È bastato meno di un anno per far cambiare idea a Giuseppe Conte. Il cosiddetto “avvocato del popolo italiano” e che si è detto sempre fieramente “populista” ora ritratta. Non è più pronto a colpire l’Unione europea, non è più il capo di un governo scettico nei confronti delle regole di Bruxelles. L’incendiario (che non lo è mai stato pubblicamente ma almeno nella teoria) si è trasformato in pompiere. E ora l’Italia, che prima aveva un Conte presidente di una maggioranza composta da Lega e Movimento Cinque Stelle, ora si ritrova leader di un potenziale governo di centrosinistra – rossogiallo – con tutta un’altra linea rispetto al precedente. Nessuna sfida all’Unione europea franco-tedesca, nessuna grossa apertura di credito nei confronti della Russia di Vladimir Putin, nessun attacco alle regole della finanza di Bruxelles. Solo la conferma dell’asse (personale) con Donald Trump e poi una nuova grande amicizia, quella con le cancellerie europee, da quella di Bruxelles a quella di Berlino, passando per un rinnovato asse con Parigi. Visto che per Emmanuel Macron sarà molto più semplice dialogare con l’Italia ora che il suo nemico numero uno, la Lega di Matteo Salvini, si è tirata fuori dai giochi e il Movimento che faceva alleanza con i gilet gialli è diventato, tutto sommato, moderato.

Pert l’Italia un cambio di passo non indifferente che però – ed è qui la curiosità – non ha soluzione di continuità. Giuseppe Conte, leader del governo più “euroscettico” d’Europa, forse quello più avverso a certe logiche dopo il Regno Unito della Brexit, si trova ora sa guidare un governo di tutta altra fattura. Fuori i sovranisti, dentro gli anti-sovranisti, e tutto cambia. Tutto tranne la sua guida che, camaleontica, è riuscita a imporsi quale nuovo garante della Costituzione e dell’appartenenza di Roma al consesso europeo.

Una lezione di politica? Sì, certamente. Ma è soprattutto una lezione che riguarda i rapporti fra Europa e Paesi membri. E cioè che l’Unione europea sa come adulare, premere e spingere i governi a mettere in atto politiche non contrarie all’essere membri della grande “famiglia” europea. Inutile negarlo: chi fa ciò che dice l’Europa e chi dimostra fedeltà all’asse franco-tedesco, difficilmente sbaglia se vuole rimanere saldamente al timone di un Paese e amico dell’establishment. Un circuito palese e ovvio, che si è manifestato non solo in Italia, ma in tutta Europa. E gli esempi sono molti.

Il primo ad aver capito cosa significa essere fedeli alla linea di Bruxelles è stato Alexis Tsipras. Ricordiamo tutti i suoi attacchi nei confronti dell’Europa, quella minaccia di uscita dall’euro, il referendum contro la Troilka. Poi bastò una convocazione a Bruxelles e una strigliata di Angelas Merkel (che della Grecia è leader de facto) a fargli cambiare opinione. Così, dopo la pubblica abiura sull’uscita dell’euro e l’inserimento della Cina ad Atene, Tsipras è iniziato a essere il simbolo di una sinistra radicale che si riscopre europeista. Ed è sì stato soppiantato da Mitsotakis alle ultime elezioni. Ma di fatto ad Atene non c’è stata alcuna rivoluzione. E l’Europa ha garantito il salvacondotto. Ma non è da sottovalutare neanche la sorta politica di Viktor Orban, che è vero che continua a essere la spina nel fianco del Partito popolare europeo e dell’Ue, ma di fatto non se ne va mai né dal Ppe né dall’Unione, confermando invece che la partnership strategica con la Germania è più forte che mai.

Quello stesso salvacondotto che adesso è stato garantito all’Italia di Conte. Tutti i leader europei, magicamente, hanno iniziato ad apprezzare il premier (non più) dimissionario italiano. I capi di Stato e di governo del Vecchio continente hanno dato ampio credito al capo dell’esecutivo gialloverde, ora rosso-giallo. Lo spread cala sensibilmente da quando si è saputo di un Conte-bis con il Partito democratico nelle stanze del potere. Le alte sfere dell’Unione europea hanno benedetto la nuova alleanza “quasi Ursula”, e tutti sono soddisfatti dal fatto che Conte abbia trasformato i Cinque Stelle e che adesso sia il Pd a poter blindare le direttrici della politica italiana proiettandole su Berlino, Bruxelles e Parigi. E tutto, naturalmente, rinnegando quelle sfumature sovranista che avevano fatto preoccupare tutti.

L’endorsement europeo verso Conte è iniziato da tempo. E c’erano tutti i sintomi di questo cambiamento e della moral suasion avviata nei corridoi della capitale belga e delle cancelliere dell’Ue. È stato soprattutto quel voto a favore di Ursula von der Leyen ad aver rimosso il velo. il leader del governo giallo-verde aveva già deciso di far cambiare colore all’esecutivo. Resta il giallo, cambia l’altro. Ma resta lui, che garantisce piena continuità e legami con l’Europa. E l’Europa ha fatto di tutto per avere alo stesso tempo continuità e rottura convincendo l’Italia a scegliere un’altra strada. C’è chi la chiama responsabilità, chi, invece, pavidità. Quello che è certo, è che l’Italia è stata di fatto commissariata da due forze, anche per demeriti di Matteo Salvini. l’Europa può gestirla meglio senza possibili colpi di cosa. Mentre gli Stati Uniti sono garantiti da Conte che, con Trump, ha instaurato un ottimo rapporto. Evidentemente le garanzie del governo giallo-verde non bastavano più.