Nel pomeriggio di mercoledì si è avuta notizia di un incontro, tenuto a Roma, tra il figlio di Khalifa Haftar e il nipote del premier libico Abdul Hamid Ddeibah. Saddam Haftar e Ibrahim Ddeibah si sono visti nella capitale e questo, già di per sé, rappresenta un fatto piuttosto significativo. I due altro non sono che i più importanti rampolli dei due attori principali dello scacchiere libico: il generale Haftar, con il suo sedicente esercito, controlla l’est del Paese mentre, dall’altro lato, il premier Ddeibah è a capo del governo con sede a Tripoli. Ma l’importanza dell’incontro va ben oltre la stretta di mano tra i due. Dietro ci sono i timori legati all’influenza russa e alla ripresa di una nuova guerra ad alta intensità.
La mediazione di Usa e Qatar
L’incontro si è svolto a Roma, ma i veri artefici della mediazione sono stati gli Stati Uniti e il Qatar. E infatti nella stessa stanza dove erano seduti i due rampolli libici, era presente anche l’inviato di Donald Trump per il medio oriente, Massad Boulos. Non proprio un nome di second’ordine: l’emissario statunitense è anche consuocero del presidente Usa ed è stato molto attivo durante l’ultima campagna elettorale. La sua presenza ha quindi una valenza specifica: Washington ha intenzione di rimettere profondamente mano al dossier legato alla Libia.
Anche l’interessamento del Qatar sembra testimoniare l’importanza assunta dal colloquio di Roma. Doha è tradizionalmente più vicina a Tripoli, ma oramai si è ritagliata il suo spazio di principale mediatrice su tutte le più dirimenti questioni mediorientali. E le trattative legate alla tregua nella Striscia di Gaza ne sono, da quasi due anni, una prova.
Perché Trump è tornato a interessarsi di Libia
Mettere assieme in una stessa stanza membri della famiglia Haftar e membri della famiglia di Ddeibah non è stato certo semplice. Nel frastagliato mosaico libico, le due parti in questione rappresentano tasselli decisamente agli antipodi. E non solo perché l’uno controlla l’est e l’altro (parzialmente) l’ovest. Le due famiglie rispondono oramai a due centri di interesse differenti, tanto a livello interno quanto esterno.
Proprio quest’ultimo aspetto è quello che potrebbe aver particolarmente fatto gola a Trump. Al pari del suo predecessore, il presidente Usa appare preoccupato dalla vicinanza tra Khalifa Haftar e la Russia. Mosca dal 2016 intrattiene stretti rapporti con il generale, il quale a sua volta permette al Cremlino di usufruire di basi nelle aree orientali e meridionali del Paese nordafricano. Strutture che, tra le altre cose, appaiono vitali per gli interessi russi nell’Africa sub sahariana. Non solo, ma dopo la fine del regime di Assad in Siria adesso Mosca ha come obiettivo la costruzione di una grande base navale in uno dei porti della Cirenaica. Circostanza non certo accettabile alla Casa Bianca, nonostante il proprio inquilino sia artefice di tentativi di disgelo con Putin.
Le velleità di Washington di riunificare il Paese
Per esorcizzare la possibilità che la Russia realmente riesca a piazzare una base a pochi passi dalla Sicilia, gli Usa adesso potrebbero giocare la carta della riunificazione della Libia. Il Paese nordafricano, come si ricorderà, è politicamente frazionato dalla fine dell’era Gheddafi avvenuta nel 2011. Riconnettere est ed ovest, permetterebbe di ridurre l’influenza russa su Haftar e sulle regioni orientali. In poche parole, alla base dell’incontro di Roma c’è stato l’input arrivato direttamente dalla Casa Bianca di far riavviare il dialogo tra i due principali attori libici.
Ma anche negli Usa si è ben consapevoli che la riunificazione appare, ad oggi, un’autentica chimera. Mettere attorno uno stesso tavolo un Haftar con un Ddeibah, forse può essere considerato il principale risultato a cui possono aspirare i funzionari statunitensi. Anche perché, come sottolineato su AgenziaNova dall’analista Jalel Harchaoui, per adesso la vera sfida è rappresentata dall’evitare in qualche modo un latente nuovo conflitto. Non solo tra est e ovest, ma anche tra le stesse forze dell’ovest: gli scontri interni a Tripoli dei mesi scorsi e le mosse di Ddeibah volte a rafforzare il suo apparato militare, indicano chiaramente un contesto più attrezzato per una guerra che per una pace.
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