Il puzzle africano è uno dei più complicati del panorama politico globale: basta muovere un pezzo per vedere mutare radicalmente l’intera composizione del quadro e degli altri tasselli. Un delicato equilibrio quello del continente nero, dove dossier apparentemente distanti l’uno dall’altro in realtà si riscoprono accomunati da casi e situazioni che alla lunga ne influenzano le dinamiche. Ed è il caso di quanto sta avvenendo lungo le acque del Nilo, lì dove l’Etiopia da anni è impegnata nella costruzione della diga cosiddetta “della Rinascita”, strutturalmente quasi completa ma ancora non aperta del tutto. Turbine spente e paratie chiuse non per motivi legati ai lavori, bensì per politica: se per Addis Abeba la diga è della rinascita, per l’Egitto rischia invece di essere l’opera della sciagura per via dei tanti metri cubi di acqua che potrebbe portar via dal Nilo, fiume lungo il quale sono situate le uniche terre coltivabili del Paese nordafricano. Incredibilmente l’affaire riguardante la diga si è legato negli ultimi giorni con il dossier libico: nel puzzle africano, il tassello Libia ha divelto i pezzi che componevano le velleità etiopi sul Nilo.

Usa ed Egitto dialogano sulla Libia

Subito dopo ferragosto il contesto libico è stato segnato da un’importante novità: il premier Al Sarraj da Tripoli e il presidente del parlamento Aguila Saleh dalla Cirenaica hanno avanzato le proprie proposte per un cessate il fuoco. Per la prima volta le parti hanno parlato di stop ai combattimenti, aprendo piccoli ma significativi spiragli per il dialogo. Il tutto per favorire in tempi brevi la ripresa dell’estrazione ed esportazione del petrolio, le cui attività risultavano ferme dallo scorso 17 gennaio, da quando cioè il generale Haftar ha preso la palla al balzo alla vigilia del vertice di Berlino per lanciare segnali sulla gestione dei proventi dell’oro nero. Dietro questa svolta ci sono gli Stati Uniti: da Washington si sta cercando di ridimensionare la portata dell’influenza turca e russa, lavorare per un dialogo tra le parti potrebbe in tal senso avvantaggiare le velleità della Casa Bianca.

In questa azione gli americani hanno ricevuto un decisivo appoggio dall’Egitto: l’ambasciatore Usa a Tripoli, Richard Norland, più volte è stato segnalato a Il Cairo durante il mese di agosto, le trattative e i contatti hanno riguardato la possibilità che il presidente egiziano Al Sisi premesse sulle autorità dell’est della Libia per provare una bozza di accordo per un cessate il fuoco. L’Egitto è infatti tra i principali finanziatori del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, nonché delle autorità politiche che hanno sede in questa regione della Libia, a partire proprio dal parlamento presieduto da Aguila Saleh. Le pressioni egiziane hanno funzionato su quest’ultimo, divenuto oramai massimo rappresentante delle istituzioni che hanno sede nell’est.

Washington congela i fondi destinati alla diga etiope

Cosa c’entra tutto questo con la diga etiope? La tessera del puzzle riguardante la gigantesca infrastruttura costruita sul Nilo si è incastrata con il dossier libico quando da Addis Abeba il locale governo ha emesso una nota di richiesta di chiarimenti agli Stati Uniti. In particolare, l’Etiopia vorrebbe comprendere come mai gli Usa hanno improvvisamente deciso di cancellare i finanziamenti previsti come supporto al progetto della diga della Rinascita. A confermarlo è stato su Twitter l’ambasciatore etiope a Washington, Fitsum Arega, secondo cui il proprio governo ha avanzato un’ufficiale richiesta di chiarimento circa un rapporto che annunciava l’avallo, da parte del segretario di Stato Mike Pompeo, del taglio dei fondi destinati ad Addis Abeba.

Secondo quanto trapelato nei corridoi diplomatici, gli Usa sarebbero intenzionati a bloccare qualsiasi forma di sostegno all’Etiopia sull’infrastruttura prima di un accordo con l’Egitto per la regolamentazione dello sfruttamento della acque del Nilo. Una decisione che è apparsa improvvisa: l’Etiopia è uno degli alleati africani più importanti per gli Stati Uniti, negli ultimi anni l’appoggio americano ha rappresentato uno dei capisaldi della politica estera di Addis Abeba e una delle certezze più significative nel Corno d’Africa. La decisione di Washington è collegabile alle trattative sulla Libia con l’Egitto. In cambio della pressione esercitata da Il Cairo su Saleh, la Casa Bianca si è impegnata nel “rivedere” la propria posizione su uno dei dossier più delicati e spinosi per Al Sisi.

Il braccio di ferro tra Il Cairo e Addis Abeba

La struttura oramai è pronta e di certo non verrà smontata: si tratta di una delle dighe più alte e grandi al mondo, un’impresa a cui ha partecipato anche l’italiana Impregilo e che dunque non può rimanere inutilizzata. Addis Abeba poi si dice pronta a riempire gli invasi e quindi a far entrare a pieno regime la struttura, la quale servirà a fornire elettricità ad una vasta regione dell’Etiopia. La questione quindi è un’altra e riguarda il quando e come riempire la diga. Se tutte le paratoie fossero aperte da subito, nell’immediato l’Egitto perderebbe almeno il 50% dell’apporto idrico del Nilo nel suo territorio. Si sta quindi lavorando ad un compromesso: l’idea è quella di riempire gradatamente gli invasi, in modo da evitare un drastico calo repentino della portata d’acqua del fiume in territorio egiziano. La partita si gioca sulle tempistiche di attivazione della diga, una partita divenuta all’improvviso un vero e proprio gioco ad incastro con il dossier libico.