“Arrivederci moderato Donald Trump. Ciao Donald Trump, neocon”, scriveva all’indomani dello strike che ha ucciso il generale Qassem Soleimani in Iraq la rivista americana The National Interest, evidenziando il cambio di passo di un presidente presentatosi “isolazionista” ma che è più corretto definire “jacksoniano” – in riferimento alla politica estera del settimo Presidente degli Stati Uniti, Andrew Jackson – e ora, forse, finito nelle braccia dell’area più neoconservatrice e interventista del Partito repubblicano, quella che fa riferimento al Segretario di Stato Mike Pompeo, all’ex Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e all’influente senatore Lindsey Graham, che spesso ha rimproverato Donald Trump nelle decisioni prese dalla sua amministrazione in politica estera, soprattutto quando annunciò la ritirata delle truppe americane dalla Siria.

La seppur sorprendente decisione di Trump non nasce dal nulla, ma sarebbe frutto di una strategia sempre più aggressiva che la sua amministrazione ha deciso di intraprendere nei confronti della Repubblica islamica: prima uscendo dall’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa) e adottando la “massima pressione” imponendo sanzioni economiche durissime e infine, nell’aprile 2019, inserendo lista delle organizzazioni terroristiche i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Era la prima volta che una simile iniziativa veniva presa nei confronti di un’organizzazione che “fa parte di un governo straniero”.

L’ascesa del “falco” Lindsey Graham

Il già menzionato Lindsey Graham, che è anche a capo del comitato giudiziario del Senato e ha un ruolo chiave nella difesa di Trump nel processo di impeachment, così come nella contro inchiesta sul Russiagate, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo nel persuadere il presidente a dare l’ok all’opzione estrema di uccidere Soleimani. The Donald ha preso la sua decisione mentre si trovava nel suo resort a Mar-a-Lago, dove il senatore Graham era stato ospite per qualche giorno. Secondo il Daily Beast, nella settimana che ha preceduto lo sciopero, Trump ha iniziato a “lasciare indizi ai soci e ai frequentatori del club che stava per succedere qualcosa di enorme”, e “ha detto specificamente che era stato in stretto contatto con la sua massima sicurezza nazionale e consulenti militari sulle opzioni da valutare per un’azione aggressiva che potrebbe concretizzarsi rapidamente”.

“Sono stato informato della potenziale operazione quando ero in Florida”, ha confermato Lindsey Graham a Fox News venerdì mattina. Come spiega anche la Cnn, Graham ha trascorso diversi giorni con il presidente Trump nel suo resort di Palm Beach, Mar-a-Lago, e aveva confermato su Twitter di aver avuto un incontro con il presidente “sulla situazione in Iraq”. È probabile che sia stato informato in quell’occasione delle opzioni sul tavolo di Trump e lo abbia consigliato su quale decisione prendere. Graham ha difeso Trump sottolineando che l’intelligence aveva scoperto che “Soleimani stava orchestrando il caos in Iraq a nostre spese e in tutta la regione”. Il presidente, ha sottolineato, “è stato informato di questi potenziali attacchi e ha agito. Questo è stato uno strike difensivo per neutralizzare i futuri attacchi pianificati da Soleimani e dalle le milizie sciite in Iraq”.

Facendo eco alle parole di Pompeo, su Twitter Graham ha infine osservato che l’uccisione di Soleimani – che “aveva il sangue americano sulle sue mani” – è stato un “grande colpo al regime iraniano”. Poi è passato alle minacce: “Per il governo iraniano: se vuole rimanere nel settore petrolifero, lasci sola l’America e i nostri alleati e smetta di essere il più grande sponsor statale del terrorismo nel mondo”.

Da Singer a Marcus: fiumi di dollari per fare la guerra all’Iran

Come già evidenziato da Inside Over, ci sono importanti finanziatori Gop che hanno sicuramente influenzato le scelte di Trump sull’Iran. Parliamo dei più importanti donatori del partito repubblicano, che tra il 2016 e il 2018 hanno elargito più di 259 milioni di dollari alle casse del partito: milionari che non hanno mai fatto mistero, scrive LobeLog, sia attraverso dichiarazioni pubbliche, sia per mezzo di finanziamenti a think-tank che sostengono l’azione militare contro l’Iran, del loro desiderio di arrivare a un regime change nella Repubblica islamica. Adelson, per esempio, suggerì pubblicamente di usare armi nucleari contro l’Iran e spinse Trump a sostituire l’allora consigliere per la sicurezza nazionale H.r. McMaster con John Bolton, per via della riluttanza di quest’ultimo nel prendere una linea più dura con l’Iran. Nel 2017, la Sionist Organization of America, che riceve gran parte dei suoi finanziamenti dagli Adelson, ha condotto una campagna pubblica contro McMaster, accusandolo di essere “contrario alle posizioni politiche del presidente Trump su Israele, Iran e terrorismo islamista”.

Bernard Marcus, altro importante finanziatore del Gop, ha donato 530 mila dollari al Political action committee (Pac) del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Per Marcus l’Iran rappresenta letteralmente “il diavolo”, come da lui dichiarato in un’intervista rilasciata a Fox News. Non è da meno Paul Singer, proprietario del fondo Elliott, grande sostenitore della Foundation for Defense of Democracies, il think-tank neoconservatore di Clifford May, che in Siria ha lanciato il programma “The Syria Project” per supportare i ribelli e rovesciare Bashar al Assad. Il Ceo del Foundation for Defense of Democracies è Mark Dubowitz, sostenitore di durissime sanzioni economiche contro Teheran e critico dell’accordo sul nucleare siglato nel 2015 meglio noto come Jcpoa. In un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, Dubowitz spiega che le sanzioni Usa verso Teheran sono giustificate dal “ruolo del regime come principale sponsor del terrorismo, compresa la sua banca centrale di finanziamento del terrorismo; il suo programma missilistico, che sta progredendo verso un missile balistico intercontinentale; e i suoi abusi sui diritti umani”.

Grazie a questi importanti finanziatori, i neoconservatori potrebbero esser riusciti a influenzare pesantemente le scelte del presidente Trump. Che in una possibile escalation rischierebbe di assomigliare più a George W. Bush che ad Andrew Jackson: benché né Washington né Teheran ambiscano a un confronto diretto, infatti, in questi casi non sono del tutto da escludere possibili errori di calcolo.