Dall’alto, il colpo d’occhio è terrificante. Le megalopoli cinesi, poiché costruite dal nulla, sono degli opprimenti disegni geometrici. Immensi filari di palazzine identiche per struttura e colore, strade larghe un centinaio di metri, edifici così grandi che risulta impossibile capirne l’impiego. Il tutto condito dall’immancabile nube di inquinamento.

Certo, quelle da più di un milione di abitanti sono ormai più di 100 sparse un po’ in tutte le latitudini, e quindi con le peculiarità climatiche più disparate. Ma molte di loro restano piuttosto simili in tutto. Anche nella malinconia.

Il tredicesimo piano quinquennale del Partito comunista cinese prevede l’urbanizzazione più o meno forzata del 60% della popolazione entro il 2020 e del 70% entro il 2030. In termini numerici il tutto si traduce in circa 300 milioni di persone da trasferire, per un fabbisogno stimato di oltre tre miliardi di metri quadrati di abitazioni da costruire dal nulla.

Per questo, il governo cinese si sta portando avanti già da anni, finanziando i colossi dell’edilizia, molti dei quali sotto il suo stesso controllo, che contribuiscono non poco alla cavalcata del Pil, di cui l’edilizia rappresentava nel 2015 il 14% totale.

Nel triennio precedente, infatti, la Cina ha utilizzato più cemento di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti nell’intero Ventesimo secolo. Questi miliardi di calcestruzzo sono serviti a costruire delle cattedrali nel deserto come Thianducheng, a due passi da Shanghai.

È una finta Parigi con tanto di Tour Eiffel in miniatura che, anziché ospitare gli oltre 100mila abitanti previsti, ne accoglie appena un decimo. O come Yujiapu, la piccola Manhattan, in cui centro finanziario con la baia dalla pianta del tutto simile alla Downtown di New York è tutt’ora semideserto. O ancora come Ordos, la più celebre tra tutte.

Sita dalle parti del confine con la Mongolia, ha una piazza centrale lunga oltre 2 chilometri e larga 200 metri, è costata 5 miliardi di dollari e dovrebbe aggiungersi in futuro alla lista delle megalopoli da oltre 1 milione di abitanti di cui sopra. Ad oggi però si fa fatica a riempirla per un terzo. Questa frenetica corsa al mattone può sembrare insensata, ma oltre a tenere a galla il settore, che per non implodere sta esportando il modello anche in Africa (in Angola, alla periferia di Luanda, è sorta un’intera città, Nova Cidade de Kalimba, in cui però gli abitanti locali non possono accedere, perché le case costano quanto quelle di una provincia italiana ma lo stipendio medio è 20 volte più basso), rappresenta un modo per incentivare compravendite e traslochi.

Grazie agli elevatissimi tassi di risparmio cinesi, in molti riescono a pagare in contanti gli appartamenti, preferendo questa forma di investimento all’acquisto di titoli azionari, pur lasciando le case vuote a tempo indeterminato. In molti però, non tutti.

Specie per le città di terza fascia l’accessibilità per le famiglie rurali resta limitata, tanto che alcuni governi regionali hanno dovuto escogitare i sistemi più disparati per aumentare il potere d’acquisto dei cittadini. Come i “fangpiao“, degli speciali ticket per l’acquisto di nuovi immobili che si ottengono ipervalutando la demolizione del proprio possedimento in campagna. O come gli sgravi dai 29 ai 44 dollari per metro quadro sugli acquisti di una casa in città offerti nella provincia di Sichuan. Oppure come i mutui a tasso zero per i neolaureati previsti da quella di Liaoning.

Gli effetti di queste campagne sono ancora modesti, ma se si pensa che in Occidente si impiegano anni, talvolta decenni, per costruire nuove reti di trasporti locali, appare ovvio che non si possa pretendere che città da un milione di abitanti si riempiano in pochi mesi.

In ogni caso però, questo periodo di transizione crea degli scenari doppiamente lugubri: da una parte le metropoli fantasma, dall’altra gli antichi villaggi disabitati, che come nel più classico dei sistemi di vasi comunicanti vengono inghiottiti dalla natura.

È il caso del piccolo Houtouwan, nell’isola di Shengshan, a una quarantina di miglia dalla costa di Shanghai. Si tratta di un villaggio di pescatori abbandonato già a metà degli anni ’90, quando le reti delle imbarcazioni iniziarono a tornare a riva senza più pesci.

Le seicento famiglie presenti furono tra le prime in tutta la Cina a fare fagotto e tentare fortuna in città, magari accontentandosi di alloggi di fortuna, non certo dei lussureggianti appartamenti appena costruiti. Per di più, non essendo ancora previsto nulla di simile ai “fangpiao”, le demolizioni delle vecchie cascine non erano finanziate da nessuno. E infatti rimasero lì dov’erano, finché la vegetazione non decise di riprendersele.

Oggi l’edera domina incontrastata, si arrampica dalla costa frastagliata fino ai bordi delle strade, ricoprendo qualsiasi segno del passaggio dell’uomo. Anche qui c’è spesso nebbia, quella vera però, che rende ancor più spettrale l’aria di decadenza infranta solo dal verde smeraldo della vegetazione. Il silenzio è sovrano, il senso di solitudine estremo. Sono solo in cinque gli irriducibili che hanno deciso di non piegarsi alla modernità e che continuano a vivere nelle case in cui hanno trascorso tutta una vita, accontentandosi di coltivare ortaggi e sostentandosi con i prodotti della terra. Soprattutto però, tramandano la storia di Houtouwan alle decine di turisti che arrivano dalle città lungo la strada per Shanghai. C’è chi si avventura partendo anche direttamente dalla metropoli, facendo le fortune dei villaggi vicini e sfidando la natura per percorrere le due ore di cammino che separano Houtouwan dal porto più vicino. Tutto per un salto nel passato, fino al cuore di quella Cina che non esiste più, ridisegnata dalle imprese del mattone e proiettata verso un futuro di grattacieli di vetro, cemento e schermi a led. Finché Madre Natura, fosse anche tra mille anni, non tornerà a reclamare ciò che è suo.