Se il Movimento Cinque Stelle continua a proporre il dialogo con la Cina e conferma la volontà di unire gli sforzi nella Nuova Via della Seta, la Lega comincia a predicare calma. O “prudenza”, come riporta anche La Stampa. Le sirene americane hanno attratto il Carroccio, che si è dimostrato in questi mesi molto più attento agli interessi Usa e all’alleanza fra Roma e Washington, soprattutto in ottica di asse fra l’amministrazione di Donald Trump e il partito di governo.

Dai piani alti della Lega sono sempre più titubanti nei confronti del Memorandum of Understanding (MoU) che l’Italia si prepara con la Cina. E l’attenzione dei leghisti è tesa soprattutto alla forte sinergia nata con l’attuale presidenza americana, che ha già messo in guardia Palazzo Chigi (e in particolare anche il partiti di Matteo Salvini) su quanto potrebbe accedere in caso di inserimento di Roma nell’iniziativa cinese.

Le frasi di Salvini di questi giorni sono state il simbolo di un richiamo generale. Dopo le aperture verso Pechino, confermate dalla stessa presenza di un sottosegretario come Michele Geraci in quota Lega, il partito ha iniziato a cambiare atteggiamento. Dal partito continuano a ribadire che senza chiarezza su MoU non approveranno alcuna firma con la Cina, che potrebbe avvenire proprio durante il viaggio di Xi Jinping in Italia il 22 e 23 marzo.

Fonti vicine al governo hanno fatto sapere a La Stampa che il pranzo al Quirinale fra i ministri e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia stato tutto sommato sereno, ma non privo di momenti tensione. Il capo dello Stato e il ministro Enzo Moavero Milanesi hanno voluto marcare alcuni punti essenziali. Matrtarella ha confermato la volontà di mantenere i rapporti economici e commerciali con la Cina, benedicendo l’inserimento dell’Italia nelle rotte commerciali del gigante asiatico. Ma ha anche voluto ribadire alcuni punti essenziali per rassicurare gli alleati Nato e Ue. Un punto su cui il capo dello Stato è apparso inamovibile.

Così, come spesso accaduto in questi mesi, a provare a trovare una quadra è stato Giancarlo Giorgetti, il potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il rappresentante leghista è il vero e proprio tessitore delle trame politiche leghiste. E non a caso è stato recentemente attaccato dal pentastellato Gianluigi Paragone, che lo ha definito “l’uomo delle élite”. Giorgetti rappresenta il legame fra il Carroccio e i diversi poteri che influiscono sensibilmente sulla politica italiana. E il suo viaggio negli Stati Uniti è stato l’esempio perfetto di questo ruolo del sottosegretario.

Così, nell’ultimo incontro fra Palazzo Chigi e Quirinale, è arrivata la mossa di Giorgetti: rafforzare il “golden power” del governo nell’ambito dei rapporti con la Cina. Per il sottosegretario, è essenziale rafforzare il potere del governo soprattutto in un’ottica di tutela dell’interesse nazionale. La rete 5G in mano cinese, unita ai dubbi sull’ingresso di Pechino nei grandi porti italiani, ha preoccupato sia l’intelligence di Roma che quella degli Stati Uniti.

E per tranquillizzare servizi e alleati, Giorgetti ha deciso di puntare su questa mossa di compromesso. Anzi, lo stesso sottosegretario, in un incontro di Limes, ha tenuto a ribadire che “è davvero ridicolo parlare di minaccia fascista in Italia o di distacco delle sue classi dirigenti politiche ed economiche dagli Stati Uniti”.

“Le libertà personali, i diritti di proprietà e quelli d’autore, la tutela dei lavoratori hanno un significato molto diversi per noi e per il governo cinese. Lì prevale un modello di capitalismo di Stato che standardizza e annulla le individualità” ha spiegato lo stesso Giorgetti. E questa frenata nei confronti di Pechino arriva non troppo lontana da un’altra sua dichiarazione in cui ha detto di essere “prudente per natura”, chiedendo di leggere il memorandum prima di poter dare l’ok.

Ma in questi giorni è tutta la Lega ad aver dimostrato delle resistenze. Claudio Borghi, ospite del programma Otto e Mezzo di La7, ha detto: “Siamo molto indietro nelle relazioni con la Cina per portare lì le nostre aziende, rispetto ad esempio alla Germania: la Merkel ci è andata 11 volte con il ‘codazzo’ di imprenditori tedeschi. Avremmo la possibilità di recuperare però stiamo parlando di un sistema di rapporti molto delicato. Queste cose non vanno fatte in modo troppo affrettato, è necessario essere prudenti e fare maggiori approfondimenti”.

Torna quindi il tema “prudenza”, ripetuto ormai come un mantra fra i vertici del Carroccio. Ieri, anche il sottosegretario Guglielmo Picchi ha insistito sul punto a Radio Rai 1: “I due punti su cui bisogna essere estremamente cauti sono: la parte energetica e le telecomunicazioni. Su questo è necessario ancora qualche approfondimento e dibattito interno al Governo”.

Il sottosegretario agli Esteri ha detto anche: “Una delle parole che mi preoccupano in questo Memorandum of understanding è la condivisione dell’interoperabilità. Per un paese della Nato, l’interoperabilità tra eserciti, aviazioni, marine, sistemi d’arma è qualcosa su cui bisogna essere estremamente cauti perché avere interoperabilità con paesi membri, e parlo di qualunque paese terzo, può mettere a rischio l’efficienza e la sicurezza dell’alleanza atlantica”. Parole che indicano una rotta molto chiara: il Carroccio sta rallentando sulle aperture verso il dragone.