Due volte messo sotto impeachment, escluso da tutte le piattaforme social dopo l’assalto di Capitol Hill da parte dei suoi più accaniti sostenitori, additato dagli avversari come mentalmente instabile, omofobo, donnaiolo e razzista: non esiste, nella storia degli Stati Uniti d’America, un Presidente più divisivo e forse controverso di Donald J. Trump. Anche se nemici e avversari non lo ammetteranno mai, tuttavia, ci sono alcuni temi che il 45esimo Presidente americano ha centrato durante la sua tormentata presidenza. E non si tratta di argomenti di poco conto, tutt’altro, ma di questioni cruciali per la sicurezza nazionale della superpotenza americana e non solo. Dalla guerra commerciale con la Cina all’origine del Covid-19, passando per l’immigrazione illegale e il ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, sono numerosi i temi sui quali il suo successore, Joe Biden, ha dovuto dar obtorto collo ragione o comunque dare continuità alle azioni di The Donald.

Cina e dazi

Sulla Cina, ad esempio, c’è piena continuità fra Trump e Biden. Come sottolinea il presidente e fondatore di Eurasia Group Ian Bremmer sul Corriere della Sera, il presidente Biden vede nella Cina la principale minaccia alla democrazia e alle libertà individuali, oltre che alla sicurezza nazionale americana. Il suo governo non ha fatto passi indietro nella guerra commerciale avviata da Trump. Dazi e sanzioni imposti da The Donald restano al loro posto, osserva Bremmer, per sfruttare al massimo la forza negoziale degli Usa con la Cina in altri settori, e per alzare la posta in gioco sono stati introdotti anche i controlli sulle esportazioni. Fra Donald Trump e Joe Biden, dunque, c’è continuità nella strategia con Pechino. Come nota peraltro l’Economist, ora Joe Biden “sta convertendo l’enfasi trumpiana in una dottrina che contrappone l’America alla Cina, una lotta tra sistemi politici rivali che, dice, può avere un solo vincitore”.

Secondo Biden e il suo team, infatti, la Cina è “meno interessata alla convivenza e più interessata al dominio”. Durante la sua presidenza, Trump ha imposto tariffe per 250 miliardi di dollari di beni cinesi per fare pressione su Pechino affinché fermasse il furto di proprietà intellettuale e i trasferimenti forzati di tecnologia, migliorasse l’accesso al mercato per le aziende statunitensi e tagliasse il suo programma di sussidi industriali ad alta tecnologia. Tutto ebbe inizio l’8 marzo 2018 quando Trump annunciò tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio da diversi paesi nel tentativo di ridurre l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti. L’approccio di Trump con Pechino fu attaccato da tutti, dagli avversari dem, dalla grande stampa – come il New York Times – mentre ora Biden prosegue nel solco di quella strategia.

L’origine del Covid-19: il laboratorio di Wuhan

Aprile 2020. Donald Trump, parlando alla Casa Bianca con la stampa, affermava di “aver un alto livello di fiducia nell’ipotesi che l’origine del coronavirus sia legata ad un laboratorio di Wuhan“, in Cina. “Lì deve essere successo qualcosa di terribile. Può essere stato un errore, qualcosa che si è sviluppato inavvertitamente, oppure qualcuno lo ha fatto di proposito” spiegava, scatenando gli attacchi degli avversari. Una teoria complottista, secondo la stragrande maggioranza della stampa “liberal”. Ora che c’è Joe Biden alla Casa Bianca, tuttavia, la narrativa è radicalmente cambiata e l’ipotesi del laboratorio non è più una semplice suggestione o una teoria strampalata. Di recente, infatti, Wall Street Journal ha pubblicato un rapporto secondo cui tre dipendenti dell’Istituto di virologia di Wuhan hanno manifestato sintomi simil-influenzali o Covid nel novembre 2019 e hanno cercato di curarsi in ospedale. E dopo che il dottor Anthony Fauci ha dichiarato di “non essere convinto” dell’origine naturale di Covid-19, nonché a seguito della lettera pubblicata su Science nella quale 20 accademici hanno sottolineato la necessità di un’ulteriore indagine sull’origine del coronavirus, il Presidente Joe Biden ha chiesto di allargare l’inchiesta sulla pandemia. 

