Via della Seta. Nel 2017, Panama aveva interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per riconoscere la Cina, e poco dopo si era unita all’iniziativa commerciale e infrastrutturale, primo paese latino a entrarvi – una grande vittoria diplomatica per Pechino – ora il primo a uscirvi.
La rappresentante diplomatica ha spiegato alla stampa che Washington non rispetta i suoi alleati e che le relazioni tra Panama e Cina erano stabilite in modo trasparente, senza operazioni segrete. È quanto detto anche da Molino a Rubio: non è vero che la Cina ha trattamenti di favore e non è vero che l’Esercito Popolare di Liberazione controlla il canale. Perché, allora, anche dopo l’apparente genuflessione di Molino, l’egemone statunitense ha lanciato ugualmente un ultimatum chiedendo di azzerare questa fantomatica “presenza cinese” a Panama?
Ai governi di destra piace Pechino
Al di là del limitato coinvolgimento militare cinese a Panama, la vera questione è la portata della sua presenza commerciale. Il colosso della logistica cinese Hutchison gestisce i grossi porti di Balboa (Pacifico) e Cristobàl (Atlantico) su entrambi i lati del Canale, e pazienza se si tratta dell’erede di una società di Hong Kong che aveva ricevuto il via libera dalle autorità statunitensi fin dal 1987, quando Panama era molto più succube di ora. Nel settore minerario, la compagnia cinese Jiangxi ha acquistato il 30% del rame panamense dalla miniera Cobre Panama, che rappresentava il 5% del PIL del Paese. Il sito è stato chiuso nel 2023 perché inquinava troppo, ma esiste la possibilità che venga riaperto.
Con il COVID-19 e alla maggiore attenzione del governo di Laurentino “Nito” Cortizo ai sui progetti cinesi, la velocità dell’avanzata cinese a Panama è meno portentosa rispetto alla presidenza di Juan Carlos Varela, che nel 2017 ha rivitalizzato le relazioni diplomatiche tra Panama e Pechino. Sotto Varela, Panama aveva firmato una serie di iniziative di alto profilo con aziende cinesi, poi abbandonate per le pressioni della prima amministrazione Trump, tra cui una linea ferroviaria ad alta velocità da 4 miliardi di dollari tra Panama City e David, per collegare il Paese da Est a Ovest. Qualche opinionista sui giornali panamensi si lamenta tuttora di quell’occasione persa.
Attenzione: parliamo di leader tutti liberal-conservatori o al massimo populisti di destra, ed è questo in effetti l’angusto spettro politico offerto all’elettorato panamense. Eppure, evidentemente si tratta di figure non abbastanza docili per tranquillizzare Washington. Anche l’attuale governo Molino, per quanto filo-statunitense, cruciale alleato geopolitico di Trump per la repressione dei flussi migratori dal Sud America, ha mostrato interesse a riaprire le trattative per un accordo di libero scambio con Pechino.
Il canale ma non solo
Nel settore della sicurezza, Pechino ha donato al governo panamense oltre 6.000 giubbotti antiproiettile in Kevlar, anche se sono arrivati con i colori dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese, e dovranno essere riadattati. Nel settore delle costruzioni, aziende cinesi stanno completando i lavori sul terminal crocieristico di Amador e hanno in cantiere un nuovo grande ponte sul Canale. Nel settore delle telecomunicazioni, i giganti tecnologici cinesi Huawei, ZTE e Xiaomi sono realtà consolidate nella la Zona Franca di Colón, sull’Atlantico. Hikvision e Dahua dominano il mercato panamense dei sistemi di sorveglianza. Nel settore finanziario, operano a Panama la Bank of China opera e la China Development Bank.
Il predecessore dell’ambasciatrice Xu era il brillante Wei Qiang, che incarnava l’importanza strategica di Panama. Dicono di lui che parlasse uno spagnolo perfetto, fosse sempre vestito impeccabilmente ed era noto per la sua capacità di intessere relazioni nei principali circoli politici, governativi e imprenditoriali panamensi. Per gli yankee, era poco meno inquietante del protagonista del romanzo di spionaggio di John Le Carré, Il sarto di Panama. Come se non bastasse, la Cina ha aperto un Istituto Confucio presso l’Università di Panama, che spedisce ogni anno decine di panamensi in Cina con borse di studio ed elargisce imponenti somme in beneficenza. Al Dipartimento di Stato non piace che quelle borse arrivino persino ad alcuni politici panamensi.
Secondo la lettura più paranoica del Pentagono, le aziende cinesi potrebbero teoricamente esercitare pressioni per interrompere il funzionamento del Canale di Panama in caso di conflitto tra Cina e Stati Uniti. Oltre al Canale, dunque, c’è di più: il coinvolgimento economico della Cina e lo sviluppo di reti di influenza e benefici personali a Panama avrebbero favorito l’uso del Paese come hub logistico e finanziario globale per espandere la propria influenza commerciale nella regione, e questo a Washington non piace, anche se vuole fare esattamente lo stesso.
Molti leader panamensi desiderano mantenere relazioni forti con gli Stati Uniti, ma al tempo stesso non vogliono rinunciare alle opportunità offerte dalla Cina. Il governo Molino si troverà quindi a dover bilanciare questi interessi contrastanti, cercando di sfruttare la competizione tra le due superpotenze per ottenere il massimo vantaggio per Panama.

