Questa mattina un Tupolev Tu-134AK della Vks (Vozdušno-Kosmičeskie Sily), le Forze Aerospaziali Russe, è atterrato a Minsk proveniente dall’aeroporto di Chkalovsky, base militare vicina alla cittadina di Shchyolkovo, nell’oblast di Mosca.

Il volo è stato visibile su una nota app per il controllo del traffico aereo mondiale, ma senza indicazioni su orario di arrivo, partenza e nemmeno destinazione, che è stata scoperta solo quando il Tupolev è atterrato nella capitale bielorussa.

Non è dato sapere chi ci fosse su quel velivolo, oppure se fosse vuoto perché inviato a prelevare qualcuno, ma vista la situazione particolare che si sta vivendo in Bielorussia e in base ai rapporti passati tra Minsk e Mosca possiamo provare a fare delle ipotesi.

Le elezioni che si sono tenute la scorsa domenica in quello Stato nato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica che rappresenta una delle due porte di ingresso della Russia ricordano più quanto avveniva nei Paesi del centro e sudamerica qualche decennio fa: polizia in assetto antisommossa per le strade coadiuvata dall’esercito, l’Omon, il reparto antiterrorismo mutuato dall’omonimo russo, schierato a presidiare i centri nevralgici del potere di Lukashenko. Il timore del presidente-autocrate era infatti che l’opposizione scendesse in piazza creando sommosse, cosa che puntualmente è avvenuta. Dura è stata la repressione: alcuni rapporti parlano di almeno un morto, mentre sono centinaia i dimostranti arrestati. Una sommossa che infuoca le strade di Minsk ancora oggi e che non accenna a diminuire di intensità.

Sul volo proveniente da Mosca potrebbe pertanto esserci qualche emissario del Cremlino col compito di “tastare il polso” di Lukashenko, o per meglio dire della sua capacità di tenere unito il Paese garantendo stabilità. Come abbiamo già detto la Bielorussia, insieme all’Ucraina, è assolutamente strategica per la sicurezza della Federazione Russa: con Kiev sempre più nell’orbita occidentale, Minsk resta l’ultimo “Stato cuscinetto” a frapporsi tra Mosca e la Nato.

La necessità di difendere i confini occidentali è stata presente nella mente dei governanti russi sin dai tempi di Caterina II La Grande. La Russia, a ovest, non ha barriere naturali che la proteggono da una possibile invasione, e l’unico modo che ha di scongiurare che un nemico possa dilagare nelle pianure del Bassopiano Sarmatico (come avvenuto già nella storia), che rappresentano il cuore politico, industriale, demografico e culturale del Paese, è quello di allargare i propri confini in quella direzione.

Ci provarono gli Zar, ci riuscì Stalin con l’Unione Sovietica vittoriosa al termine della Seconda Guerra Mondiale: il confine tra i due blocchi correva, parafrasando una nota frase di Winston Churchill, da Stettino sul Baltico sino a Trieste. Il presidente Putin, che oggettivamente ha perso il controllo sull’Ucraina, non può pertanto permettersi di perderlo anche sulla Bielorussia col rischio di vedere un governo filo-occidentale a Minsk: sarebbe un incubo per Mosca che potrebbe pertanto ricorrere a vie molto più sbrigative di un semplice putsch come quello in Crimea e decidersi a mettere in atto un risolutivo colpo di mano per imporre un governo “fedelissimo” al Cremlino.

La fedeltà. Una parola che Lukashenko sembra non conoscere a fondo, almeno se ci mettiamo nei panni di Putin: più volte l’autocrate bielorusso ha guardato con interesse a occidente e alla Nato, pur spendendo parole colme di retorica sulla “fratellanza” dei popoli slavi che unisce Minsk a Mosca. Non fraintendiamo però: non si tratta di un atteggiamento palesemente ostile nei confronti del Cremlino, ma di una sorta di ribellione per le ingerenze russe nella politica interna bielorussa.

Una ribellione che ha portato molto di recente, guarda caso, all’arresto in massa di 33 membri del gruppo di contractor russi noto come Gruppo Wagner, che attualmente è attivo in Libia, Siria e Sudan ma che è stato tra i fautori della “presa” della Crimea nel 2014, quando per le strade di Sebastopoli si vedevano quelli che erano stati definiti “omini verdi”, ovvero militari senza contrassegni di nazionalità che hanno fisicamente occupato i centri nevralgici della penisola, strategica per la Russia, e che, fedeli al manuale della nuova guerra ibrida, hanno tenuto un comportamento deciso ma con un occhio particolare alla propaganda, mostrandosi vicini alla popolazione russofona della Crimea con gesti da “conquista dei cuori e delle menti”.

Quel volo di oggi, peraltro, potrebbe anche essere direttamente legato all’arresto dei membri del gruppo Wagner: Lukashenko potrebbe aver deciso, dietro pressioni diplomatiche e anche in considerazione delle sommosse in atto ne Paese, di liberarsene per non avere in casa un altro problema oltre i sostenitori di Svetlana Tikhanovskaya che stanno mettendo a ferro e a fuoco la capitale, dopo giorni di tensioni vissute a colpi di accuse di possibili brogli.

Del resto sarebbe anche possibile che il Tupolev abbia portato in Bielorussia altri “consiglieri militari” in vista di un possibile tentativo di colpo di mano stabilizzante, ma come detto non ci è dato sapere la natura di quel volo, però l’andamento della situazione in Bielorussia nei prossimi giorni potrebbe darne un senso.

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