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Seppur si tratti di alcune isole, Francia e Gran Bretagna annoverano, tutt’oggi, dei possedimenti territoriali nell’Africa subsahariana. L’importanza strategico-militare di questi territori è tutt’altro che marginale, tanto quanto il loro valore simbolico. Francia e Gran Bretagna faticano ad abbandonare, almeno formalmente, il continente dove si sono confrontate per circa un secolo. Sono passati 135 anni dalla Conferenza di Berlino, quando le potenze europee si spartirono con riga e squadra l’Africa, dando il via a quasi un secolo di colonialismo, eppure permangono alcuni governatorati europei.

I possedimenti francesi

Quando si parla di colonialismo non può essere assente la Francia, che porta ancora avanti la propria idea di direct rule. Le due isole in questione sono Reunion e Mayotte, rispettivamente a nord e a est del Madagascar. La prima fu occupata dai francesi dal lontano 1642 e fa parte dell’arcipelago delle isole Mascarene. Nonostante l’assenza di qualsiasi movimento indipendentista, l’isola è oggi in una situazione economica e sociale tesa – il tasso di disoccupazione è del 29% – tanto che il movimento dei gilet gialli ha attecchito anche qui nel lontano oceano indiano. Mayotte, invece, sono due isole dell’arcipelago delle Comore, da cui prende il nome l’omonimo stato: Unione delle Comore. Tra il 1974 e il 1976, quando il resto delle Comore giungeva all’indipendenza, Mayotte, con un referendum, scelse di restare nell’orbita francese. Nel 1976 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mise ai voti una risoluzione per affidare le isole alla nascente repubblica delle Comore, ma la Francia, membro permanente del Consiglio, oppose il su diritto di veto. A oggi, il 97% della popolazione è di fede musulmana e la lingua ufficiale è il francese, ma non tutta la popolazione lo sa leggere o scrivere. Questi due territori fanno a tutti gli effetti parte dell’Unione europea, difatti la valuta in vigore è l’euro e i cittadini votano per le elezioni europee.

La disputa sull’arcipelago Chagos

Un po’ più articolata è la presenza britannica. I possedimenti sono due, uno nell’oceano atlanico e uno nell’oceano indiano. Nell’Atlantico, a metà strada tra la Namibia e il Brasile, è presente il territorio d’oltremare di St. Helena, Ascension e Tristan de Cunha. Le isole, che fanno parte dell’Africa solo dal punto di vista geografico, furono scoperte in epoca Moderna dai portoghesi che stabilirono degli avamposti commerciali in queste isole disabitate. In seguito, ne prese possesso il Regno Unito e Sant’Elena divenne famosa per l’esilio di Napoleone. L’isola più importante è sicuramente Ascension dove sono presenti l’Agenzia Europea per lo Spazio e la Nasa.

I Territori Britannici dell’Oceano Indiano, hanno tutt’altro peso e sono composti dalle isole dell’arcipelago Chagos, circa 2mila chilometri a Nord – Est delle Mauritius. Nel 1968 le isole Mauritius ottengono l’indipendenza, ma la Gran Bretagna non abbandona l’arcipelago Chagos, anzi deporta gli abitanti, circa duemila, alle isole Mauritius, nel silenzio assoluto di giornalisti e Nazioni Unite. La deportazione è finalizzata alla creazione di una base militare statunitense sull’atollo Diego Garcia, oggi unica isola abitata. Da questa base, per cui gli Stati Uniti d’America pagano un lauto affitto, partono i bombardieri diretti in Iraq e Afghanistan.
Dopo anni di proteste da parte dei rifugiati chagossiani, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata a favore del ritorno dell’arcipelago tra i territori mauriziani. Decisione corroborata dal voto dell’Assemblea Generale che dispone al Regno Unito di abbandonare i Territori dell’Oceano Indiano entro il 22 Novembre. Nonostante l’appello di Papa Francesco – interessato soprattutto a rimarcare la disputa tra Gran Bretagna e Argentina sulle isole Falkland – e la disponibilità delle Mauritius affinché permanga la base militare USA, la situazione non è cambiata e l’Unione Africana ha apertamente criticato l’operato di Londra.

La risposta della Gran Bretagna è stata inequivocabile: non abbiamo alcun dubbio circa la nostra sovranità su quei territori. Un misto di arroganza, disprezzo per le Nazioni Unite, che contano sempre meno, e un neanche troppo celato eurocentrismo che dovrebbe far riflettere. A quasi sessant’anni dalle indipendenze della maggior parte degli Stati africani, due potenze europee continuano a rimarcare la loro presenza territoriale, ignorando i richiami della comunità internazionale e, ancor di più, quelli delle popolazioni locali. Il colonialismo come fenomeno giuridico permane solo in queste piccole enclavi, ma la schiavitù economica, politica e militare dilaga in tutto il continente. Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Russia, Cina, Brasile, paesi del Golfo, con la complicità delle classi dirigenti africane, continuano indisturbate a depredarne le risorse, naturali e umane. Le bandiere francesi e britanniche sventolano su queste isole, quasi a ricordare, come se ce ne fosse bisogno, che l’Europa dall’Africa non se n’è mai andata.