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Concentrato sulla crisi della penisola coreana, il mondo sembra quasi disinteressarsi di un problema, più a sud, che potrebbe invece essere davvero dirimente per far scatenare una guerra. Una guerra che già esiste, pur non formalmente, ma che è latente e non sembra intenzionata, almeno a livello diplomatico, a cedere il passo a un accordo risolutivo. Parliamo della contesa, tra Giappone e Cina, delle isole Senkaku (conosciute in cinese come isole Diaoyu). Questo gruppo di isolotti disabitati nel mar Cinese orientale rappresenta uno dei grandi problemi delle relazioni sino-giapponesi e continua ad essere una questione non solo di ordine politico, ma anche, e soprattutto, di ordine militare. Perché la rivendicazione non è soltanto dettata da antiche diatribe in ordine all’appartenenza storica dell’arcipelago, ma dal fatto che, negli ultimi anni, la Cina ha posto le isole sotto l’ombrello della proprio Air defense identification zone (Adiz) nonostante la formale appartenenza delle isole Senkaku alla prefettura di Okinawa, in particolare della municipalità di Ishigaki. Questa municipalità, come ricorda Stefano Carrer per Il Sole 24 Ore, si accinge ad andare alle elezioni. E quello che interessa è che, in questa tornata elettorale, non si tratterà solo di rinnovare il potere politico locale, ma sarà anche quello di votare (indirettamente) a favore e contro le scelte del governo giapponese di inviare nella municipalità di Ishigaki, e quindi anche sulle isole disabitate i irraggiungibili delle Senkaku, centinaia di soldati insieme a un nuovo sistema missilistico antinavi. Insomma, se le Senkaku sono irraggiungibili per chiunque, come concordato tacitamente fra Cina e Giappone, dall’altro lato Tokyo considera questa parte meridionale del proprio territorio come un nervo scoperto della propria sicurezza nazionale. Ed è pronto a rafforzare il numero di uomini e mezzi rendendolo, di fatto, un arcipelago militarizzato.

Secondo quanto riporta il Sole 24 Ore, la municipalità è divisa fra coloro che ritengono le misure adeguate alla crescente volontà di espandersi della Cina, e fra chi, al contrario, ritiene che questa militarizzazione danneggi gravemente la vita su tutto il territorio di riferimento e anche l’ecosistema. Un problema non secondario da un punto di vista locale, giacché le isole sono delle vere perle del Pacifico che potrebbero attrarre tantissimi turisti oltre che alimentare l’economia del comune. Ma la scelta di non far avvicinare nessuno a quegli isolotti non permette né il rispetto della natura né lo sfruttamento economico. Un problema che si ripercuote su tutta la prefettura di Okinawa, che è da anni sul piede di guerra contro l’ingombrante presenza americana sul territorio. Qui dove gli Alleati misero in atto una delle più grandi operazioni anfibie della storia della Seconda Guerra Mondiale, ha sede il III Marine Expeditionary Force; e Takeshi Onaga, al governo della prefettura dal 20145, ha portato fino alla Corte suprema il proprio ricorso contro l’aumento delle strutture militari Usa nel territorio di Okinawa. Un ricorso che s’inseriva anche nella difficile convivenza fra i soldati americani e la popolazione locale, spesso contrassegnata di episodi di violenza e microcriminalità.

Ma a questi problemi di ordine pubblico, si aggiungono adesso i problemi di ordine internazionale, che per il governo di Shinzo Abe e per il dirimpettaio Xi Jinping sono tutt’altro che secondari. Il Times ha confermato nelle scorse ore che Londra e Tokyo hanno raggiunto un accordo di partnership per la costruzione e il dispiegamento di un nuovo sistema missilistico anti-aereo per la sicurezza delle isole contese. Mentre la Cina ha di nuovo inviato bombardieri e aerei-spia attraverso lo spazio aereo internazionale tra le isole di Okinawa e Miyako nel Mar Cinese orientale, come parte di quelle che Pechino ha definito “regolari esercitazioni”. Quello che preoccupa, in generale, oltre alla continua militarizzazione della zona è che la disputa non sembra assolutamente in via di risoluzione. Trump e con lui il Pentagono non sono interessati affatto alla regolarizzazione dei rapporti fra Cina e Giappone, anzi, semmai sperano di soffiare sulla brace che cova da anni con la speranza che Tokyo si schieri ancora di più con gli Usa e abbandoni il tavolo dei negoziati con Pechino. D’altro canto, la politica di Washington sembra ormai sempre più orientata verso la possibilità di incrementare la vendita di armi ai suoi partner del Pacifico e di spingere verso l’isolamento cinese rispetto agli altri Stati asiatici. Con rischi paradossalmente anche più inquietanti della crisi coreana. Perché se per quanto riguarda la Corea del Nord, c’è la possibilità di trovare un accordo con la Cina, sul fronte delle Senkaku, Pechino è la diretta interessata. E la Cina di Xi Jinping non appare disponibile a cedere di un millimetro sulle aree contese del suo oceano. Così come il Giappone del conservatore Abe.

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