Un clamoroso e spregiudicato piano – mai attuato – maturato ai tempi dall’amministrazione Trump per rapire e magari assassinare il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata su Yahoo News da tre giornalisti investigativi di grande fama, Zach Dorfman, Sean D. Naylor e Michael Isikoff. Nel corso del 2017, prima che – nell’aprile 2019 – il giornalista australiano venisse arrestato e poi incarcerato alla Her Majesty Prison Blemarsh e sulla sua testa pendessero fino a 175 anni di carcere per accuse di spionaggio e pirateria informatica, stava iniziando il suo quinto rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador, a Londra.

Donald Trump era stato eletto da pochi mesi e i funzionari della sua amministrazioni, si legge nell’inchiesta, erano impegnati in una lunga diatriba sulla legittimità e legalità di un’operazione che prevedeva il rapimento del fondatore di WikiLeaks. Alcuni funzionari della Cia e della Casa Bianca presero persino in considerazione l’idea di assassinare Julian Assange, al punto di richiedere una serie di “opzioni” su come farlo fuori. Il dibattito su questo piano segreto si è svolto “ai più alti livelli” dell’amministrazione Trump, spiega un ex funzionario che ha parlato con i tre giornalisti autori dell’inchiesta. Tali conversazioni, ha spiegato la fonte, facevano parte di una campagna senza precedenti della Cia contro WikiLeaks e il suo fondatore. I piani dell’agenzia includevano anche un’ampia attività di spionaggio sui soci di WikiLeaks, inclusa l’idea di seminare discordia tra i membri del gruppo e rubare i loro dispositivi elettronici.

La vendetta della Cia

All’inizio del 2017 WikiLeaks aveva cominciato a pubblicare migliaia di file segreti riguardanti l’agenzia (Vault 7). L’allora direttore della Cia fresco di nomina, Mike Pompeo – poi Segretario di Stato – voleva vendicare l’agenzia rispetto a quella che riteneva una figuraccia epocale e una fuga di notizie intollerabile. Fu proprio Pompeo uno dei promotori di questo piano mai messo in pratica dall’amministrazione Trump. “È tempo di chiamare WikiLeaks per quello che è veramente: un servizio di intelligence ostile non statale, spesso aiutato da attori statali come la Russia”, spiegò Pompeo dinanzi alla platea del Center for Strategic and International Studies di Washington, nel 2017.

A quel punto gli 007 americani incaricati dal direttore della Cia stavano monitorando le comunicazioni e i movimenti di numerosi membri del personale di WikiLeaks, inclusa la sorveglianza audio e visiva dello stesso Assange, secondo quanto riferito da alcuni ex funzionari. L’America stava segretamente spiando Assange, in attesa delle sue mosse. Mentre si vociferava di un possibile soccorso russo e di una fuga a Mosca del giornalista australiano, la Cia e la Casa Bianca iniziarono a prepararsi a una serie di possibili scenari che, come in un classico film d’azione Hollywodiano, includevano rocamboleschi inseguimenti in auto e potenziali scontri a fuoco con agenti del Cremlino per le strade di Londra. La convinzione degli americani è che Assange stesse per fuggire dall’ambasciata con l’aiuto di Mosca, a breve. Ed è lì, fuori dall’ambasciata, che lo avrebbero preso e intercettato. “Avevamo tutti i tipi di motivi per credere che stesse pensando di andarsene da lì”, ha spiegato un ex alto funzionario dell’amministrazione Trump. Lo stesso presidente americano fu informato dall’agenzia che un eventuale cattura di Assange avrebbe avuto risvolti politici internazionali potenzialmente anche molto gravi. Il piano, tuttavia, non andò mai in porto. 

Dall’ambasciata dell’Ecuador al carcere

Julian Assange ottenne asilo politico e protezione sotto la presidenza di Rafael Correa. Come già evidenziato da InsideOver, tutto cambiò con l’elezione del suo successore Lenin Moreno, il quale accusò ben presto Assange di aver “ripetutamente violato” i termini dell’asilo nell’ambasciata dell’Ecuador dove era rinchiuso dal 2012. Una settimana dopo le dichiarazioni di Mike Pompeo su WikiLeaks, l’allora procuratore generale Jeff Sessions annunciò che arrestare Julian Assange era una “priorità”. Secondo quanto riferito dal New York Times, il dipartimento di Giustizia stava lavorando a un memorandum che conteneva possibili accuse contro Wikileaks e Assange. Il 20 ottobre 2017, Mike Pompeo paragonava Wikileaks ad al-Qaida e allo Stato Islamico (Isis). L’amministrazione Trump prese poi una posizione sempre più aggressiva nei confronti di Assange e del governo Moreno. Il Sottosegretario agli Affari Politici Thomas A. Shannon Jr. visitò l’Ecuador a febbraio 2018, e fu seguito a marzo dal vice comandante del Comando Sud degli Stati Uniti, il generale Joseph DiSalvo, il cui compito era discutere la cooperazione di sicurezza con il leadership militare ecuadoriana.

Il giorno dopo la visita di Di Salvo, il governo di Quito prendeva la sua prima azione importante per ridurre la libertà di Assange presso l’ambasciata di Londra. Secondo l’Ecuador, Assange aveva violato un impegno scritto, sottoscritto nel dicembre 2017, di non “emettere messaggi che implicavano interferenze nei confronti di altri stati”. La conseguenza fu che i funzionari ecuadoriani interruppero il suo accesso a Internet e vietarono ogni visita. La dichiarazione del governo alludeva all’incontro di Assange con due leader del movimento indipendentista catalano. Gli Usa, consci della difficile economica dell’Ecuador, soprattutto dopo la visita nel Paese dei funzionari del Fondo Monetario Internazionale, nell’estate 2018 fecero ulteriori pressioni sul governo di Lenin Moreno, sino a quando no fu ritirato l’asilo politico che lo aveva tutelato per anni. Oggi Assange è detenuto in un carcere di massima sicurezza inglese, per via di una sua possibile – quanto improbabile – fuga, in attesa che Washington prepari l’appello contro la sentenza che lo scorso 4 gennaio ne ha vietato l’estradizione.