Nonostante il clima trionfale che si è diffuso per la sottoscrizione degli accordi economici con la Russia al Forum di San Pietroburgo – per 1,57 miliardi di euro, a fronte di una perdita dell’export italiano di 3,6 miliardi -, a livello europeo vigono ancora delle logiche ostinate votate all’autolesionismo interno.Per approfondire: Così la Russia aggira le sanzioniI dati macroeconomici sugli effetti delle sanzioni europee contro la Federazione Russa danno ragione a chi, dalla loro approvazione, si batte per volerle rimuovere, per due ragioni su tutte: le ragioni per cui tali sanzioni sono state introdotte vanno a consolidarsi o per meglio dire, a cristallizzarsi in uno status quo che difficilmente potrà mutare nel breve periodo.La penisola di Crimea, infatti, è de facto sotto il controllo russo dal 18 marzo 2014, gli abitanti hanno ricevuto il passaporto russo, le pensioni e l’elettricità vengono erogate da Mosca, i viaggiatori necessitano del visto russo per accedervi e, tanto più, il ponte di 19km che tra tre anni condurrà 14 milioni di passeggeri direttamente in Crimea sullo stretto di Kerch, bypassando l’Ucraina, è già in fase avanzata di realizzazione.La seconda ragione è che, l’altro pacchetto di sanzioni che è stato rinnovato nel solstizio d’estate riguarda l’attribuzione delle responsabilità per l’abbattimento del volo Amsterdam-Kuala Lumpur di Malaysian Airlines MH17, sul quale le indagini condotte dall’OSCE non hanno riferito pubblicamente alcuna decisione, basando una serie di misure restrittive sul fatto che i resti del velivolo siano stati ritrovati su un territorio all’epoca controllato dai ribelli filo-russi e su intercettazioni di questi ultimi che riferivano dell’abbattimento di un caccia ucraino (avvenuto alcuni giorni prima).Per approfondire: “Via le sanzioni a Mosca. Diamole a Kiev”Ad avvalorare la tesi che tali sanzioni siano un danno anche e soprattutto per l’economia europea le dichiarazioni di alcuni esponenti della politica russa, che valutano queste misure come un atto di scortesia politica, per questo mal viste da Mosca, ma che in realtà sono la grande occasione di cui l’economia russa necessitava da tempo: nonostante la recessione economica vissuta dal Paese a partire dal quarto trimestre del 2014, dovuto al crollo del prezzo del barile che ha trascinato giù anche il rublo (arrivato a pagare 0,01€ il 19 dicembre 2014) oltre che al fardello delle controsanzioni, oggi le previsioni della Banca Centrale russa prevedono una ripresa già a partire dall’ultimo trimestre del 2016 o, al più, a partire dal prossimo anno, grazie anche alla strategia dell’import substitution intrapresa con decisione con la legge “sulla politica industriale) entrata in vigore nel luglio del 2015.Proprio nei giorni del Forum di San Pietroburgo, il capo dell’amministrazione presidenziale di Putin, Sergey Ivanov, si era lasciato andare in dichiarazioni che sottolineavano come fossero state benefiche queste sanzioni  a carico della Russia, perché avevano dato quella spinta di sviluppo ad un apparato industriale carente ed intorpidito dalle fenomenali prestazioni sulle contrattazioni del greggio.Per approfondire: La Francia apre alla Russia: via alle sanzioniLe ragioni politiche di questa stasi nei rapporti tra Bruxelles e Mosca si snoda sul binario di una crisi politica tra Russia e Ucraina, il cui nodo gordiano è rappresentato dall’ottemperanza agli accordi di Minsk-2 che prevedono, oltre al cessate il fuoco ambo le parti, delle radicali modifiche nella Costituzione di Kiev, oltre che una serie di riforme strutturali che possano aiutare il Paese ad uscire dalla grave crisi economia succeduta al rovesciamento del sistema presieduto da Viktor Yanukovich.Attualmente i problemi “storici” dell’Ucraina restano irrisolti: la questione della corruzione instillata nei gangli istituzionali non trova una via d’uscita, con l’unica risposta da parte del governo che è stata quella di sostituire un Primo Ministro con un altro. L’interesse politico di Kiev, supportato vivamente da Washington – interesse comprovato dalle innumerevoli visite di Biden a Kiev e dei continui contatti con l’ambasciata americana nella capitale -, funge da deterrente per un’Europa che si spende in dolci parole nei confronti di Mosca, si prodiga in dichiarazioni d’intenti nobili e riconciliatori per poi nascondersi dietro il dito di un Accordo che perde quotidianamente la sua efficacia e la sua valenza politica. Le sanzioni si rivelano lo specchio di una politica inconcludente, perché irrealizzabili gli obiettivi per cui sono state introdotte. Evidentemente vi è un sostrato di ragioni che ne impedisce la rimozione, e che forse non ne prevedono la rimozione.

Nel campo comunista di Goli Otok
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