Luci ed ombre si alternano nell’opinione pubblica internazionale sulla figura di Putin. Alcuni dei punti oscuri sui quali molti si sono accaniti è l’attribuzione della responsabilità in alcuni dei più rilevanti assassinii avvenuti in Russia negli ultimi anni.

Le vicende si ripropongono alla mente ogni qual volta una personalità legata alla Russia scompare o rischia la vita in circostanze decisamente innaturali, così come il recente caso di Sergey Skripal, avvelenato impiegando del gas nervino a Londra. Il servizio segreto inglese ha incolpato senza dubbio alcuno la Russia, additandolo come una violazione di sovranità e un tentato omicidio di Stato. Altri casi simili a questo sono stati portati alla ribalta nel nuovo millennio, con un forte accento da parte della stampa occidentale russofoba.

Alcuni ricordano con maggiore nitidezza tre di queste uccisioni misteriose sulle quali chiarezza non è stata mai fatta del tutto: parliamo di Aleksandr Litvinenko, Anna Politkovskaya e Boris Nemtsov.

Procedendo con ordine con riferimento al primo nome si apre una trama che fa pensare ad un intrigo internazionale ad alti livelli, che vedono coinvolti anche i servizi segreti: Alexey Valterovich Litvinenko era un ex agente del KGB, i servizi segreti sovietici, che oggi hanno lasciato il posto all’FSB. Morto il 23 novembre 2006 – poche settimane dopo l’altro popolare omicidio di Anna Politkovskaya – per avvelenamento da Polonio 210, in letto di morte ha indicato proprio Vladimir Putin quale mandante degli esecutori. Litvinenko era indicato come uno dei vicinissimi dell’oligarca russo Boris Berezovsky, detrattore di Putin rifugiatosi a Londra dopo la cacciata degli oligarchi nel periodo post Eltsin. Proprio in quelle settimane il governo britannico e il Cremlino avevano raggiunto un accordo sull’estradizione del magnate russo, accusato sin dai tempi del governo Primakov (1999) di frode ed appropriazione indebita, nonché di essere un boss di una cosca mafiosa russa. A libro paga di Berezovsky, all’epoca dei fatti, figuravano diversi personaggi, tra cui lo stesso Litvinenko ed il leader dei ribelli ceceni, Ahmed Zakayev.

La posizione di Litvinenko si era fatta particolarmente scomoda per via di alcune importanti conoscenze nel mondo delle fondazioni americane per la democrazia: una di queste era quella con Alex Goldfarb – ripetutamente citato nell’inchiesta condotta dal giudice britannico Sir Robert Owen – che all’epoca degli eventi presiedeva International Foundation for Civil Liberties, finanziata da Berezovsky. Un altro personaggio dal ruolo controverso è Mario Scaramella, un faccendiere pluripregiudicato il quale aveva mosso verso l’ex Premier italiano Romano Prodi l’accusa di essere un agente del KGB. Scaramella, anch’egli deceduto nelle stesse circostanze di Litvinenko, lavorava per l’Environmental Crime Prevention Program, organizzazione di intelligence privata della quale si sostiene che uno dei principali sponsor fosse Dick Cheney, Vice Presidente USA sotto George W. Bush. Sia Scaramella che Litvinenko sostenevano di essere seguiti da una squadra di agenti segreti russi e, durante l’incontro nel sushi bar Itsu di Piccadilly a Londra, l’ex agente russo avrebbe informato l’altro di essere sulla stessa black list di Anna Politkovskaya, scomparsa appena pochi giorni prima. Il 21 gennaio 2016 la sentenza di Owen è stata resa pubblica: nei passaggi finali della stessa si sostiene il coinvolgimento diretto di Nikolay Patrushev, capo del FSB e di Vladimir Putin. Secondo la testimonianza di Goldfarb, vi sarebbe accusa diretta nei confronti degli agenti russi Andrey Lugovoy e Dmitry Kovtun, responsabili materiali dell’avvelenamento di Litvinenko. Da sottolineare, tuttavia, l’anomalia delle dinamiche narrate. La quantità di isotopo radioattivo del Polonio impiegato, pari a 10 microgrammi di sostanza, sarebbe sufficiente a sterminare un intero plotone di soldati, verrebbe a costare molte decine di milioni di dollari, oltre al fatto che trafugare una quantità così ingente di veleno (se ne producono soltanto 100 grammi ogni anno) non sarebbe passata del tutto inosservata.

