Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Fin dal 2011, la guerra civile siriana ha avuto una dimensione internazionale. In primo luogo perché diversi Paesi – Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti – si sono fatti promotori (e in alcuni casi anche agitatori) della rivolta contro Bashar Al Assad. In secondo luogo perché ciò che è successo in Siria ha sempre avuto riflessi in campo internazionale. La crisi dei migranti ne è l’esempio concreto. Quando, ad agosto 2013, i media rilanciarono la notizia che il presidente siriano aveva gasato i civili a Ghouta (notizia poi rivelatasi falsa, come ha dimostrato un’inchiesta del premio Pulitzer Seymour Hersh), l’Occidente condannò l’accaduto, senza rendersi conto di esser caduto in un “trappolone” orchestrato dai ribelli. Anzi:gli Stati Uniti stavano già scaldando i motori dei loro caccia per intervenire militarmente contro la Siria.

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Se guardiamo gli schieramenti sul campo, troviamo diverse potenze internazionali schierate chi con una fazione e chi con l’altra. I ribelli (più o meno moderati) sono sostenuti da Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia.  Dall’altra parte c’è invece Bashar Al Assad sostenuto in maniera diretta da Hezbollah libanesi, Iran, Russia e Iraq e in maniera indiretta da Cina, Corea del Nord, Venezuela, Bielorussia, Algeria ed Egitto.

Una guerra mondiale in piena regola, come l’ha definita anche l’arcivescovo di Aleppo, monsignor Joseph Tobij: “In Siria non ci sono né una rivoluzione né una guerra civile. C’è la terza guerra mondiale per procura. Noi siamo un giocattolo nelle mani delle grandi potenze”.

Questa guerra mondiale è scoppiata nel 2011, quando Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti decisero abbattere il governo di Assad. Un’operazione che sarebbe dovuta durare pochi mesi ma che si è trascinata per oltre cinque anni e che è stata interrotta dall’intervento russo del settembre 2015.

La Russia ha infatti interessi geopolitici nel Paese, primo fra tutti il porto di Tartus, l’unico porto di Mosca nel Mediterraneo. Ma non solo: con l’intervento in Siria Putin ha dimostrato che la Russia è tornata ad essere una superpotenza della quale gli Stati Uniti devono tenere conto.

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L’intervento di Hezbollah in Siria è servito invece a stroncare l’avanzata dell’estremismo sunnita e a rafforzare la presenza del Partito di Dio nella regione. Soprattutto, come ha detto il leader del movimento Hassan Nasrallah, Hezbollah ha deciso di intervenire perché “gli Usa volevano frammentare il Libano e la Siria. In Siria spingendo il Paese nel caos e in scontri interni come in Iraq. In Libano creando uno Stato sunnita, uno alawita, uno cristiano e uno druso”. Lasciando così gli sciiti senza uno Stato.

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Interessi simili a quelli dell’Iran, alleato storico della Siria. Certamente i pasdaran sono intervenuti per sostenere il governo di Bashar Al Assad, ma anche per arginare l’avanzata sunnita nell’area. Per realizzare questi obiettivi, ha lasciato mano libera a Qasem Soleimani, comandante dell’unità Al Qods: “La strategia di Suleimani è incentrata su due punti. Il primo consiste nella formazione e nel finanziamento di una milizia di 150 mila unità, denominata Jaysh al Sha’bi, concepita sulla falsariga dei Basij iraniani, con il compito di supportare in futuro le attività dell’Esercito regolare siriano. L’addestramento, il supporto militare e di intelligence (questo è il secondo punto) viene fornito sia al Jaysh al Sha’bi sia all’Esercito siriano dalle forze di terra dei Pasdaran (Irgc), dalla Unità Al Qods, dai servizi d’Intelligence, Hezbollah e formazioni sciite paramilitari varie di vari Paesi”.

La presenza di questi attori internazionali rende ancora più complessa una possibile soluzione del conflitto siriano. I russi hanno provato in più occasioni a collaborare con gli Stati Uniti, ma senza risultato. Tutto, in Occidente, sembra ruotare attorno alla cacciata di Assad. Ma ne vale davvero la pena?

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