La Germania non è il paradiso dell’accoglienza come ci hanno raccontato per mesi. Nonostante i proclami di Angela Merkel sul profondo senso civico del popolo tedesco e sulla capacità quasi illimitata di ricezione di milioni di profughi, giunti in Germania dalla famigerata rotta balcanica, il sistema tedesco sta lentamente, ma inesorabilmente, erodendosi. Purtroppo l’analisi di questa delicata situazione sociale non è soltanto dettata dall’osservazione di alcuni episodi passati agli onori della cronaca, ma dai dati ufficiali riportati sia dal ministero dell’Interno tedesco, sia dalle Ong presenti sul territorio. Nel 2016, le denunce per aggressione avvenute nei confronti di rifugiati, centri di accoglienza o associazioni impegnate nel volontariato si aggirano intorno alle 3500. Facendo un rapido calcolo, si presume che vi siano state in media circa dieci aggressioni al giorno denunciate – cui vanno aggiunte pertanto quelle che rimangono nascoste alla giustizia tedesca.Sono numeri importanti, che non si sono interrotti neanche con l’arrivo del 2017. A marzo del 2017, le denunce per gli stessi crimini hanno raggiunto già la cifra di cinquanta. La stessa Berlino, capitale del sogno tedesco di Angela Merkel, è diventata in questi ultimi tempi il centro nevralgico delle aggressioni e delle denunce per reati contro i profughi o chi lavora nel settore. Ed è in particolare l’area Est di Berlino, la vecchia Berlino socialista, ad essere culla di questi crimini. Così come l’Est di Berlino, anche l’Est di tutta la Germania sta scivolando sempre di più nello scontro sociale fra rifugiati e cittadini tedeschi.I motivi sono molti, ma si possono sintetizzare nel fatto che la Germania, nonostante ormai venticinque anni di unità, non si sia effettivamente ancora unificata. E questa mancata unificazione riguarda sia la ricchezza delle regioni, sia le opportunità offerte. Perché se la Germania dell’Est non è certamente un’area depressa rispetto alle molte aree depresse d’Europa, è certamente l’area più depressa della Germania. I dati a partire dal 2013 dimostrano come il tasso di disoccupazione di tutte i Länder della vecchia Germania dell’Est si attesti tra il 10 e il 15%. Tali cifre rappresentano almeno il triplo di quelle sulla disoccupazione relative a regioni quali la Baviera o il Baden Württemberg. Stesse differenze per la città di Berlino rispetto al territorio nazionale, dove la disoccupazione giovanile ormai sfiora il 15% rispetto al resto della Germania, dove, al contrario, la media della disoccupazione giovanile rasenta un tasso del 5%.Risulta così evidente che Berlino, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, la Sassonia-Anhalt, sono tutte aree in cui la deindustrializzazione, la crisi ed anche la stessa riunificazione hanno condotto alla nascita di sacche di forte disagio sociale, più volte dimenticate dalla narrazione merkeliana. E se questi numeri si mettono in relazione con l’arrivo di milioni di profughi – circa 1,2 milioni tra il 2015 e il 2016 – si può comprendere come il disagio sociale sfoci presto in violenza. Si sviluppa quel meccanismo di “guerra fra poveri”, che l’Europa ha per anni volutamente occultato. Perché se è vero che la Germania è la locomotiva d’Europa ed i suoi tassi di crescita e di lavoro sono certamente superiori a quelli del resto dell’Unione Europea, è anche vero che esistono al suo interno, come dimostrato, aree dove la crisi si sente.In questo senso, non è da sottovalutare anche l’indice di voto dei movimenti di estrema destra tra le varie aree del Paese. L’alto numero di voti conquistato nelle varie elezioni amministrative dall’Alternative für Deutschland (Afd), partito che addirittura non esisteva alle precedenti  elezioni, dimostra come questo sistema economico e sociale stia velocemente trasformando lo scontento popolare in voto contro le vecchie formazioni della CDU e del Partito Socialdemocratico ed un voto che ha come primo obiettivo le politiche in tema di immigrazione della Große Koalition.Naturalmente, non va messo in relazione il fenomeno della violenza con il voto verso i partiti di destra. Va però messo in relazione il fatto che entrambi questi fenomeni abbiano inevitabilmente un loro comune denominatore nella contrarietà alla politica migratoria promossa da Angela Merkel. Aree del Paese in cui la globalizzazione ed i cambiamenti sistemici non hanno portato quei benefici sperati, diventano inevitabilmente la culla di fenomeni di massa che vedono l’arrivo di milioni di persone di cultura diversa e con necessità di lavoro come una minaccia per la già precaria condizione in cui vivono queste regioni. Un sentimento che ormai ha preso piede in tutte le aree più inquiete d’Europa.

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