Gli Stati Uniti sono pronti a lanciare una nuova task force per monitorare da vicino le mosse della Cina. Il gruppo di lavoro di alto livello fa parte dell’ampio sforzo del governo americano incentrato sul contenimento dell’influenza di Pechino nel mondo intero, ha spiegato la Cia, che gestirà il tutto con incontri settimanali tra i vari componenti. L’intelligence statunitense – ha sottolineato Associated Press – ha inoltre annunciato di voler intensificare gli sforzi per reclutare persone che conoscano la lingua cinese.

L’amministrazione democratica guidata da Joe Biden è stata chiara fin da subito, definendo la Cina la minaccia principale a cui dedicarsi assieme alla Russia. Per Washington, Pechino rappresenta una minaccia economica ma anche politica e geopolitica. Il punto è che gli 007 americani faticano enormemente ad ottenere informazioni riservate sulla Repubblica Popolare Cinese. Tre sono le ragioni principali: la prima riguarda la solida leadership del Partito Comunista in carica, abile a non far trasparire indiscrezioni off limits; la seconda gli efficienti servizi militari, pronti a sventare ogni possibile ostacolo interno (vedi il controspionaggio a Wuhan); e la terza lo sviluppo di tecnologie avanzate in grado di contrastare lo spionaggio esterno. La Cina è insomma una sorta di fortezza inespugnabile, tanto da aver spinto il direttore del Central Intelligence Agency, William Burns, a definire Pechino “la più importante minaccia geopolitica che affrontiamo nel XXI secolo”.

La Cina nel mirino della CIA

La Central Intelligence Agency è stata dunque costretta a cambiare pelle per venire incontro alle esigenze del governo. L’agenzia statunitense riunirà i centri di missione su Iran e Corea del Nord in gruppi esistenti che copriranno le rispettive regioni di ciascun Paese. Ma la novità più sostanziale della riorganizzazione interna della CIA riguarda senza ombra di dubbio la creazione del China Mission Center, formato appositamente “per affrontare la sfida globale posta dalla Repubblica popolare cinese che attraversa tutte le aree di missione dell’agenzia”.

Una fonte autorevole dell’agenzia, secondo quanto riferito dai media americani, non ha esitato a paragonare la situazione che è venuta a crearsi con la Cina alla Guerra fredda con l’Unione Sovietica, aggiungendo però che Pechino è un “rivale” più complesso e difficile da affrontare per il peso della sua economia, completamente legata a quella degli Usa, ma anche per la sua capacità di penetrazione a livello mondiale. La Cia utilizzerà quindi più agenti, linguisti e tecnici e più esperti in tutto il mondo per raccogliere informazioni e contrastare gli interessi della Cina. L’agenzia recluterà anche nuove persone che conoscono il Mandarino e Burns incontrerà ogni settimana il direttore del nuovo centro per sviluppare una “strategia unitaria“.

Ricordiamo che lo scorso anno il direttore dell’Fbi Christopher Wray ha riferito che il Bureau apre una nuova indagine di controspionaggio collegata alla Cina ogni 10 ore. Nel suo rapporto annuale, la comunità dell’intelligence Usa ha inoltre avvertito che Pechino punta ad espandere la propria influenza a spese degli Usa, cerca di fare breccia negli alleati occidentali di Washington e “promuove nuove norme internazionali che favoriscono il sistema autoritario cinese”.

Task force anti Cina

Il China Mission Center non è certo l’unico strumento a disposizione del governo americano per osservare la Cina. Lo scorso giugno, Biden ha presentato una task force del Pentagono (guidata da Ely Ratner, assistente speciale del Segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III) che, in quattro mesi, ha l’obiettivo di valutare e rispondere alla sfida militare di Pechino. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, quindi, si sta già affidando a un gruppo di lavoro ad hoc al fine di calibrare le sue strategie e operazioni militari legate a Pechino.

Ai tempi dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti potevano contare su una “task force cinese” annunciata dai membri del Congresso del Partito repubblicano alla Camera dei rappresentanti Usa nel maggio 2020. Questa era composta da 15 rappresentanti repubblicani e, nel settembre 2020, ha presentato oltre 400 raccomandazioni politiche riguardanti la Cina, concentrandosi sui diritti umani in Cina, sulla pandemia di COVID-19 e sulla crescente influenza della Cina nel mondo.

Oltre ai gruppi di lavoro citati, la Casa Bianca punta moltissimo sul consolidamento delle relazioni con i suoi più stretti alleati nell’Indo-Pacifico (Aukus è lì a dimostrarlo) ma anche sulle conoscenze di esperti e consiglieri. La sfilza di consiglieri reclutati da Biden è emblematica. In prima linea spicca Kurt Campbell, messo a capo del desk  del National Security Council relativo agli affari dell’Indo-Pacifico. Campbell sostiene che Washington debba essere la potenza stabilizzatrice della regione, nonché la catalizzatrice di alleanze per arginare Pechino. Nello stesso desk troviamo, poi, Rush Doshi, sostenitore della tesi secondo cui la Cina starebbe per soppiantare l’ordine americano, Jullian Gerwitz, per il quale gli Stati Uniti dovrebbero evitare una contrapposizione in stile Guerra fredda con il Dragone, Sumona Guha, fautrice di un’alleanza tra India e Usa, e Laura Rosenberg, che ha più volte accusato Pechino di aver strumentalizzato la pandemia di Covid per accrescere la propria influenza. Basterà per frenare le mire della Cina?