Quell’incontro a Sochi per decidere quale sarà il futuro della Siria

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Tra le macerie della guerra in Siria, sia fisiche che politiche, sono crollate molte certezze ma sono anche sorte nuove alleanze, più o meno chiare già da prima e che la guerra, ripulendo tutto da una coltre di ipocrisia, hanno finalmente svelato. La guerra contro lo Stato islamico, unita indissolubilmente con la guerra per mantenere Assad al potere contro le ribellioni collegate anche al terrorismo islamico, ha scombinato le carte del Medio Oriente portando alla luce due blocchi geopolitici. Un primo blocco è quello composto da Iran e Russia, cui si è aggiunta la Turchia. Un blocco eterogeno, non c’è dubbio, in cui mentre Teheran e Mosca rappresentano alleati di lungo corso di Damasco, Ankara appare invece come il figliol prodigo che ha compreso i propri errori dopo aver tentato di rovesciare Assad e ottenere più vantaggi possibili. Questo non significa che Erdogan non abbia ancora interesse a tessere le proprie trame neo-ottomane anche in funzione anti-siriana, questo è chiaro, ma è altrettanto vero che oggi per la sua Turchia sia più utile stringere i legami con il Cremlino e con gli ayatollah piuttosto che con chi ha finanziato e supportato i curdi. Il secondo blocco è a tutti gli effetti quello composto, anche qui in maniera molto eterogena, da Stati Uniti e alleati occidentali (soprattutto Regno Unito) e Arabia Saudita, con Israele coinvolto seppur formalmente estraneo.

La nascita di questi tre blocchi, sigillata dal conflitto siriano, è diventata sostanzialmente l’architrave di tutta la struttura mediorientale. Oggi difficilmente gli Stati appartenenti a questi due blocchi hanno posizioni diverse ai propri colleghi riguardo altre crisi in tutta la regione. Da quella del Qatar, allo Yemen, al Libano, tutti quanti sono abbastanza convergenti con gli alleati del fronte siriano. E questo rende ancora una volta chiaro come questa regione del mondo sia un complesso sistema di alleanze e di giochi per cui ogni crisi è e indissolubilmente legata a un’altra. E questa sarà la chiave per comprendere la risoluzione della guerra in Siria, con i due blocchi ormai formati e che si confronteranno al prossimo round dei negoziati di Ginevra del 28 novembre prossimo. Proprio per questo motivo, i rappresentanti di Iran, Russia e Turchia si riuniranno sei giorni prima del vertice di Ginevra, per decidere una linea comune con cui affrontare il meeting svizzero. Rohani, Putin ed Erdogan s’incontreranno a Sochi, sul Mar Nero, località privilegiata dal presidente russo per gli incontri con gli altri leader del pianeta. L’incontro avrà evidentemente come obiettivo di giungere alla stesura di una proposta che sia condivisa dai tre Stati (compresa la Siria) e che sia soprattutto condivisibile anche dall’altro schieramento. Perché è vero che in un negoziato bisogna imporre la propria linea, ma è altrettanto vero che in una trattativa, per ottenere qualche vantaggio, è necessario anche perdere qualcosa.



In questo gioco di alleanze e di “do ut des” inevitabili, per ora Iran e Russia hanno ottenuto di più rispetto agli altri. Assad è rimasto al comando, il Califfato, come entità territoriale, è scomparso, ed entrambi gli Stati hanno ottenuto quanto volevano in Siria e in Medio Oriente ricompattando le proprie alleanze. Ma è evidente che la loro vittoria rappresenta un problema per tutti quelli che compongo il fronte opposta. La Turchia ha deciso di cambiare partner della guerra soltanto per puro utilitarismo. Aveva iniziato appoggiando le ribellioni nel nord della Siria e gli jihadisti semplicemente per ottenere vantaggi territoriali ed egemonici. Poi ha osservato che gli Stati Uniti in realtà non facevano i suoi interessi supportando i curdi – vero nemico di Erdogan – ed ha così deciso di cambiare fronte, togliere il sostegno agli jihadisti, interrompere le reti di rifornimento con cui si arricchiva lo Stato islamico ed ha intrapreso la via di Mosca. E per ora sta ottenendo esattamente ciò che voleva con la fine dei sogni autonomisti in Kurdistan.

Per quanto riguarda il blocco americano-saudita, è chiaro che le de-escalation zones decise ad Astana e certificate dalla stretta di mano di Putin e Trump in Germania sono state una sconfitta diplomatica di non poco conto. I piani di Riad e Washington erano ben altri e Israele ha sempre considerato una minaccia fortissima questa predisposizione di zone di de-escalation in cui truppe iraniane, di Hezbollah e siriane potessero circolare liberamente con lo scudo protettivo delle forze armate di Mosca. I sommovimenti nella corte saudita potrebbero cambiare qualcosa, tanto che si pensa che il 28 novembre l’Arabia Saudita potrebbe presentarsi ai colloqui di Ginevra anche con un nuovo monarca, quel bin Salman che non vede l’ora di regolare i conti con l’Iran e che ha rinsaldato i legami con Israele e Stati Uniti. A Ginevra potrebbe essere decisa la pace in Siria, ma potrebbero essere anche colloqui di pace completamente inutili se, come sembra, in Libano la situazione dovesse esserci l’inizio di una guerra. Impossibile prevedere le conseguenze sulla fragile pace in Siria in caso di guerra fra Israele ed Hezbollah, ma quello che  certo che in Svizzera le due realtà non saranno discusse in modo separato. Sarà interessante vedere in quale delle due crisi arriveranno le concessioni per giungere a un accordo.