La Cina finisce nell’occhio del ciclone per l’espianto forzato di organi a prigionieri di coscienza. Un tribunale indipendente di Londra che si sta occupando della questione ha addirittura parlato di “genocidio”. Una situazione insostenibile per Pechino, che potrebbe presto ricevere accuse gravissime, con dettagli e cifre di una pratica barbara quanto remunerativa.

Chi sono i prigionieri di coscienza

Cerchiamo di fare ordine. Per prigionieri di coscienza si intendono tutti quelli finiti imprigionati senza motivo apparente, se non per certe caratteristiche. Razza, religione, credo politico, orientamento sessuale e lingua, soltanto per citarne alcune. In Cina molte di queste persone, secondo le accuse, sarebbero vittime del business milionario della vendita di organi. Le minoranze etniche, come tibetani, kazaki o peggio ancora gli uiguri, sono in cima alla lista. Insieme a loro, gli appartenenti a movimenti religiosi, fra cui i seguaci del Falun Gong, una setta messa al bando dal governo cinese. Anche i credenti a una qualsiasi altra religione rischierebbero tantissimo, così come i dissidenti politici.

Le accuse del China Tribunal

Il giudizio finale del Independent Tribunal Into Forced Organ Harvesting from Prisoners Of Conscience in China – costituito a ottobre – è atteso per la primavera, con dettagli e cifre accurate. Intanto le prime conclusioni non sono incoraggianti. “I membri del Tribunale – ha dichiarato Geoffrey Nice, presidente della corte – sono certi all’unanimità e oltre ogni ragionevole dubbio che in Cina siano stati praticati espianti forzati di organi da prigionieri per motivi di coscienza per un periodo considerevole di tempo, coinvolgendo un numero molto consistente di vittime”. È questa la conclusione provvisoria a cui è giunto Nice dopo aver ascoltato trenta testimoni lo scorso dicembre.

Metodi brutali

Gli organi, prelevati dai corpi dei detenuti, alimenterebbero un traffico internazionale di cui la Cina sarebbe l’epicentro. Hamid Sabi, consulente legale del tribunale, aggiunge particolari raccapriccianti: “I membri di molti gruppi, tra cui i praticanti del Falun Gong, cristiani, buddisti e uiguri, dopo essere stati imprigionati illegalmente, vengono sottoposti regolarmente a controlli medici. In seguito, quando è giunto il momento, subiscono la rimozione dei loro organi”. Secondo testimoni le operazioni avverrebbero senza anestetico e in modo brutale.

Traffico internazionale

Gli organi verrebbero poi immediatamente trapiantati ai richiedenti. Secondo un rapporto del 2016 in Cina esisterebbero 146 ospedali autorizzati a eseguire trapianti. Il numero di operazioni complessive, all’epoca dell’indagine, ammontava a 7785. Di queste appena 2766 erano donazioni volontarie. I ricercatori avrebbero poi scoperto che in Cina esistono numerosi ospedali non autorizzati in cui quotidianamente verrebbero trapiantati reni, fegati, cuori e milze. C’è una stima, non verificata da fonti ufficiali, che fa impressione: l’80% degli organi trapiantati oltre la muraglia proverrebbero da prigionieri di coscienza.

La mano pesante di Pechino

Dicevamo: non ci sono ancora dati ufficiali. E chi ha indagato sul fenomeno si è basato su testimonianze dirette e ricerche autonome. Pechino, dal canto suo, ha respinto ogni accusa di collusione con questo traffico. Anzi, il governo cinese ha più volte sottolineato come abbia utilizzato la mano pesante contro i trafficanti di organi. In Cina, dal 2011, il suddetto traffico è considerato un crimine per il quale può essere applicata la pena di morte. Nel 2015, inoltre, è stato vietato l’utilizzo di organi di detenuti. Tra il 2007 e il 2017 sarebbero poi state arrestate oltre 200 persone, di cui 60 medici, ai quali è stata subito ritirata la licenza professionale. Le autorità cinesi stanno indagando sulle attività illegali presenti nel paese, ma per farlo chiedono una cooperazione internazionale.