La pesca, oltre ad essere un comparto importante in un paese come il nostro che si affaccia sul Mediterraneo e che ha storiche radici culturali nel rapporto con il mare, è anche fonte di sostentamento per centinaia di famiglie: un singolo peschereccio, con le sue reti e le sue strumentazioni, può anche rappresentare la vita per tutte le persone che vi lavorano a bordo e nell’indotto ad esso connesso. Ecco perché la notizia arrivata da Bengasi nei giorni scorsi, inerente l’affondamento presso il porto della seconda città libica di un natante sequestrato a dei pescatori siciliani nell’ottobre 2012, ha gettato nello sconforto non solo i proprietari che già da cinque anni erano privati del proprio principale mezzo di lavoro ma, al tempo stesso, l’intera comunità marinara della Sicilia: Questo è l’ultimo atto – scrive Giovanni Tumbiolo, presidente del distretto della Pesca, in una lettera inviata al premier Gentiloni – di una guerra dimenticata, guardata talvolta dalle istituzioni come se fosse una guerra privata fra miliziani e questa comunità marinara”.

Una guerra ‘silenziosa’ combattuta lungo il canale di Sicilia

Quello del motopesca ‘Daniela L’, questo il nome del natante affondato nel porto di Bengasi, è soltanto uno dei tanti casi che ha inflitto negli anni duri colpi alla pesca lungo le nostre coste: non solo la crisi del settore e le politiche comunitarie spesso controproducenti per l’intero comparto, i pescatori siciliani devono guardarsi anche dagli screzi con le autorità tunisine, algerine e libiche che vanno avanti da anni. Sono innumerevoli gli episodi che vedono i pescherecci provenienti soprattutto da Mazara del Vallo, la cui comunità marinara è la più importante in Sicilia in termini di pescato e fatturato e che rappresenta un vitale indotto per il territorio, sequestrati dalla guardia costiera della Tunisia o della Libia e, in alcuni casi, anche dell’Algeria; tra i pescatori siciliani non si esita a chiamare tutto ciò con il nome di ‘guerra del pesce’: “Questa guerra – scrive ancora Giovanni Tumbiolo – ha provocato negli anni 3 morti, 27 feriti colpiti dal fuoco di militari di paesi rivieraschi.”

“Sono stati oltre 300 i pescatori prigionieri e detenuti nelle carceri dei paesi nordafricani di Libia, Tunisia, Egitto ed Algeria – ha poi proseguito il presidente del distretto – Pesanti gli oneri pagati per il riscatto degli oltre 150 pescherecci sequestrati dei quali sei definitivamente confiscati, cui si aggiunge oggi il Daniela L. Un danno economico che gli esperti dell’Osservatorio della Pesca del Mediterraneo hanno calcolato in oltre 100 milioni di euro e sociale con la perdita di oltre 4.000 posti di lavoro.” Numeri importanti quindi, che testimoniano una situazione che da tempo è oramai diventata insostenibile per chi pratica questo mestiere; soprattutto dagli anni 90 in poi, sequestri od arresti di pescatori nelle acque internazionali all’interno dello specchio d’acqua compreso tra Sicilia e nord Africa, avvengono con una certa regolarità: il nodo della questione riguarda la definizione dei confini marittimi, specialmente con i governi di Tunisi e Tripoli. Da quando poi a Tripoli, dal 2011 in poi, è il caos a regnare la situazione è andata via via peggiorando e, non a caso, il motonave Daniela L è stato sequestrato da una milizia armata nell’ottobre 2012 a 38 miglia dalle coste libiche; ogni peschereccio sequestrato o, peggio ancora, affondato o confiscato significa intere famiglie che a terra rimangono senza sostentamento.

