Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’avvio di una partnership, in ambito sanitario, con gli Emirati Arabi Uniti per affrontare l’emergenza scatenata dal Covid-19. Il dato interessante è che Abu Dhabi, come molti altri Stati della regione, non ha rapporti diplomatici con Israele anche se, negli ultimi anni, c’è stato un rasserenamento nelle relazioni non ufficiali in funzione anti-iraniana. Le parole di Netanyahu hanno suscitato una reazione piuttosto fredda da parte degli Emirati Arabi. La cooperazione è stata infatti descritta come un accordo tra compagnie private per sviluppare tecnologia sanitaria anti Covid. Il controverso piano di annessione di una parte della Cisgiordania, annunciato dall’esecutivo Netanyahu, potrebbe aver costretto Abu Dhabi, almeno a livello di dichiarazioni ufficiali, a moderare i toni.

La Cisgiordania divide Abu Dhabi e Tel Aviv

Il piano di annessione, che dovrebbe essere votato dalla Knesset il primo luglio, non è visto di buon occhio dalle parti di Abu Dhabi. L’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti ha invitato Israele a ripensarci affermando che, qualora ciò non avvenga, il riavvicinamento in atto tra Tel Aviv ed il mondo arabo potrebbe essere a rischio. Il Ministro degli Esteri Anwar Gargash è stato meno duro ed ha presentato le relazioni bilaterali come migliorabili sebbene segnate da questo disaccordo. La palla è ora nelle mani di Netanyahu, che si trova di fronte ad una scelta difficile: spingere sull’acceleratore dell’annessione e rompere i ponti con i Paesi Arabi meno ostili (e quindi ritrovarsi ancora più isolato politicamente) oppure rallentare, privilegiare la cooperazione diplomatica e perdere consensi a livello elettorale.

Un matrimonio d’interesse

Le relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti sembrano comunque in via di progressivo miglioramento. Il Ministro degli Esteri Abdullah Bin Zayed ha condiviso sul suo profilo Twitter, nel dicembre 2019, un articolo del giornale inglese Spectator che descriveva una nuova alleanza tra Israele e gli Stati del Golfo. Alcuni mesi prima era stato il ministro degli Esteri israeliano Yisrael Katz a recarsi in visita ufficiale negli Emirati. C’è poi la questione degli aiuti per la popolazione palestinese: Abu Dhabi li ha inviati in Israele senza coordinarsi previamente con l’Autorità Nazionale Palestinese, che ne ha poi rifiutato la distribuzione. Gli aiuti sono stati trasportati da un volo di linea, che è così divenuto il primo collegamento diretto tra le due nazioni. Il reale obiettivo della cooperazione potrebbe essere quello di danneggiare l’Iran. Le relazioni tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Iran sono complesse e ciò è dovuta anche alla compresenza di sette strutture statali diverse all’interno degli Emirati. Abu Dhabi ha avuto un atteggiamento più aggressivo ed ostile nei confronti di Teheran mentre Dubai si è dimostrata, almeno in passato, più interessata agli scambi commerciali.

Vantaggi ed incognite

Un potenziamento dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti (senza dimenticare l’Arabia Saudita) può essere vantaggioso per Tel Aviv: Abu Dhabi e Riyadh considerano l’Iran ed Hezbollah come delle minacce e ciò consentirebbe all’esecutivo israeliano di rafforzare le proprie posizioni contro questi nemici. Gli Stati del Golfo potrebbero invece beneficiare degli scambi commerciali con Israele ed entrare in nuovi mercati, differenziando e diversificando le proprie fonti di introiti. Un riavvicinamento sostanziale è comunque complesso: qualunque mossa in tal senso sarebbe accompagnata da una recrudescenza di fenomeni legati al radicalismo islamico che al momento, almeno negli Emirati Arabi Uniti, appaiono sotto controllo. I radicali islamici di mezzo mondo potrebbero sfruttare questa partnership per destabilizzare i rispettivi Stati.

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