Non sembra un sequestro come gli altri, questa volta a distanza di quasi due settimane i marinai a bordo dei pescherecci italiani fermati a 40 miglia a nord di Bengasi sono ancora in Libia. Nessuno conosce le loro condizioni, nessuno è informato sulle ultime eventuali novità, ad emergere sono soltanto indiscrezioni e sospetti che però non sono contornati da alcuna ufficialità. E non può essere altrimenti, visto che con la parte libica che ha sequestrato i 18 marinai delle nuove navi italiane non è ufficialmente riconosciuta da Roma e dunque ogni contatto avviene in un contesto di estrema delicatezza.

L’ennesimo sequestro da parte libica

Tutto è cominciato lo scorso primo settembre, poche ore dopo la visita del ministri degli Esteri Luigi Di Maio in Libia. Il titolare della Farnesina è stato sia a Tripoli, dove ha incontrato le autorità ufficialmente riconosciute guidate dal premier Fayez Al Sarraj, sia in Cirenaica. Qui ha visto in una località vicino Tobruck il presidente del parlamento stanziato nell’est del Paese, Aguila Saleh. Forse un segnale da voler lanciare da parte di chi si è ritenuto snobbato dal tour del ministro oppure una semplice e drammatica conseguenza, fatto sta che nel tardo pomeriggio di questo primo giorno del mese alcune motovedette libiche si sono avvicinate a 40 miglia a nord di Bengasi a quattro pescherecci italiani che stavano pescando in zona. Si trattava, in particolare, delle motonavi Anna Madre, Antartide e Medinea di Mazara del Vallo e del Natalino di Pozzallo. Quest’ultimo, insieme all’Anna Madre, è riuscito a fuggire via in tempo anche se i rispettivi capitani sono stati fatti salire sulle motovedette libiche che hanno sparato colpi in aria per avvertire gli equipaggi della propria presenza.

L’apprensione massima in queste ore si continua ad avere per i marinai a bordo dell’Antartide e della Medinea. A Mazara del Vallo sono ore di ansia e timore. Questa cittadina siciliana, che vive da sempre a stretto contatto con il mare e la pesca, non è nuova a situazioni del genere: “Ma questa volta sembra diverso”, ha commentato al telefono un pescatore con diversi anni di esperienza alle spalle all’interno della marineria mazarese. La sua impressione è condivisa da molti: “Di solito – ha aggiunto – Nel giro di alcuni giorni tunisini o libici rilasciano il peschereccio. Adesso c’è molto silenzio”. Nel corso degli anni diversi pescherecci di Mazara sono stati trattenuti dalle autorità di Tunisi o di Tripoli. Il motivo è sempre lo stesso: entrambi i governi nordafricani rivendicano un’estensione delle acque di propria competenza ben più importante di quella riconosciuta internazionalmente. La questione è molto delicata soprattutto sul versante libico. Adesso però di mezzo ci sono autorità con le quali il governo italiano ha solo contatti informali.

“Ridateci i nostri calciatori”

Questo perché ad entrare in azione sono state motovedette partite da una parte della Libia non in mano alle autorità di Tripoli, riconosciute ufficialmente dall’Italia. I marinai e i pescherecci sequestrati sono stati presi in consegna dalle autorità che controllano buona parte della Cirenaica, ossia quelle vicine al Libyan National Army di Khalifa Haftar. Da Bengasi, principale città di questa regione della Libia, sono arrivate alcune indiscrezioni raccolte dal Corriere della Sera secondo cui gli uomini del generale avrebbero chiesto uno scambio: per la liberazione degli equipaggi italiani la pretesa sarebbe quella di veder tornare in Libia quattro persone detenute nel nostro Paese perché già condannate a 30 anni di reclusione. Si tratta, in particolare, di Joma Tarek Laamami, Abdel-Monsef, Mohannad Jarkess e Abd Arahman Abd Al Monsiff. Arrestati nel 2015, il processo ha confermato le gravi accuse contro di loro: non solo hanno guidato uno dei tanto barconi sbarcati in quell’anno in Italia dopo essere salpati dalla Libia, ma diverse testimonianze li hanno indicati come coloro che hanno rinchiuso in una stiva almeno 49 migranti poi deceduti per asfissia. Assieme ad altri scafisti di nazionalità marocchina, in quell’occasione hanno preso anche a bastonate coloro che provavano ad uscire dalla stiva perché rimasti senza ossigeno, contribuendo ad una morte orrenda delle vittime.

Scafisti e carnefici quindi, che però secondo i libici, almeno stando alle indiscrezioni trapelate, sarebbero calciatori che provavano ad arrivare in Europa con l’intento di essere tesserati per qualche grande club. Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, al Corriere ha smentito categoricamente questa ipotesi: “Si tratta non solo di scafisti ma anche di assassini. Hanno provocato la morte di 49 persone”, ha tagliato corto il magistrato secondo cui ogni possibilità di scambio è “irricevibile”.

Le difficoltà diplomatiche dell’Italia

Il fatto stesso che si parli dell’ipotesi di uno scambio, potrebbe trasformare i marinai italiani non in persone raggiunte da un provvedimento di fermo in attesa di giudizio bensì in veri e propri ostaggi. Uno smacco per il nostro Paese, operato in un momento molto delicato per la Libia e per il ruolo italiano nel Paese nordafricano. I rapporti tra Bengasi e Roma non sono ufficiali, ma questo non vuol dire che non esistano. Anzi, il generale Haftar più volte è stato a Roma e più volte è stato ricevuto dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, il quale lo ha voluto fortemente nel novembre del 2018 a Palermo in occasione del forum sulla Libia organizzato dall’Italia. La linea degli ultimi governi è stata quella dell’equidistanza tra Tripoli e Bengasi per provare a fare del nostro Paese il principale mediatore tra le parti in conflitto. Le difficoltà che sta riscontando l’Italia in questa vicenda sono quindi maggiori del previsto e lasciano spazio a diverse interpretazioni. Intanto dalla Farnesina si invita al riserbo: contatti e trattative ci sono e non si vuole lasciare nulla al caso, ma anche nel mondo diplomatico è difficile nascondere un po’ di sorpresa per il comportamento delle autorità vicine ad Haftar.

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