Ai più, la proposta di Donald Trump di acquistare la Groenlandia è apparsa l’ennesima sparata di un presidente abituato a uscite a effetto. In realtà la frase uscita dalla bocca del tycoon racchiude un nuovo braccio di ferro tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle rotte marittime e commerciali limitrofe al Polo Artico, oltre che per lo sfruttamento delle risorse naturali presenti in abbondanza nelle profondità dei terreni dell’isola più grande al mondo. È stata definita Via della Seta polare, ed è una sorta di appendice della Nuova Via della Seta ideata da Xi Jinping. Il mastodontico progetto infrastrutturale di Pechino ha diverse integrazioni, tra la Via della Seta Marittima, i vari corridoi economici e il passaggio attraverso l’Artico. Gli Stati Uniti si sono accorti dell’intensa attività cinese in Groenlandia, e Washington è pronto a mettere i bastoni tra le ruote di Pechino, che per sfondare ha chiesto e ottenuto la sponda di Mosca.

L’importanza geopolitica della Groenlandia

La posizione geografica della Groenlandia e le sue caratteristiche di fondo si sposano alla perfezione con le esigenze della Cina. La Groenlandia è uno dei luoghi meno ospitali sulla terra, con l’80% della sua superficie sommerso da una lastra di ghiaccio perenne e un’estensione di poco più di 2.000 chilometri quadrati. La presenza umana è esigua e si conta una popolazione di circa 57.000 abitanti distribuita in 13 città tra loro non collegate da strade. Lo scioglimento dei ghiacci sta creando nuove rotte marittime artiche sul quale il Dragone ha già affondato i suoi artigli; passando da qui, le imbarcazioni cariche di merci in partenza da Shanghai e dirette nel porto di Rotterdam risparmierebbero 15 giorni di tempo rispetto ai 48 previsti transitando attraverso il Canale di Suez. C’è dell’altro, perché Pechino ha fiutato la presenza delle risorse naturali e delle terre rare, decisive per vincere il braccio di ferro economico contro gli Stati Uniti.

Il piano economico della Cina

La Cina ha un piano ben preciso. La China Communications Construction Company (Cccc) era pronta ad ampliare i tre aeroporti presenti in Groenlandia, vale a dire quelli situati a Nuuk, Qawortoq e Ilulissat. Nel 2018 il governo locale aveva lanciato una gara d’appalto alla quale furono ammesse sei imprese, tra cui la Cccc. L’offerta dei cinesi aveva preoccupato sia gli Stati Uniti, sia la Danimarca. Per questo motivo Copenaghen, alla fine, è stata costretta a rilevare un terzo della compagnia groenlandese che appaltava la gara, escludendo così Cccc dalla contesa. Pochi mesi fa è stata annunciata una nuova gara per completare piste e terminati degli aeroporti di Nuuk e Ilulissat, e i cinesi sono tornati in pista con la carta delle joint venture. I cinesi, stando a quanto riportato da Reuters, hanno in un secondo momento ritirato la loro offerta.

La preoccupazione di Washington

In Groenlandia la Cina ha acquistato (o gestisce) i quattro giacimenti minerari cruciali della regione. Il giacimento di zinco, a nord, è controllato al 70% dalla Nfc; quello di rame, a Carlsberg, è nelle mani della Jangxi Copper; quella di ferro, a Isua, è presieduta dalla General Nice di Hong Kong mentre la quarta, quella di uranio a Kvanefjeld, appartiene per il 12% alla cinese Shenghe Resources. Gli Stati Uniti, che hanno in Groenlandia una base militare, la Thule Air Base, sono preoccupati che Pechino – come al solito, nei pensieri di Washington – possa usare la carta economico-commerciale per nascondere obiettivi militari, per giunta a pochi passi dal territorio statunitense. Acquistare la Groenlandia avrebbe risolto il problema alla radice.