La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Vicini, ma non troppo: il momento in cui la principale azienda saudita, la stessa attorno alla quale ruotano gli interessi più importanti a livello geopolitico e strategico dei Saud, sarà quotata in borsa non appare lontano ma al tempo stesso non dovrebbe essere entro questo anno; l’Aramco, l’azienda di Stato che si occupa dell’estrazione del petrolio, secondo i piani “Vision 2030” promossi dal principe ereditario Mohamed Bin Salman dovrà essere messa in borsa, lì dove saranno disponibili il 5% delle azioni con Riyadh che aspira a guadagnare almeno cento miliardi di Dollari da questa operazione. L’approdo in borsa dell’Aramco appare una mossa destinata ad incidere sugli equilibri mediorientali: si tratta, in poche parole, di un’azienda il cui valore secondo i sauditi si attesterebbe intorno ai duemila miliardi di Dollari, capace dunque di smuovere enormi capitali e tanti interessi attorno ad ogni singola azione. Da qui, molto probabilmente, sia la prudenza saudita nel lanciare l’Aramco in borsa e sia il recente viaggio dello stesso principe ereditario a Londra, la cui City sarebbe pronta ad aggiudicarsi la gara per ospitare la grande azienda saudita.

Le perplessità su Aramco

Per tutti certamente l’affare è ghiotto: oltre alla quotazione nella locale borsa di Riyadh, i Saud vogliono piazzare parte del 5% che verrà venduto nei mercati azionari in una grande borsa straniera e sanno bene come, in questo preciso momento storico, la “gara” tra i principali titoli internazionali può valere molto sotto un profilo più spiccatamente politico. Donald Trump, come scritto nei giorni scorsi da Sissi Bellomo su il Sole24Ore, vorrebbe portare l’Aramco a New York e quotarla a Wall Street, ma in corso vi è anche la borsa di Hong Kong oltre che, come detto prima, di Londra; proprio dalla capitale britannica, lo scorso 11 marzo, è arrivata una prima perplessità da parte del FT sulla prossima quotazione di Aramco: “L’approdo in borsa dell’azienda non avverrà entro il 2018si legge nell’articoloProbabilmente il tutto avverrà entro il 2019”. Non è questo un dettaglio di poco conto, specie se si considera il fatto che spesso da Riyadh hanno dato il 2018 come termine perentorio per il lancio di Aramco nei mercati azionari; il rinvio sarebbe un mezzo passo falso dei Saud, dovuto a diverse perplessità sull’azienda.

In primo luogo, la stessa valutazione di duemila miliardi di Dollari non viene unanimemente condivisa dai mercati: il prezzo del petrolio è sceso negli ultimi anni, in questo frangente storico continua a scendere e si è sotto la soglia dei 65 Dollari a barile, complice l’aumento di produzione negli Usa a seguito della tecnica del fracking; i tagli alla produzione decretati dai paesi dell’Opec non stanno ottimizzando la situazione, la prospettiva è di un ulteriore abbassamento del prezzo e, con esso, di un ridimensionamento sulla cifra valutata dai sauditi per Aramco. Da Riyadh ammettono qualche difficoltà, ma al tempo stesso si cerca di rassicurare i potenziali investitori: “Non capisco perché dare tanta importanza alla scadenza del 2018 – ha dichiarato il ministro del petrolio saudita, Khalid Al Falih, in un’intervista nei giorni scorsi Aramco sarà quotata da noi, stiamo creando tutte le condizioni normative per farlo e per il suo approdo all’estero. Quando il momento sarà propenso, allora procederemo”.

Un modo quindi per dissipare via incertezze, ma al tempo stesso per specificare come molto probabilmente per davvero il 2018 non sarà l’anno tanto atteso della quotazione in borsa di Aramco; a specificare alle autorità britanniche quanto detto da Al Falih sarebbe stato, durante la sua visita a Londra, lo stesso Mohamed bin Salman visto che la borsa londinese è la principale candidata per aggiudicarsi l’offerta pubblica del colosso saudita.

Le necessità dei sauditi

Vendere una quota, seppur estremamente minoritaria, del colosso statale del petrolio è, per i Saud, una parte importante se non essenziale del programma “Vision 2030”; secondo questo piano di rilancio dell’economia, l’Arabia Saudita dovrà dipendere sempre meno dalla vendita del petrolio e diversificare la produttività e, per farlo, occorrono soldi e nuovi investimenti. Piazzare sul mercato il 5% di Aramco, potrebbe fruttare da subito cento miliardi di Dollari e dare a Riyadh la possibilità di stringere ulteriori legami con molti dei paesi con i quali, già da adesso, esistono intensi scambi di natura commerciale e militare; il rinvio del 2019 di questa operazione potrebbe portare più danni sotto il profilo del prestigio e dell’affidabilità, che sotto un profilo meramente economico, da qui la necessità per i sauditi di non fare drammi e di ammettere però anche la possibilità del non rispetto della scadenza di questa data.

Ma oltre al programma Vision 2030, la vera necessità appare l’attuale ed immediata emergenza per le casse saudite: la guerra nello Yemen, l’abbassamento del prezzo del petrolio ed altre spese effettuate negli ultimi anni, hanno messo a dura prova i bilanci sauditi, tanto da portare all’introduzione dell’Iva per la prima volta nella storia del regno e ad altre misure che hanno fatto indispettire una buona parte della popolazione. Il bisogno urgente di liquidità per le casse saudite è stato inoltre dimostrato da quanto accaduto nei mesi scorsi, in relazione al giro di vite ufficialmente anti corruzione ma che in realtà è servito sia ad eliminare concorrenti potenziali per la scalata al trono di Mohamed bin Salman e sia, soprattutto, a trattenere alcuni degli uomini più ricchi del paese i quali, dopo arresti e torture, sono stati costretti a cedere gran parte dei propri patrimoni.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.