I paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (Oea per la sigla in spagnolo) sceglieranno il 20 marzo il prossimo segretario generale. Le convulsioni sociali e politiche che attraversano il continente, alle quali si aggiungono le pressioni degli Stati Uniti su Venezuela, Bolivia, e Nicaragua, e ancora in materia di migrazioni, fanno di queste elezioni il teatro di una battaglia ideologica.

Il mandato del segretario generale della Oea è quinquennale. Al momento, sono state annunciate tre candidature e un anticipo di campagna ha già avuto inizio. Il contestato leader in carica, l’uruguayano Luis Almagro, è intenzionato a replicare. Gli si oppongono María Fernanda Espinosa, ecuadoriana, ex ministra della difesa, e poi degli affari esteri, di Rafael Correa, e il veterano diplomatico peruviano Hugo de Zela.

Questi dovranno ottenere l’avvallo di almeno 18 paesi su 34. Lo scontro si giocherà intorno al futuro politico delle Americhe, in tempi di declino economico, severa crisi migratoria, e rinnovata coscienza civile, espressa in movimenti di protesta e antagonismo governativo. Soprattutto, la scelta del nuovo segretario determinerà la continuità o la rottura della posizione finora assunta dall’Organizzazione riguardo al Venezuela, le cui sorti potrebbero essere decise a radice di questo voto.

La pressione contro la repubblica rivoluzionaria è stata la cifra di Almagro. Elemento di tensione costante, ha provocato significative fratture e generato l’impossibilità di adottare un’agenda comune di fronte a problematiche acute e trasversali, come la corruzione statale, la criminalità organizzata e la sicurezza pubblica. Altro punto cruciale è quello della Bolivia, sul quale ci sono valutazioni opposte e contrastanti, e che è costato ad Almagro duri giudizi alla sua gestione da parte di antichi amici come Cile, Costa Rica, Panama e Perù.

Con la progressiva perdita di rilevanza della comunità degli stati latinoamericani e caraibici e l’unione delle nazioni sudamericane, create da Hugo Chávez e Luiz Inácio Lula da Silva, la Oea ha l’opportunità di incidere nella definizione di strategie per lo sviluppo socio-economico. Per superare la recessione, il continente deve essere traghettato con sapienza e lungimiranza fuori dai pesanti retaggi del colonialismo e della guerra fredda, e oltre il cinismo di scelte estreme del capitalismo neoliberale, che hanno ingrassato oligarchie di ogni colore ed esacerbato le disuguaglianze.

Nonostante i dubbi che circolano all’interno della Oea, Almagro è ottimista rispetto alla rielezione. La sua candidatura, proposta dalla Colombia, ha l’appoggio degli Stati Uniti, forte del suo potere coercitivo, come nel caso di alcuni stati centroamericani. Anche il nucleo centrale del Gruppo di Lima – creato nel 2017 per trovare una soluzione pacifica allo stallo del Venezuela – è con Almagro.

Espinosa non può contare sull’Ecuador, avendo integrato l’esecutivo oppositore dell’attuale mandatario, in un paese dove si è scatenata una persecuzione giudiziaria nei confronti degli avversari politici, ma è presidente dell’assemblea generale dell’Onu, ruolo dal quale può incassare consensi. Una sua eventuale vittoria comporterebbe un cambio di rotta sul Venezuela. Gran parte dei paesi dei Caraibi, tradizionali alleati di Maduro e Cuba, hanno identificato in Espinosa la propria candidata. A questi si sommano Messico, Nicaragua e Argentina.

La terza via è rappresentata da de Zela, ambasciatore del Perù negli Stati Uniti, il quale invece è promosso dal suo paese, essendo stato scelto dallo stesso presidente della Repubblica. La sua missione è quella di persuadere gli indecisi, i critici, e quanti vogliano abbassare il livello delle ostilità. A ogni buon conto, tutto dipenderà da quali e quanti aspiranti si faranno avanti alla fine.