Dal 21 maggio sventola la mezzaluna e stella turca su un piccolo lembo di terra di 1,6 ettari sotto sovranità greca ubicato sulla sponda orientale del fiume Evros, uno dei punti di confine terrestri con la Turchia. Quella striscia di territorio, conquistata manu militari da una piccola forza di 35 soldati e agenti speciali, adesso appartiene ad Ankara, che sino ad ora ha rifiutato le richieste di ritirata provenienti da Atene. Dall’Unione europea non è pervenuto nessun commento e il motivo è semplice: è pienamente consapevole che sarà la prossima vittima dell’agenda espansionistica di Recep Tayyip Erdogan.

L’invasione

Nella giornata di giovedì, una piccola squadra composta da 35 fra soldati e forze speciali turche ha preso il controllo di un piccolo lembo di terra all’altezza di Melissokomeio, costruendo un accampamento nei pressi della città di Feres, la cui presenza è segnalata da una bandiera turca sventolante dalla cima di un albero. Si tratta un gesto simbolico, alla luce delle dimensioni risibili del territorio occupato, ma non per questo è da trascurare perché, in altri tempi, sarebbe stato l’equivalente di una dichiarazione di guerra.

Il governo turco ha giustificato l’invasione come una reazione ai presunti tentativi greci di alterare la demarcazione territoriale a detrimento di Ankara per mezzo di lavori di livellamento, il governo greco sostiene che si trattasse di semplici cantieri destinati a rafforzare le misure protettive dei muri di delimitazione in funzione anti-immigrazione clandestina.

L’invasione non arriva come un fulmine a ciel sereno, perché i soldati greci erano stati colpiti dal fuoco turco e lo spazio aereo greco violato regolarmente dall’aviazione di Ankara sin dalla scoppio della crisi migratoria di fine febbraio-inizio marzo, scatenata da Erdogan come rappresaglia nei confronti dell’Unione europea per via del mancato supporto diplomatico sulla questione di Idlib

La Grecia in ostaggio

Il governo greco è interessato ad una de-escalation del conflitto e il 23 maggio, il ministero degli esteri, attraverso una nota, ha voluto smentire le notizie che vedrebbero quell’ettaro di terra caduto sotto il controllo turco: “Non c’è nessuna forza straniera sul territorio greco”.

Il tentativo di dialogo diplomatico caldeggiato da Atene, però, potrebbe rivelarsi controproducente: Ankara non ha intenzione di abbandonare quella piccola porzione di territorio che, de facto, rappresenta un precedente destinato a fare scuola nelle relazioni bilaterali fra i due paesi.

Erdogan non darà l’ordine di ritirata fino a che non otterrà qualcosa di concreto in cambio, come l’apertura di un tavolo negoziale che riapra e risolva (anche solo parzialmente) la questione dei territori contesi nella Tracia orientale e nell’arcipelago del mar Egeo. In entrambe le aree, è da più di un trentennio che la Turchia agisce come se possedesse la sovranità esclusiva, rendendosi protagonista di frequenti sconfinamenti che, a volte, hanno avuto anche un tragico epilogo.

Nel 1996 si è rischiata l’esplosione di una guerra per via della crisi di Imia, un’isola greca al largo del porto turco di Bodrum sulla quale Ankara reclama sovranità nonostante il trattato di Losanna del 1923, la Convenzione fra Italia e Turchia del 1932 e il trattato di Parigi del 1947, forniscano un quadro molto chiaro sulla demarcazione territoriale e marittima fra i due paesi.

Il 27 gennaio, alcuni giornalisti del quotidiano Hürriyet decisero di mettere piede nell’isola, sostituendo la bandiera greca con quella turca – il tutto trasmesso in diretta televisiva. Il giorno seguente, la Marina greca ripristinò la gerarchia delle bandiere ma senza che questo influisse in alcun modo sull’agenda espansionistica di Ankara, ormai spettacolarizzata dall’azione dei giornalisti.

A fine mese, la notte del 31, sull’isola esplose una schermaglia fra la Marina di Atene ed una squadra di militari turchi scoperta nel corso di una ricognizione; si concluse con lo schianto al suolo di un elicottero greco, nel quale morirono i tre ufficiali a bordo: Christodoulos Karathanasis, Panagiotis Vlahakos ed Ektoras Gialopsos. Le circostanze dell’incidente non sono mai state chiarite, sebbene ancora oggi sia ampiamente diffusa l’ipotesi che si sia trattato di un abbattimento. L’accensione di un conflitto fu evitata soltanto dal perentorio intervento della diplomazia statunitense.

Grecia invasa, Europa avvisata

La Grecia, per ragioni di contiguità geografica, è la prima e principale vittima delle ambizioni imperialistiche turche sul Vecchio Continente, ma sono numerosi i paesi ad essere sotto scacco, o comunque minacciati in maniera particolare, dall’agenda neo-ottomana di Erdogan.

Vi è la questione cipriota, isola-stato del Mediterraneo orientale che nel 1974 è stata invasa militarmente dalla Turchia e nove anni più tardi, nel 1983, ha assistito alla nascita di uno Stato fantoccio al proprio interno, la Repubblica Turca di Cipro del Nord, che non gode di nessun riconoscimento internazionale ma, ciò nonostante, esiste, esercita piena sovranità e funge da motivo di legittimazione per le pretese territoriali di Ankara nelle acque circostanti. L’entrata di Cipro nell’Unione Europea nel 2004 non ha comportato alcun beneficio da questo punto di vista, perché la situazione non è mai stata risolta, riemerge periodicamente e da diversi anni è stata aggravata dalla scoperta di grandi giacimenti di gas naturale nelle acque cipriote, sui quali ha messo gli occhi la Turchia.

