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Habib al-Adly non è certo un ‘nome nuovo’ in Medio Oriente: il suo volto è associato al lato più autoritario del governo dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak visto che, dal 1997 al 2011, è stato proprio lui a ricoprire la carica di Ministro dell’Interno; per via del suo ruolo, Al Adly è stato anche il primo grande nome dell’era Mubarak a cadere a seguito delle proteste inserite nel contesto della cosiddetta ‘primavera araba’. L’allora presidente egiziano, vedendo come l’uso della forza non bastava a sedare gli animi ma anzi stava facendo accrescere maggiore indignazione da parte dell’opinione pubblica, ha silurato Al Adly nel tentativo di rimettere sotto controllo la situazione; la storia di quelle settimane è ben nota: Mubarak è fuggito via da Il Cairo e, oltre allo stesso ex Capo di Stato, anche gli uomini a lui più vicini hanno subito un processo. L’ex numero uno del dicastero degli Interni è stato, in particolare, condannato a sette anni di carcere per corruzione nello scorso mese di aprile ma, da allora, di lui non si sa più nulla.

La rivelazione del New York Times: Al Adly è a Riyadh e lavora per il principe ereditario saudita

Direttamente da Riyadh, dove è inviato, il giornalista del NYT Ben Hubbard lo scorso 14 novembre ha scritto un corposo reportage su quella che sarebbe la situazione all’interno degli alberghi della capitale saudita dove sono stati posti in regime di arresto più di cinquanta persone, tra uomini d’affari, ex ministri ed autorità religiose; all’interno dell’articolo dell’inviato del quotidiano newyorkese, l’elemento che ha suscitato maggiore scalpore a livello internazionale ha riguardato l’inserimento del nome di Habib al-Adly. Secondo Ben Hubbard, l’ex ministro degli interni egiziano si troverebbe nella capitale saudita al soldo del principe ereditario, Mohamed bin Salman; il futuro sovrano del regno wahabita, avrebbe espressamente chiesto l’intervento di Al Adly per organizzare l’ondata di arresti iniziata nei giorni scorsi e che, a livello internazionale, viene presentata da Riyadh come un’operazione anti corruzione. Per Hubbard, il principe ereditario avrebbe scelto la ‘consulenza’ dell’ex ministro di Mubarack per via della ‘fama’ assunta proprio durante gli anni di governo al Cairo: pugno duro e piglio autoritario sono infatti le principali caratteristiche che, nella capitale egiziana, vengono maggiormente associate ad Al Adly.





In poche parole, il capo della sicurezza durante gran parte dell’era Mubarack avrebbe in qualche modo ‘consigliato’ il principe ereditario saudita circa tempistiche e modalità tanto degli arresti quanto, subito dopo, delle azioni da intraprendere nei confronti delle persone fermate; qui il racconto di Hubbard diventa, come del resto prevedibile dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, ancora più inquietante: si parla, in particolare, di torture inflitte a tutti coloro che sono stati arrestati, senza possibilità di uscire dagli alberghi in cui viene scontato il fermo e con l’obiettivo di estorcere più soldi possibili. Infatti, il vero motivo per il quale Mohamed bin Salman ha decretato l’inizio del giro di vite, al di là delle lotte intestine ai Saud per il potere, risiederebbe nella necessità di risanare le dissanguate casse saudite: tra il calo del prezzo del petrolio, il rallentamento dell’economia e, soprattutto, le disastrose campagne militari yemenite, i bilanci a Riyadh iniziano ad essere in rosso e così, dalle persone fermate con il pretesto della lotta alla corruzione, viene pretesa a suon di torture la cessione di gran parte del proprio capitale.

La smentita delle autorità saudite

Fin qui dunque il resoconto del New York Times che, nella sostanza, narra di un ex ministro egiziano coinvolto in prima persona nella pianificazione di arresti e torture di decine di personaggi in vista nel paese saudita; in un primo momento nessuna autorità di Riyadh ha commentato l’articolo: da Washington, la portavoce dell’ambasciata saudita negli USA Fatma Baasyan, rispondendo a domande effettuate da alcuni giornalisti circa il rapporto sopra citato, ha affermato di non avere elementi né per confermare e né per smentire soprattutto la circostanza della presenza nel regno wahabita dell’ex ministro egiziano. Ma dopo pochi giorni tuttavia, sempre dall’ambasciata saudita a Washington sono arrivate questa volta parole molto dure contro l’articolo del NYT: “Le affermazioni riportate dal quotidiano non sono vereha dichiarato il capo ufficio stampa della sede diplomatica, Saoud Kabaly Il New York Times ha preferito non aspettare una risposta dell’ambasciata saudita negli Stati Uniti sulle accuse in merito la presenza di Habib Al-Adly in Arabia Saudita”.

La smentita è dunque arrivata dalla capitale statunitense, mentre da Riyadh al momento non sembrano essere pervenute altre dichiarazioni: l’articolo di Hubbard non è stato preso in considerazione oppure nei palazzi reali dei Saud si è preferito, per il momento, evitare di uscire con affermazioni stizzite sul caso. Di certo, ed è questo forse l’aspetto più inquietante, al di là della vicenda che coinvolge Habib al-Adly e la sua eventuale presenza all’interno del regno, né l’ambasciata saudita e né il governo di Riyadh hanno rilasciato esplicite affermazioni sulle ricostruzioni inerenti eventuali abusi e torture contro coloro che sono stati arrestati lo scorso 5 novembre.

Come reagirà l’Egitto?

Ma il silenzio, in questa intricata e delicata storia tutta mediorientale, non arriva soltanto dall’Arabia Saudita; è bene ricordare infatti come l’ex ministro Habib al-Adly risulta, almeno ufficialmente, latitante in Egitto: dopo la condanna a sette anni inflitta dalla giustizia de Il Cairo, i poliziotti inviati presso l’abitazione dell’uomo forte di Mubarack per portarlo in carcere non l’hanno trovato e, da allora, di lui non si sa più nulla. Il governo egiziano non commenta, né alcuna dichiarazione è stata rilasciata alla stampa dalle autorità de Il Cairo o dall’ambasciata egiziana a Riyadh; del resto, qualora la notizia risulti fondata, l’imbarazzo sarebbe molto elevato: un ex ministro, condannato per corruzione, che durante la sua latitanza svolge il ruolo di consigliere del principe ereditario di un paese alleato, potrebbe causare ad Al Sisi non pochi grattacapi. Al presidente egiziano, da un lato arriverebbero accuse di ‘complicità’ nei progetti di Mohamed bin Salman in caso di ulteriore silenzio, dall’altro invece subirebbe le pressioni di chi vorrebbe una reazione contro Riyadh che però, al momento, l’Egitto non si può permettere per via di questioni tanto politiche quanto economiche.

Del resto, Il Cairo dopo l’iniziale appoggio fornito all’Arabia Saudita in Yemen e contro il Qatar, adesso sta attuando una politica volta al riequilibrio delle proprie posizioni sulle principali questioni mediorientali: proprio mentre Al Sisi ha rifiutato di rompere i legami con l’Iran e si è posto come mediatore nella crisi libanese, protestare contro l’eventuale presenza di Al Adly a Riyadh potrebbe rappresentare una carta non molto semplice da giocare per l’intera diplomazia egiziana.

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