La guerra a Big Tech

Donald Trump è stato il primo a chiedere di regolamentare lo strapotere dei social media e delle aziende Big Tech, esattamente ciò che sta facendo il suo successore, seppur con motivazioni diametralmente opposte. Se secondo i conservatori le piattaforme social non garantiscono la sacrosanta libertà d’espressione sancita dal Primo emendamento e puniscono principalmente gli utenti di destra, per i democratici, al contrario, i social media non sono abbastanza efficaci nel contrastare la diffusione delle cosiddette “fake news”. Da qui, la “stretta” varata nelle scorse settimane contro i post che, secondo l’amministrazione Biden, farebbero disinformazione sul Covid-19 e sarebbero dannosi per la salute della nazione. Come riporta Newsweek, i funzionari della Casa Bianca stanno segnalando a Facebook i post che presumibilmente diffondono disinformazione sul Covid-10: la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha affermato che parte della nuova campagna dell’amministrazione Biden consiste nel chiedere alle società di social media di essere “più attive nella lotta alla disinformazione” e di “condividere pubblicamente i risultati dei loro sforzi”. Questo contraddice in pieno la tesi di quelli che affermavano che i social media non si possono regolamentare perché si tratta di “società private”.

Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan

Il 17 settembre 2020 il segretario alla Difesa, Christopher Miller, su mandato dell’ex Presidente Trump, annunciava ufficialmente il ritiro di migliaia di soldati americani entro il 15 gennaio. A seguito dell’accordo di pace con i talebani del 29 febbraio 2020, Mark Esper – poi licenziato da The Donald e sostituito proprio da Miller – aveva già ridotto di due terzi il dispiegamento militare in Afghanistan, portandolo a 4.500 effettivi. La decisione non fu accolta da tutti in maniera positiva, anche fra gli stessi repubblicani. L’ex leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell avvertiva che sarebbe stato un “errore” lasciare precipitosamente l’Afghanistan ed esortava l’amministrazione Trump a non apportare grandi cambiamenti alla difesa o alla politica estera per il resto dell’anno. Dello stesso avviso il repubblicano ex presidente della commissione Forze Armate Mac Thornberry e la senatrice dem Tammy Duckworth. Secondo Bloomberg, il ritiro delle truppe dell’Afghanistan voluto da Trump era un “regalo per i talebani”. La decisione di Trump, ancora una volta, è stata confermata dal suo successore: come spiega Paolo Mauri su InsideOver, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato giovedì scorso che la missione militare in Afghanistan terminerà il 31 agosto, affermando contestualmente che il rapido abbandono delle posizioni serve a proteggere le truppe statunitensi dagli attacchi dei Talebani.

Russia: Trump più duro di Joe Biden

Dopo anni di martellante isteria sul Russiagate, fa quasi sorridere dirlo: ma la verità è che Donald Trump – ad oggi – è stato molto più duro di Joe Biden nei confronti di Mosca, con buona pace di chi definiva il magnate un “pupazzo di Putin”. Come ricorda sempre Ian Bremmer sul Corriere della Sera, infatti, durante gli anni di Trump, le sanzioni sono state inasprite. “L’ex presidente  – scrive – si è opposto al progetto del gasdotto russo Nord Stream 2, di grande rilevanza strategica. Trump ha inoltre rafforzato la presenza di truppe statunitensi in Europa orientale, un favore particolare fatto al presidente polacco Andrzej Duda, da sempre schierato con Trump contro Putin”. Senza contare che sotto Trump, il Congresso ha inoltre approvato una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina. Lo stesso Congresso aveva votato per due volte il sostegno militare a Kiev durante gli ultimi anni dell’amministrazione di Obama, ma la Casa Bianca ne aveva bloccato l’attuazione, un passo in dietro arrivato ben prima dell’arrivo di Trump, che invece lo ha approvato. Al di là della retorica e delle accuse dei democratici, dunque, l’amministrazione Trump ha messo in campo una politica molto aggressiva nei confronti di Mosca rispetto a quella attuata, fino ad oggi, da Biden, che sembra invece concentrarsi sulla Cina.

Immigrazione: il confine meridionale

Sull’immigrazione le posizioni rimangono ovviamente diverse ma una cosa è certa: una volta arrivati al potere, i dem hanno capito che l’immigrazione incontrollata è un problema – come ha sempre sostenuto Trump – tanto da invitare i migranti a non emigrare verso gli Stati Uniti. “Aiutiamo i migranti a casa loro, non venite negli Usa”. Questo è il sunto del discorso pronunciato nientemeno che dalla vicepresidente Usa, Kamala Harris poco prima del suo arrivo in Messico dopo la visita in Guatemala, nel suo primo viaggio all’estero della numero due della Casa Bianca dall’assunzione dell’incarico. La vicepresidente Usa ha spiegato che “l’obiettivo del nostro lavoro è aiutare i guatemaltechi a trovare speranza a casa loro. Allo stesso tempo voglio essere chiara con coloro che stanno pensando di intraprendere quel pericoloso viaggio verso il confine Messico-Stati Uniti: non venite, non venite”. Parole che nulla hanno a che fare con la retorica open borders di certa sinistra liberal che ha pesantemente attaccato The Donald durante il suo mandato presidenziale.

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