La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

“Macron, lo spettro di un quinquennio nato morto”. Questo il titolo dell’editoriale di Le Figaro, a firma del direttore Alexis Brézet, che analizza a caldo l’esito del secondo turno in Francia. “Nulla ha aiutato. Né gli appelli tardivi per la “spinta repubblicana” lanciata dal Presidente della Repubblica, né la sua scappatella ucraina cucita con filo bianco. E non parliamo di queste strane invettive di Elisabeth Borne contro l'”estrema destra”, mentre l’estrema sinistra era alle porte! Questa volta, la strategia del “voto utile” non ha funzionato”. “Specchio invertito delle elezioni presidenziali, questo secondo turno di elezioni legislative assomiglia furiosamente a un referendum anti-Macron”, osserva il direttore. Quello che emerge è una quadro politico dove gli estremi “non sono mai stati così potenti: Nupes, ovviamente, ma anche Rn, la cui svolta storica è l’altra sorpresa. Per quanto riguarda la destra, seppur in ritirata, riesce a limitare la rottura meglio di quanto avrebbe potuto sperare”.

Un uomo diventato di “establishment”

Un giudizio lapidario, che non fa sconti all’ex enfant prodige d’Europa che aveva incantato il continente con quella sua lenta sfilata al suono dell’Inno alla Gioia, cinque anni fa. Oggi Macron appare come un uomo dell’establishment, giovane fuori vecchio dentro, vittima della sua stessa hybris. Il rifiuto del presidente di partecipare ai dibattiti in diretta televisiva con gli altri 11 candidati alla presidenza riflette una strategia che è stata vista come cinica e distaccata. Macron ha preso parte ad alcuni programmi sui principali canali televisivi francesi, come quello incentrato sulla guerra il mese scorso. Ma ha evitato i ripetuti inviti al dibattito, spingendo gli oppositori ei media ad accusarlo di eludere la concorrenza democratica.

Gli osservatori denunciano che Macron sia caduto in disgrazia presso i suoi stessi sostenitori: lo scorso maggio, all’indomani della rielezione, lamentavano una campagna poco entusiasmante, della sua mancanza di visione per i successivi cinque anni. Molti simbolismi, ma vuoti. La notte della sua rielezione, ha letto ad alta voce un discorso coinciso ma senza punti fermi. Il Macron del 2017, quello di “Revolution”, sembra svanito nel nulla.

La convinzione della vittoria in tasca

L’errore più ingenuo: l’adagiarsi sugli allori. Sin dalle recenti presidenziali i è limitato a riproporre temi del 2017 e a spingere sulla lotta contro l’estrema destra. La Le Pen, invece, ha utilizzato i refrain sovranisti e populisti per parlare alla pancia dei cittadini. All’improvviso, dunque, è sembrato che l’unico collante del gruppo macroniano fosse la lotta alla destra. Se cinque anni fa, grazie al suo staff, si era proceduto ad una radiografia della società francese, proponendo ricette importanti, cinque anni dopo Macron si è illuso che quelle soluzioni fossero ugualmente efficaci. Dimentico di una pandemia, di un ruolo iper esposto nella crisi ucraina, della rabbia dei gilets jaunes e delle banlieu. Pertanto, se cinque anni fa si era presentato efficacemente come un presidente né di destra né di sinistra, oggi viene identificato come un leader per ricchi decisamente spostato a destra: quanto basta per guadagnarsi l’odio di una grossa coalizione sinistrorsa e della destra estrema.

La guerra in Ucraina

L’altro errore madornale è stato quello di dedicarsi anima e corpo alla causa ucraina. Per settimane dallo scoppio del conflitto Macron è stato l’unico leader a cui Putin rispondeva al telefono. E ha continuato a cercare di presentarsi come giovane sindaco d’Europa, persa la sua nemica amatissima Angela Merkel. L’errore è stato pensare che la politica estera potesse essere un tema trainante per l’intera nazione, che gli ideali che hanno mosso l’Europa attorno a Kiev potessero smuovere la Francia come se si trattasse del maggio francese. Ma i suoi citoyens, seppur partecipi come tutto gli europei ai destini ucraini hanno dimostrato nelle piazze di avere a cuore temi estremamente pragmatici che passano per le bollette, i buoni spesa, la benzina, l’assistenza sanitaria, l’immigrazione. Nulla è stato detto e fatto su ognuno di questi capitoli elettorali, come se il secondo mandato fosse dovuto, scontato, e che soprattutto potesse essere facilmente una copia del primo.

Il linguaggio di guerra è stato un altro errore. Solo pochi giorni fa, intervenendo a Eurosatory, una fiera dell’industria delle armi, Macron ha affermato che l’Europa ha bisogno di “un’industria della difesa molto più ampia” per evitare di fare affidamento su fornitori altri per le sue esigenze di equipaggiamento. Dall’invasione russa dell’Ucraina a febbraio, la Francia “è entrata in un’economia di guerra in cui credo ci ritroveremo per molto tempo”. Macron ha affermato di aver chiesto al ministero della Difesa e ai capi di stato maggiore delle forze armate di adeguare un piano quadro di spesa per la difesa di sei anni fino al 2025 alla nuova situazione geopolitica, per “abbinare i mezzi alle minacce”. Anche prima dell’Ucraina, la spesa militare francese è gradualmente aumentata da quando Macron è salito al potere nel 2017 per raggiungere i 41 miliardi di euro (43 miliardi di dollari) quest’anno, e attualmente dovrebbe raggiungere i 50 miliardi di euro nel 2025. Un aspetto che la Francia de “il popolo chiede pane” non può accettare.

Il presidente di quali francesi?

Lungi dall’accusarlo di razzismo, Macron emerge come francese vecchio stampo, e non basta parlare ai territori d’Oltremare o sfilare con un gruppo di giovani interraziale per ripulire la propria immagine. Quella di Macron è una visione sclerotica della società francese: ha abbagliato tutti con quella falcata à la page, con una storia personale a lieto fine che ha obnubilato i sensi di mezza Europa. Eppure, la Francia di Macron è ancora quella della grandeur, dei bianchi, del vecchio sistema partitico. Salvo poi svegliarsi e scoprire che ci sono tre politi politici confermati, che i francesi non sono quelli di cinquanta anni fa, che per governare non si può essere silenti nelle banlieu o ignorare il gilet gialli. Che al di là dei toni magnificenti i francesi chiedono davvero pane e lui sta promettendo brioches.

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.