Israele firmerà un patto di non aggressione con gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar -, ai quali si uniranno anche Egitto, Giordania e, probabilmente, Marocco.

Un accordo storico, che, se concretizzato, metterà le basi per l’instaurazione di “relazioni amichevoli” tra i suddetti Paesi, sviluppando la cooperazione in numerosi settori, in particolare quello economico. Inoltre, gli Stati firmatari si impegneranno a “prevenire le ostilità o l’incitamento alle ostilità, evitando qualsiasi alleanza militare o di sicurezza con Paesi terzi ai danni degli aderenti all’accordo”.

La notizia è stata annunciata il 9 febbraio dall’ex primo ministro del Qatar, Hamad bin Jassim Al Thani, secondo il quale la firma del patto di non aggressione costituirebbe il prossimo passo previsto dal “piano di pace” per il Medio Oriente.

L’Accordo del Secolo

Il 28 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato la seconda parte del cosiddetto “Accordo del Secolo”. Il piano – respinto ufficialmente dal presidente palestinese, Mahmoud Abbas, nel corso dell’ultima sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (11 febbraio) – ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo arabo.

A colpire maggiormente, la risposta di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman, Qatar e Marocco – Paesi firmatari del patto di non aggressione con Israele -. Pur essendosi dimostrati concordi sul sostegno alla causa palestinese, questi Stati hanno assunto una posizione molto conciliante, apprezzando lo sforzo compiuto dagli Stati Uniti nell’elaborazione del piano di pace.

Una postura non condivisa dalla Giordania, che, schieratasi a favore del presidente palestinese, ha respinto l’accordo, temendo che possa “avere conseguenze negative per il suo Paese” – con particolare riferimento all’annessione da parte israeliana della Valle del Giordano.

La strategia israeliana

Sono numerose le ragioni dietro il processo di riavvicinamento tra Israele e alcuni Stati arabi. Tra queste vi sono, in particolare, il comune timore nei confronti dell’Iran, la crescente instabilità regionale, la mancanza di una politica condivisa in materia di sicurezza e la politica di disimpegno adottata dagli Stati Uniti nella regione.

Da non sottovalutare, inoltre, il cambio di postura dimostrato dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nei confronti degli Stati arabi. A differenza dei suoi predecessori – che vedevano nella pace con i palestinesi la chiave per instaurare un legame con il mondo arabo musulmano – Netanyahu ritiene che l’unico modo per uscire dall’impasse sia costruire relazioni con i Paesi arabi, allo scopo di dare nuova linfa ai negoziati di pace con il popolo palestinese.

Un segno di questa nuova politica israeliana sarebbe proprio la prossima firma del patto di non aggressione, che dimostra anche la profondità dei rapporti tra i Paesi del Golfo e Israele. Il patto, infatti, sarebbe legato a doppio filo all’Accordo del Secolo: l’espansione delle relazioni diplomatiche israeliane nella regione va di pari passo con il riconoscimento di Israele da parte dei Paesi arabi. Una legittimazione, a sua volta, strettamente connessa alla risoluzione del conflitto Israele-palestinese.

Ma c’è di più: molti Stati arabi – secondo quanto dichiarato dall’ex primo ministro del Qatar – hanno promesso agli Stati Uniti che avrebbero “mostrato un atteggiamento positivo” nei confronti del piano di pace, ma non avrebbero mantenuto fede alla parola data “a causa dell’eccezionale attenzione mediatica”.

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