La Bulgaria ha recentemente scoperto di avere un problema di radicalizzazione religiosa all’interno dei propri confini, specificamente nella comunità rom, per il quale sono stati messi sotto accusa degli imam sul libropaga di Ankara che, fino a poco tempo fa, godeva del monopolio esclusivo nella gestione della realtà islamica del paese. Radicalizzazione a parte, nei mesi scorsi si è assistito anche ad un confronto diplomatico a distanza per via di un commento del presidente turco relativo alla città di Khardzali, ritenuta “spiritualmente” turca.

In Moldavia, piccolo paese incastonato fra Romania ed Ucraina che l’Ue sta tentando di allontanare dalla sfera d’influenza russa attraverso la diplomazia dell’euro (finanziamenti, prestiti, donazioni, aumento dell’interscambio commerciale), la Turchia sta portando avanti una propria agenda, parallela e potenzialmente conflittuale con quella europea (e russa). Infatti, nella Gagauzia, regione autonoma a maggioranza turcica che nei primi anni ’90 ha tentato la secessione, il dinamismo di Ankara sta alimentando il ritorno in scena del nazionalismo gagauzo. Le strade e l’architettura di Comrat, il capoluogo, sono state riscritte dall’Agenzia di Coordinamento e Cooperazione Turca, che negli ultimi trent’anni ha investito qui la maggior parte dei 24 milioni di dollari spesi in Moldavia.

Sebbene l’Ue non abbia bisogno di un nuovo conflitto all’interno del Vecchio Continente, che agirebbe in senso contrario all’agenda per l’allargamento, Erdogan ha reiterato più volte il proprio supporto alle rivendicazioni di “maggiore autonomia” del popolo gagauzo e ha saputo sfruttare sapientemente l’esplosione della pandemia, inviando aiuti umanitari alla piccola regione ed ottenendo in cambio la prossima apertura di un consolato a Comrat.

Ma non sono soltanto i piccoli stati ad essere esposti al muscolarismo turco, perché anche le medie e grandi potenze sono state colpite indirettamente. I paesi che ospitano al loro interno delle cospicue comunità turche, come Paesi Bassi e Germania, hanno scoperto di essere ricattabili per ragioni demografiche e di stabilità sociale e, inoltre, all’interno di quelle diaspore, i potenti servizi segreti turchi, Milli Istihbarat Teşkilati, hanno costruito delle vaste reti di informatori ed infiltrati per condurre azioni di spionaggio.

Un futuro cupo per l’Ue

Nei giorni della pandemia, il popolare giornale Daily Sabah, noto per essere una delle voci dello stato profondo turco, ha prodotto diversi editoriali dal contenuto interessante che, però, sono passati colpevolmente sotto traccia in Occidente. In uno di questi approfondimenti, emblematicamente intitolato “The dream of a great Turkey reborn” (Il sogno di una grande Turchia è rinato), vengono ripercorse le tappe storiche che hanno portato alla scomparsa dell’impero ottomano, alla nascita della repubblica e al lungo percorso verso la normalizzazione e la rinascita.

L’approfondimento è ricco di passaggi interessanti e carichi di significato, come un paragrafo dedicato alla “resistenza contro la colonizzazione culturale”, ossia ai tentativi di occidentalizzare l’identità turca, ed uno dedicato al defunto Necmettin Erbakan, brevemente primo ministro dal 1996 al 1997, quando fu obbligato dalle forze armate a rassegnare le dimissioni per via della sua agenda politica palesemente neo-ottomana e islamista e in contrasto con i valori laici e kemalisti della repubblica. Erbakan, il cui nome fino ai tempi recenti era innominabile (perciò la sua commemorazione è ancora più importante) è stato uno dei più notevoli pensatori ed esponenti del movimento islamista Millî Görüş e, soprattutto, è stato il mentore di Erdoğan.

Il politologo Samuel Huntington lo aveva profetizzato nel celebre Scontro di civiltà che, nel nuovo secolo, si sarebbe assistito alla probabile rinascita della Turchia quale potenza non occidentale, estremamente identitaria e guidata da ambizioni egemoniche sul mondo islamico e sui territori ex ottomani e, di conseguenza, inevitabilmente in conflitto con la vicina Europa. La detronizzazione morbida di Erbakan non ha impedito che l’islam politico prendesse infine il sopravvento, e sia le forze armate turche che l’Occidente hanno ampiamente sottovalutato il significato del breve esecutivo che, di fatto, ha anticipato e spianato la strada alla successiva entrata in scena di Erdogan.

Il fatto che la pubblicazione dell’editoriale abbia preceduto di poche settimane la storica decisione di invadere il territorio greco è la prova definitiva che la Turchia, intesa come grande potenza storicamente contrapposta al blocco-civiltà europeo, è veramente rinata. Il ricatto migratorio degli scorsi anni, ancora in piedi, la crescente retorica anti-europea nel discorso politico turco, e la miriade di schermaglie verbali e fisiche (come l’incidente della Saipem 12000) avvenute sullo sfondo, erano il preludio di quel che sarebbe accaduto nel nuovo decennio degli anni 2000, di quel che accadrà nei prossimi anni. La Grecia è stata invasa, e l’Ue è avvisata: questa volta non è la Turchia il malato d’Europa.

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