Le rivendicazioni dei tratti di mare nel canale di Sicilia

La questione dei confini marittimi tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, si trascina da diversi decenni: l’Italia, in particolar modo, ha in tal senso avuto non pochi problemi tanto con la Tunisia quanto con la Libia; nel primo caso però, esiste un accordo tra Roma e Tunisi siglato nel 1971 e ratificato nel 1978 nel quale viene sancito il principio della ‘linea mediana’ da tracciare sulle mappe in un tratto di mare equidistante dalle due coste. Con la Libia il problema invece è sempre apparso sempre più complicato: secondo le consuetudini internazionali, rese poi anche fonti di diritto scritto con la Convenzione di Montego Bay del 1982, la sovranità dello Stato sul proprio mare si estende fino a dodici miglia partendo dalla linea di base della costa; al di là delle acque territoriali invece, si ha la Zona Economica Esclusiva (ZEE) la quale, sempre in base alla Convenzione sopra citata, si estende fino a 200 miglia. In questa porzione di mare, lo Stato rivierasco non esercita la sua sovranità, ma ha comunque dei diritti esclusivi sullo sfruttamento delle risorse della colonna d’acqua sovrastante il fondale marino e questo viene internazionalmente accettato, in via consuetudinaria, anche se la ZEE, come nel caso dell’Italia e della Libia, non è stata effettivamente proclamata dai rispettivi governi di competenza. 

Dunque, lo Stato che esercita diritti entro la distanza di 200 miglia non può impedire il passaggio di navi battenti altra bandiera ed appartenenti ad un altro Stato mentre, al contrario, può intervenire se un natante è impegnato a sfruttare le risorse marine di quel determinato specchio d’acqua; in poche parole, qualsiasi mezzo transiti nella ZEE non può essere sequestrato se non per attività di terrorismo, di pirateria o di sfruttamento delle risorse senza alcun permesso. Nel caso della Libia però, sussistono dei problemi inerenti alcune rivendicazioni da parte di Tripoli; la questione è concentrata soprattutto in merito lo status del Golfo della Sirte, in cui il Mediterraneo si incunea per diverse miglia lungo una linea ideale tracciata tra Bengasi e Misurata: secondo il paese nordafricano, questa porzione del ‘mare nostrum’ è da considerarsi come ‘Baia Storica’ e dunque il conteggio delle miglia per determinare la ZEE deve partire dalla linea lungo le due città sopra citate e non invece dalle coste di Sirte. Un’interpretazione pur tuttavia unilaterale e non accettata a livello internazionale, la quale però è alla base di diverse azioni compiute in passato dalla marina libica contro nostre imbarcazioni spintesi, secondo Tripoli, in acque di propria competenza.

Il caos in Libia ha peggiorato la situazione

 la sentenza della Corte Internazionale del 1985, intervenuta circa la controversia tra Malta e Libia per la delimitazione dei confini marittimi, né tanto meno il trattato di amicizia tra Italia e Libia del 2008 hanno risolto la questione; oggi, che a Tripoli siede un governo incapace di controllare la stessa capitale, il problema per il nostro paese e soprattutto per i pescatori siciliani è notevolmente peggiorato. La querelle sui limiti territoriali non può essere risolta a breve termine, mentre dalla caduta del governo di Gheddafi in poi non sono mancati, come nel caso della Daniela L, i casi in cui singole milizie armate utilizzino gommoni per abbordare e sequestrare nostri pescherecci; una situazione quindi che è andata solo a peggiorare e che sembra destinata a trascinarsi per lungo tempo, con i vari governi italiani impotenti od in alcuni casi incapaci di garantire la necessaria sicurezza.

Spesso i sequestri, avvenuti con il pretesto di evitare la pesca ad imbarcazioni spintesi dentro acque considerate di competenza libica, sono stati utilizzati come vera arma di pressione su Roma; questo vale, in realtà, anche per Tunisia ed Algeria in cui le rispettive guardie costiere hanno rilasciato imbarcazioni siciliane dopo aver ricevuto le somme (a volte anche oltre cinquantamila Euro) richieste agli armatori per poter riprendere l’attività e far tornare a casa l’equipaggio. In Libia, proprio in questi giorni ed al di là di quanto accaduto al Daniela L, l’affaire appare anche di natura prettamente politica: sul ‘The Libya Observer’ e ‘Al Marsad’, quest’ultimo quotidiano vicino alle posizioni di Haftar, da alcuni giorni vengono pubblicati reportage in cui si accusa la marina italiana di aiutare e scortare pescherecci che praticano la pesca in acque libiche. Per Roma, nei suoi rapporti con i tanti gruppi che provano a spartirsi il potere in Libia, si tratta un’altra grana ed un’altra forma di pressione oltre alla questione, più spinosa a maggiormente avvertita dalla popolazione, dell’immigrazione; intanto, a Mazara del Vallo, la paura di vedere il proprio lavoro vanificato a largo della Sicilia è sempre più in agguato.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY