È passato un mese da quando gli equipaggi di due pescherecci italiani, il Medinea e l’Antartide, sono stati sequestrati dalle autorità dell’est della Libia a non più di 40 miglia a nord di Bengasi. In totale sono 18 i marinai, tra cui otto nostri connazionali, rinchiusi agli arresti domiciliari e, stando alle dichiarazioni rilasciate ad AgenziaNova dal generale Mohamed al Wershafani, in attesa di processo. Non è certo il primo caso del genere: già altre volte i pescherecci italiani sono stati oggetto di sequestro da parte delle autorità libiche, sia di quelle stanziate a Tripoli che in Cirenaica. Ma mai si era arrivati a un tempo così lungo in attesa della risoluzione del problema. Segno di un qualcosa che non sta funzionando.

Il ricatto di Haftar

Nell’era gheddafiana come in quella attuale, dal governo di Tripoli a quello dell’est del Paesi, i libici hanno sempre rivendicato una porzione di mare ben superiore rispetto a quella assegnata dal diritto internazionale. Secondo i vari governanti che si sono alternati alla guida del Paese nordafricano, il golfo di Sirte è da considerarsi baia storica e dunque di esclusiva pertinenza della Libia. Al contrario, norme e convenzioni internazionali regolate soprattutto dalla carta di Montego Bay, riconoscono come acque territoriali soltanto quelle posta a 12 miglia dal punto di costa, oltre le quali poi inizia la Zona Economica Esclusiva (Zee). La Libia delimita la propria Zee non dalla costa di Sirte, bensì da una posizione molto più avanzata rintracciata da un’ideale linea che congiunte Misurata e Bengasi. Quando i nostri pescherecci si spingono fin laggiù, pur avendo il diritto internazionale dalla loro parte, per i libici gli equipaggi stanno commettendo un reato sfruttando un tratto di mare di loro competenza.

Anche i marinai in attesa di processo in Cirenaica sono accusati di aver pescato in acque considerate libiche. Il generale Al Wershafani, membro del Libyan National Army comandato dal generale Haftar, ha precisato che del caso se ne sta occupando adesso il tribunale militare di Bengasi e che gli italiani saranno processati per ingresso in acque libiche senza autorizzazione. Ma in realtà c’è dell’altro. I due equipaggi sono stati presi in consegna dal Libyan National Army, l’esercito costituito da Haftar negli anni scorsi che controlla buona parte della Cirenaica. Il generale sta usando i 18 marinai detenuti a Bengasi per ricattare l’Italia: la loro presenza in Cirenaica potrà servire per tenere sulle spine il nostro Paese. Una circostanza dimostrata dalle parole del generale Khaled al Mahjoub,uno degli uomini più vicini a Khalifa Haftar: “Il comandante – si legge su AgenziaNova – rifiuta di rilasciare i pescatori italiani detenuti a Bengasi prima di liberare i giovani libici che le autorità italiane hanno condannato a trent’anni di reclusione con l’accusa di traffico di esseri umani”. I ragazzi libici in cambio dei marinai: è questo il “prezzo” chiesto da Haftar all’Italia.

Il generale prova a recuperare terreno

Con questo caso l’uomo forte della Cirenaica potrebbe avere tra le mani due grandi occasioni. Da un lato può aspirare a rientrare in gioco a livello internazionale: messo ai margini dopo la ritirata del suo Lna da Tripoli e dalle iniziative diplomatiche del presidente del parlamento insediato in Cirenaica, Aguila Saleh, Haftar può far sentire la sua voce trattenendo più a lungo possibile gli equipaggi dei pescherecci italiani. Ma non solo: l’altra importante occasione potrebbe giocarsela sul fronte interno. Chiedere la liberazione dei ragazzi libici detenuti nel nostro Paese, darebbe ad Haftar l’immagine di unico leader in grado di difendere gli interessi della popolazione. L’obiettivo cardine in tal senso è quindi recuperare terreno anche in termini di consensi dopo mesi contrassegnati da proteste e manifestazioni nell’est della Libia a causa del peggioramento delle condizioni di vita.

I rischi per l’Italia

In un contesto del genere, per il nostro Paese si aprono due fronti da tenere d’occhio. In primis, vi è l’esigenza di far tornare a casa i 18 marinai. A Mazara del Vallo, sede della marineria da cui provengono i due pescherecci sequestrati, da giorni si attende con trepidazione il rientro dei due equipaggi con intere famiglie che aspettano messaggi e segnali di ottimismo in tal senso. A generare maggiore ansia è il prolungamento della vicenda: di solito nel giro di pochi giorni in passato i pescatori portati in Libia rientravano poi in Italia, questa volta invece i tempi appaiono molto più lunghi.

L’altra questione è di natura più politica: il prolungamento della vicenda rischia di far apparire il nostro Paese più debole in Libia. E questo vale sia nei confronti dei libici che al cospetto degli attori internazionali impegnati nel dossier. Quello di Haftar oltre a essere un ricatto, rischia anche di apparire un profondo smacco per l’Italia, vista sempre più come ventre molle del Mediterraneo.

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