Il partenariato strategico russo-cinese non è mai stato così qualitativamente eccelso come negli ultimi anni e i leader delle due superpotenze militari sembrano concordare su ogni tema di rilevanza internazionale, dall’energia alla sicurezza, dall’agenda siriana a quella venezuelana, dai rapporti con gli Stati Uniti alla trasformazione dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e della Nuova via della seta in  piattaforme di lancio per la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare e asio-centrico.

Nonostante l’idillio, abilmente popolarizzato e strumentalizzato per esercitare contro-pressione sull’Occidente, un’alleanza russo-cinese è ancora lontana dal formarsi e i motivi sono diversi.

Innanzitutto i due paesi sono stati spinti alla collaborazione per ragioni di forza maggiore, ossia la politica di contenimento inaugurata dall’Occidente a guida statunitense nei confronti di entrambi, e quindi non per reale volontà cooperativa, la Russia è guidata nelle sue scelte di politica estera da motivazioni che talvolta eludono il semplice interesse economico ma che investono altri aspetti che invece sono totalmente irrilevanti per Pechino (ciò è stato palesato dalla fuga cinese dal Nicaragua allo scoppio della quasi-guerra civile contro Ortega ridirezionando i progetti infrastrutturali faraonici verso il sempre-tranquillo Panama), inoltre il protagonismo del dragone in Russia e nelle sue sfere d’influenza sta diventando sempre più aggressivo.

Putin non ha mai nascosto di avere ambizioni di potere di natura neosovietica sui territori che furono per quasi un secolo sotto dominio comunista, e l’UEE, disegnata secondo il modello comunitario europeo con la prospettiva di una trasformazione in senso federale in un futuro remoto, è prova di ciò.

Xi, allo stesso modo, è consapevole che il suo paese ha tutte le capacità per spodestare gli Stati Uniti dal trono di prima superpotenza mondiale, e che per agire globalmente è necessario pensare localmente. In questo contesto di creazione di egemonia si inquadra la Nuova via della seta, il più ambizioso progetto di interconnessione infrastrutturale di dimensione transcontinentale mai pensato nella storia dell’umanità, che se realizzata collegherà Europa, Asia e Africa orientale a Pechino, consolidando una posizione di dominio conquistata negli ultimi decenni.

Non può esserci via della seta che non passi dalla Russia e dai suoi satelliti, perciò la Cina ha iniziato ad investire miliardi di dollari nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e nella stessa Russia, con un focus particolare dedicato alla Siberia, all’estremo oriente e all’Artico.

Ed è proprio a partire da questo punto che sono nate le prime crepe, che non sono state riparate e che, nonostante il silenzio mediatico, si sono diffuse e hanno alimentato una paura gialla in salsa russa, basata sulle teorie di una “cinesizzazione della Russia asiatica”.

Il caso più emblematico è senza dubbio rappresentato dalla recente controversia del lago Baikal, scoppiata proprio quest’anno. Il governo russo aveva avallato un progetto da 28 milioni di dollari della firma cinese Baikal Lake Water Industry e della compagnia russa, ma di proprietà cinese, AquaSib, per la costruzione di un impianto di raccolta e imbottigliamento dell’acqua dolce del settimo lago più grande del mondo da destinare ai consumatori cinesi. La dura reazione dei locali aveva colto di sorpresa le autorità russe, portando alla sospensione dei lavori di costruzione del cantiere in attesa che il dialogo tra società civile e istituzioni portasse dei frutti.

Ma il governo ha dovuto infine fare un passo indietro, perché i residenti non erano disposti a scendere a nessun compromesso né a tollerare alcun “furto dell’acqua” da parte cinese: chiedevano l’annullamento in toto del progetto. E lo hanno ottenuto, a marzo.

