Ammonterebbe a 4.500 miliardi di euro la quantità di denaro transitata in Olanda nel 2016 per semplici motivazioni fiscali, frutto delle attività delle multinazionali di tutto il mondo nei singoli Paesi europei, i cui proventi sono in larga parte indirizzati in Olanda dove molte di queste hanno la loro sede fiscale, attratte dalle regole favorevoli stabilite dal governo dell’Aja. 

Il governo del primo ministro Mark Rutte ha un bel piglio nel suo atteggiamento da fautore della linea del rigore sui conti pubblici nei confronti dell’Italia, ma di recente è finito sul banco degli imputati in sede europea e ha dovuto procedere a una seria analisi della condizione interna del Paese per il suo regime fiscale. Nonostante un tasso d’imposta corporate pari al 25% degli utili, il regime fiscale olandese prevede un sistema di esenzioni per gli utili di imprese straniere operanti nel Paese che rendono di fatto l’Olanda il centro nevralgico europeo dell’elusione delle imposte.

Il viceministro delle Finanze Menno Snel ha dovuto di recente ammettere ciò che nel mondo economico-finanziario già si sapeva: l’Olanda è di fatto un enorme paradiso fiscale. Dei 4.500 miliardi di euro transitati nel Paese (oltre 5 volte il Pil dell’Olanda), infatti, lo Stato ha potuto esercitare la sua capacità impositiva solo su 200 di essi.

“A descrivere per la prima volta questo scenario è stato lo stesso governo olandese in un documento inviato il 6 novembre di quest’ anno al Parlamento dell’Aja”, hanno scritto sul Sole 24 Ore Angelo Mincuzzi e Roberto Galullo, ripresi da Dagospia. Ma le sorprese non finiscono qui. Per la prima volta il governo olandese rende anche noto che nel paese ci sono circa 15mila società “bucalettere”, vale a dire cassette postali dietro le quali la maggior parte delle volte non esiste una vera e propria struttura organizzata né tantomeno unità produttive. In sostanza, dividendi, royalties e diritti intellettuali – grazie ad un fisco amico delle società e delle multinazionali – vengono “blindati” in Olanda invece che nei singoli Paesi europei.

Lussemburgo, Belgio, Irlanda, Cipro, Malta e Ungheria sono, assieme all’Olanda, i principali osservati speciali della Commissione europea per le politiche di dumping fiscale che causano uno squilibrio di primaria grandezza nel contesto comunitario. Ma nessuno dei primi sei Paesi può permettersi l’azione a lungo raggio dell’Olanda. Per comprenderlo, basti pensare ai nomi di spicco tra i colossi dell’economia che hanno la sede fiscale o la ragione sociale basate in Olanda. 

A importanti player nazionali come Philips, Heineken e Randstad, infatti, si possono aggiungere marchi di origine straniera come Adidas, Fiat Chrysler, Ikea, l’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, Tesla,  Panasonic. Queste solo per citare alcune delle multinazionali che dirottano in Olanda la stragrande maggioranza dei profitti conseguiti nel continente europeo. A ciò si aggiunge il sommerso, il “mondo di mezzo” delle società di comodo, dei prestanome, del riciclaggio di denaro divenuto piaga endemica della finanza contemporanea, come testimonia il recente caso Danske Bank. A Prins Bernhardplein 200, circa quattro chilometri dal centro di Amsterdam, si staglia un palazzo moderno in vetro e cemento dove sono ospitate ben 2.812 società di tutto il mondo, Italia compresa. Molte delle quali riconducibili al sistema su cui ora indagano le stesse autorità economiche olandesi.

Autorità che, a ben vedere, in passato hanno con lassismo favorito il gonfiarsi di una vera e propria bolla che ha favorito il rafforzamento della posizione dell’Aja nel contesto comunitario grazie ai tassi di crescita notevoli ostentati da un’Olanda potenza esportatrice e centro di indirizzamento finanziario ma, al tempo stesso, di elusione fiscale. Dall’alto di questa posizione ora il governo Rutte fa le pulci al deficit italiano: sarebbe il caso, piuttosto, di indagare sulle problematiche interne. E di capire quanto contribuisca a traffici illeciti e giri d’affari sospetti l’architettura fiscale di cui l’Olanda ha fatto un fattore di competitività.