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Gli Stati Uniti sono pronti a risolvere la crisi del Venezuela. Donald Trump ha detto di non escludere ritorsioni militari nel caso in cui il presidente Maduro continui a imporre un sistema autoritario sulla popolazione. Lo stesso Maduro è stato descritto da Trump come il “nuovo Hitler” della politica internazionale. La decisione di non accettare più dollari come valuta di scambio da parte del Venezuela potrebbe essere il punto di non ritorno del Paese caraibico. Lo strappo decisivo e definitivo con Washington. Questo perché gli Stati Uniti temono un eventuale effetto a catena. Altri Paesi potrebbero infatti seguire l’esempio venezuelano rifiutare il dollaro. Uno scenario che taglierebbe le gambe all’economia americana.

Un corpo militare per la sicurezza dell’America Latina

Gli Stati Uniti tuttavia non si fanno trovare impreparati. Soprattutto se si tratta di questioni così geograficamente vicine a loro. La situazione venezuelana e dell’America Latina in generale è infatti strettamente sorvegliata da un preciso corpo militare americano. Lo United States Southern Command. Si tratta di uno dei nove corpi di combattimento unificati posti sotto la direzione del Dipartimento della Difesa Americano. La natura di questo U.S. Southern Command appare bizzarra già dalla simbologia. Nel logo ufficiale l’aquila imperiale americana campeggia infatti centralmente e con ali aperte sovrasta quella che è una riproduzione in scala dell’America Latina e dei Caraibi. Un simbolo emblematico che pare voler ricordare alle popolazioni latine chi è il vero padrone del loro continente.

Una “risposta regionale” in caso di crisi venezuelana

Dietrologie a parte, questo corpo militare ha ufficialmente il compito di cooperare con i Ministeri della Difesa dei Paesi alleati al fine di garantire pace, sicurezza e sviluppo nella regione. E fin qua nulla di strano. Sembrerebbe il più classico strumento di soft power creato dagli Stati Uniti. Tuttavia è possibile rintracciare dal linguaggio utilizzato da alcuni esponenti del corpo militare una certa dose di aggressività, ingiustificata rispetto al semplice compito di cooperazione cui dovrebbe far fede.

In una nota indirizzata al Comitato senatoriale delle Forze Armate, l’Ammiraglio Kurt Tidd del U.S. Southern Command elencava quelle che, secondo lui, erano le principali minacce alla stabilità regionale. Bolivia e Venezuela vengono apertamente citate nel documento come fonte di instabilità e insicurezza. In particolare per il Venezuela viene detto che “la crescente crisi umanitaria in Venezuela potrebbe eventualmente richiedere una risposta regionale”. Tenuto conto che a dire ciò è un corpo militare, diventa inutile chiedersi a che tipo di risposta si faccia riferimento. Ecco che da semplice strumento di cooperazione il SouthComm può diventare qualcosa di più.

Cina, Russia e Iran minacciano l’America Latina

Le minacce per lo U.S. Southern Command non arriverebbero però solo dallo Stato venezuelano. Sono infatti gli alleati di Maduro a preoccupare l’Ammiraglio Tidd. Cina, Russia e Iran in particolare. Si legge nel testo : “Questi attori globali (Cina, Russia e Iran) vedono il contesto economico, sociale e politico dell’America Latina come un’opportunità per raggiungere i loro obiettivi di lungo periodo e sviluppare i loro interessi che potrebbero essere incompatibili con i nostri. Alcune cose che fanno, anche se non una minaccia militare diretta, richiedono un attento esame. Anche le attività che sembrano benigne possono essere usate per costruire un’influenza maligna”.

Dal linguaggio utilizzato emerge in maniera nitida una visione del mondo che vede gli Stati Uniti al centro, unici protagonisti, e il resto del mondo diviso in due grandi emisferi. Da una parte le pedine degli States, come appunto l’America Latina, la cui stabilità è vista solo in funzione della sicurezza nazionale americana; mentre dall’altra parte ci possono essere solo nemici. Anche se non rappresentano una “minaccia militare diretta”. Come lo sono Russia, Cina e Iran. Risulta dunque difficile comprendere dove si trovi il confine tra l’obiettivo di semplice cooperazione per la sicurezza e quello di aggressione a Paesi non allineati ai valori di Washington.  

La retorica della lotta al terrore e Guantanamo

L’ambiguo ruolo di questo U.S. Southern Command era già venuto a galla subito dopo il 2001. In un periodo in cui il budget militare era destinato in toto alla guerra al terrore, la sicurezza dell’America Latina sembrava messa in secondo piano. E invece l’allora generale del SouthComm Jame Hill riuscì a mantenere alto il budget designando l’America Latina come continente con “un’emergente presenza terroristica”. Terrorismo che avrebbe avuto legami sia con i narcotrafficanti che con i movimenti “populisti”. Lisa Haugaard, Direttore Esecutivo del Gruppo di Lavoro sull’America Latina disse che il SouthCom “stava chiaramente usando la retorica per giustificare il suo budget”.

C’è  stato tuttavia un effettivo contributo del SouthCom alla “guerra al terrore”. Il SouthCom ha infatti la giurisdizione sul centro di detenzione sito a Guantanamo Bay. Una prigione entrata agli onori della cronaca per le reiterate denunce circa il trattamento disumano riservato ai detenuti. “Ci sono storie sui giornali che raccontano di come sto pianificando l’invasione del Venezuela. Questo non è vero”, ha detto l’Ammiraglio Tidd in conferenza stampa. In realtà la “risposta regionale” sembra essere già pronta. 

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