Proteste simili sono esplose a macchia d’olio in diverse regioni della Siberia, chiedendo una maggiore tutela del patrimonio boschivo russo, che gli ambientalisti ritengono possa incorrere in un irreparabile danneggiamento per soddisfare la domanda di legname cinese, una maggiore regolamentazione dei flussi turistici, che sono in costante aumento da quando la Russia ha semplificato il regime dei visti per i cinesi per alimentare il settore turistico, e controllo su ciò che è ritenuta la svendita di ampie porzioni di territorio ad acquirenti cinesi per essere riconvertite ad uso agricolo o uso e consumo di lavoratori e turisti cinesi.

Diverse sono le città che sono state completamente ridisegnate dall’immigrazione cinese, come Irkutsk,e in cui sono proliferate larghe e distese Chinatown in cui il russo è quasi estromesso dalla stessa segnaletica urbana e dove i residenti devono imparare il cinese per essere competitivi sul mercato del lavoro. Anche in questo caso, i locali non hanno nascosto il loro malcontento alle amministrazioni, sia per la paura di una sostituzione etnica che per il trattamento di favore riservato ai cinesi per ciò che concerne la burocrazia, l’aiuto nell’apertura di attività imprenditoriali, l’acquisto di terreni e proprietà, che non di rado conduce a fenomeni di gentrificazione a detrimento dei russi.

Il fattore xenofobo ha un ruolo importante nel sempre più diffuso movimento anticinese che sta scuotendo gli oblast della Russia asiatica, ma non è del tutto infondato, perché la Cina sembrerebbe effettivamente star portando avanti una silenziosa campagna di acquisizione di terreni e proprietà per scopi opportunistici, al di fuori delle logiche di amichevole collaborazione ostentata da Xi e Putin.

Aleksandr Liventhal, governatore dell’oblast autonomo ebraico, confinante con la provincia cinese di Heilongjiang, ha denunciato come acquirenti cinesi abbiano comprato circa l’80% dei terreni coltivabili dell’oblast per poi convertirli alla produzione di soia – destinata al mercato cinese, incuranti dei danni creati al territorio.

La Cina è inoltre fortemente interessata all’Artico e all’accapparramento delle sue preziose e ingenti riserve di risorse naturali che presto saranno estraibili per via del cambiamento climatico. Dopo decenni di cauta timidezza, l’anno scorso è stato pubblicato il libro bianco sull’Artico, delineante la strategia cinese per il polo nord, svelando le ambizioni di Pechino sulla regione in quanto “paese quasi-artico”. Per convincere la Russia a condividere il monopolio dell’area, la Cina ha investito miliardi di dollari nello sviluppo di siti strategici, come l’impianto Yamal Lng, aprendo anche alla possibilità di una “rotta polare” della nuova via della seta.

L’Artico rappresenta un punto geopolitico particolarmente critico e si appresta a diventare il futuro teatro di scontro tra le grandi potenze. Per la Russia è una questione di sicurezza nazionale il dominio indiscusso della regione, ma è al tempo stesso vero che la precaria situazione economica rappresenta un grande freno inibitorio a ogni grande progetto di ammodernamento infrastrutturale, potenziamento delle flotte, sviluppo di nuove tecnologie, e che la Cina ha il capitale necessario per colmare il gap.

È possibile che la Cina stia intelligentemente conducendo una campagna di acquisizioni strategiche da utilizzare come leve di pressione in caso di peggioramento improvviso delle relazioni bilaterali, e tentando di sfruttare le aperture russe per soddisfare una domanda interna di beni altrimenti insoddisfabile, ma che dietro tutto ciò non ci sia alcuna velleità di prevaricazione – anche perché si tratterebbe di aprire una guerra fredda lungo il proprio confine, contro un avversario che ha saputo sviluppare capacità di adattamento ad una costante situazione di debolezza economica.

Si tratta, comunque, di elementi da tenere in considerazione quando si descrive la situazione delle relazioni russo-cinesi che sono, sì, al loro apogeo storico, ma al tempo stesso contornate da punti d’ombra e di debolezza che se non saranno sistemati adeguatamente, ponendo il rispetto reciproco come criterio base, rischiano di far crollare l’alleanza che potrebbe cambiare i destini di questo secolo prima che si formi.