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La Corea del Nord ha lanciato martedì il suo primo ICBM in grado di colpire l’intero territorio degli Stati Uniti – da costa a costa – grazie ad una gittata stimata di 13mila km.

Non sappiamo ancora se il missile sia in grado effettivamente di portare una testata atomica su un bersaglio così distante come potrebbe essere Washington o New York, in quanto la gittata operativa di un missile varia in funzione del carico bellico trasportato (maggiore il peso minore la distanza raggiungibile), ma questo evento rappresenta comunque un punto di svolta epocale per la politica internazionale non solo di Pyongyang.

Siamo convinti che tra non molto, in quel di Teheran, si vedranno missili a gittata sempre maggiore e dotati di tecnologia sempre più avanzata per quanto riguarda la precisione e la possibilità di colpire bersagli multipli. I legami che intercorrono tra l’Iran e la Corea del Nord sono infatti di lunga data e comportano un continuo e reciproco scambio di tecnologie nel campo degli armamenti soprattutto missilistici. Già a maggio di quest’anno su The Diplomat si erano sottolineate le analogie, in occasione del test missilistico (fallito) avvenuto nello stretto di Hormuz, tra il sommergibile classe Ghadir protagonista del lancio ed il nordcoreano classe Yono, permettendo agli analisti americani di sostenere che il test è stata la prova del continua cooperazione militare tra Teheran e Pyongyang a dispetto delle sanzioni internazionali e dell’embargo. Fattore che sicuramente ha contribuito alla recente dichiarazione del Segretario di Stato Tillerson in merito all’inasprimento delle sanzioni verso la Corea del Nord che tenderanno ad escludere la possibilità di ogni contatto di “Paesi terzi” con Pyongyang, Cina inclusa.

Mentre tutto il mondo si concentrava sui test atomici coreani e sul problema del nucleare iraniano, la cooperazione in fatto di vettori missilistici tra i due Paesi è continuata di gran carriera: la riprova è stato il recente lancio di un nuovo modello di MRBM – il Khorramshahr – che si ritiene sia dotato, per la prima volta, di tecnologia MIRV (Multiple Independently-targetable Reentry Vehicle).

A tutti gli effetti tra i due Paesi, che secondo gli Usa farebbero parte del “Asse del Male”, esiste una mutua collaborazione in campo missilistico che sfrutta i reciproci successi ed innovazioni, ed in base a questo principio molto analisti – soprattutto israeliani – sono preoccupati che la tecnologia nucleare militare nordcoreana possa essere presto riprodotta in Iran.

Il programma missilistico iraniano, infatti, ha beneficiato non solo delle passate collaborazioni con la Russia, ma continua ad essere sostenuto dalla Cina, dalla Corea del Nord e dal Pakistan, quest’ultimo guarda caso entrato nella lista nera di Washington che da qualche tempo ha cominciato a guardare al suo rivale storico nell’area – l’India – anche in chiave anticinese. 

Oltre alle varianti dei missili tipo Scud di fabbricazione russa costruiti in loco (gli Shahab 1 e 2) la collaborazione tra Iran e Corea del Nord si vede soprattutto con i vettori più grandi e performanti – gli Shahab 3 e 4 e loro varianti  – che in Corea del Nord sono noti come No-dong A e B. Lo Shahab 3, ad esempio, prende le basi del design del missile nord coreano No-dong 1/A e B che, secondo alcuni analisti, sarebbe stato sviluppato da Pyongyang col supporto finanziario iraniano. La versione iniziale dello Shahab-3, inoltre, ha notevoli somiglianze con il missile pakistano Ghauri I, che a sua volta ha beneficiato di trasferimento di tecnologia missilistica nordcoreana e soprattutto cinese. Il missile quindi, benché prendesse le mosse dal corrispettivo vettore di Pyongyang, è stato interamente progettato e sviluppato in Iran e si è evoluto nel corso del tempo fornendo quella palestra tecnologica che ha portato ad avere versioni sempre migliori ed aggiornate (4, 5 e 6).
E’ anche noto che Teheran ha cercato di acquistare dalla Nord Corea il missile Taep’o dong-2, programma alla cui evoluzione ha contribuito nel periodo iniziale con lo stadio superiore del progetto IRIS: ovvero un vettore No-dong A/Shahab 3 modificato con un una sezione frontale a bulbo designata a portare un secondo stadio aggiuntivo dotato di motore a combustibile solido per trasportare satelliti per telecomunicazioni o equipaggiamento scientifico, ma che ha contribuito non poco ad implementare la tecnologia multistadio e quindi ad aumentare il raggio di azione degli MRBM iraniani. A settembre del 2004 una versione migliorata del Taep’o dong-1, lo Shahab 4 (a due e tre stadi) è stata testata con successo dotando così l’Iran di un missile con una gittata massima di 2000/2500 km a cui ha fatto seguito due anni dopo un IRBM derivato dal No-dong B capace di una gittata compresa tra i 3 ed i 4 mila km.

Ancora sulla scorta di questa cooperazione bilaterale ci interessa sottolineare come, facendo un piccolo salto indietro nel tempo, l’Iran abbia testato con successo nel 2004 un missile Shahab 3b migliorato dotato di un veicolo di rientro imbarcante un prototipo di una testata atomica (fittizia) del peso di 650 kg che risulta essere la copia dello stesso veicolo di rientro nordcoreano visto sul missile No-dong B identificato nel 2003/2004. Tecnologia mutuata da quella dei missili di fabbricazione sovietica tipo SS-N-6 e che significa che Teheran possiede già la capacità di imbarcare armi atomiche sui suoi missili – pur non avendo ancora combustibile nucleare idoneo – senza bisogno di ulteriori test già a partire dal biennio 2004/2005.

La maggior parte dell’industria missilistica iraniana è collocata a Karaj, nei pressi di Teheran: le infrastrutture comprendono anche un impianto missilistico costruito dalla Cina vicino Semnan e due più grandi costruiti dalla Corea del Nord ad Isfahan e Sirjan (in grado di produrre combustibile liquido e alcune componenti strutturali).

Non è quindi così lontano dalla realtà pensare che i recenti progressi in campo missilistico visti in Corea del Nord presto saranno mutuati in quel di Teheran, che, grazie a questa particolare partnership industriale avallata più o meno esplicitamente dalla Cina, potrebbe così fare dei grossi balzi avanti nel campo degli armamenti strategici con la possibilità – non del tutto remota – di acquisire anche la capacità atomica militare, che, nell’ottica di Teheran, andrebbe a bilanciare quella israeliana ma che, visti i recenti sviluppi nel Golfo Persico, potrebbe essere un pretesto per Arabia Saudita ed Israele ad intraprendere una guerra preventiva con il placet di Washington e così eliminare la “minaccia sciita” dalla regione medio orientale.

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