Il secondo nome sulla lista è quello della giornalista Anna Stepanovna Politkovskaya. Venuta a mancare il 7 ottobre del 2006 in seguito ad un agguato nell’ascensore del condominio in cui viveva, freddata con dei colpi di pistola nella fronte. Pubblicava le sue inchieste sulla Novaya Gazeta, uno dei principali media di opposizione della Russia post-sovietica, fondato nel 1993 da Mikhail Gorbacev, utilizzando il denaro ricevuto in seguito all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace del 1990. Ad oggi egli e Aleksandr Lebedev, capo del dipartimento investigativo della testata bisettimanale, detengono il 49% delle quote del giornale.

Anna Politkovskaya è nota per le sue inchieste sempre molto aggressive sulle politiche portate avanti dal Cremlino, negli ultimi anni della sua vita ha concentrato le sue attività giornalistiche, unite all’attivismo nel settore della difesa dei diritti umani, nella denuncia delle violenze e degli abusi commessi dalle milizie legate direttamente al Primo Ministro della Repubblica Cecena, Ramzan Kadyrov, i cosiddetti Kadirovtsy. Proprio nel giorno in cui è stata uccisa, la giornalista si apprestava a pubblicare un’inchiesta relativa a questi abusi, per stessa ammissione dell’allora editore di Novaya Gazeta, Dmitry Muratov. L’omicidio è stato immediatamente attribuito ad una organizzazione criminale specializzate negli omicidi per commissione.

Il panorama della stampa russa ha condannato fortemente l’omicidio, ma la risonanza nel Paese è stata di gran lunga meno altisonante rispetto a quella avuta in Occidente. Oleg Kashin, direttore della Delovaya Gazeta e voce di opposizione al sistema politico russo corrotto, ha rivolto un attacco agli sciacalli che hanno banchettato sul cadavere della giornalista, ma anche sui liberali che sfruttano la sua morte per creare destabilizzazione politica e sociale all’interno del Paese. Molti politologi infatti sostengono che non vi sia coinvolgimento delle autorità nell’omicidio di Anna Politkovskaya, bensì i mandanti sarebbero stati interessati a generare una situazione di tensione che potesse condurre ad una nuova Rivoluzione Arancione, come quella che l’anno precedente aveva portato al rovesciamento del regime di Leonid Kuchma in Ucraina, con l’elezione del liberale Yuschenko.

La questione del nazionalismo russo, dunque, non ha messo in discussione l’autorità di Vladimir Putin il quale, appresa la notizia dell’accaduto, ha giudicato come sopravvalutata la portata dell’evento. Altrettanto hanno fatto i vertici delle Repubbliche Cecena e di Ichkeriya (quella dei separatisti), che pur ammettendo la divergenza di vedute, hanno espresso cordoglio e speranza affinché i responsabili fossero sottoposti alla giustizia quanto prima. La pista più accreditata, dunque, è quella che vede come mandanti alcuni nemici politici di Putin e Kadyrov, sebbene tutt’altro sia stato recepito in Occidente. Il 20 maggio 2014, dopo tre processi, i cinque imputati per l’omicidio – tutti ceceni – sono stati condannati per l’omicidio della Politkovskaya, con un esito che corrisponde all’ergastolo per Rustam Makhmudov e lo zio Lom-Ali Gaitukayev, 20 anni di reclusione per Sergey Khadzhikurbanov (ex dirigente nella polizia moscovita) e 14 e 12 anni per Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, fratelli del killer.

L’ultima delle morti sospette riguarda la scomparsa di Boris Efimovich Nemtsov, già vice primo ministro tra il 1997 e il 1998, durante la presidenza di Boris Eltsin, nonché cofondatore del partito Soyuz Pravykh Sil (Unione delle Forze di Destra), di stampo liberale, insieme ad Anatoly Chubais e Egor Gaydar nel 1999. Dopo l’uscita dalla Duma in seguito alle consultazioni elettorali del 2007, quando ottenne appena l’1% dei consensi, nel 2008 il partito si sciolse, confluendo in altre formazioni di stampo ed ideologie simili. Nel 2012, dopo la registrazione del Partito PARNAS (Partito della Libertà della Nazione) guidato da Mikhail Kasyanov e da Ilya Yashin, Nemtsov entra nell’ufficio direttivo del Partito, rimanendone uno dei principali esponenti fino alla morte, avvenuta il 27 febbraio 2015. In tale occasione Boris Nemtsov passeggiava con la compagna, la modella ucraina Anna Duritskaya lungo il ponte Moskvoretsky, appena alle spalle del Cremlino. Alcuni soggetti, più tardi identificati come ceceni vicini al presidente Ramzan Kadyrov, sono stati arrestati ed incriminati per il reato. Tra loro un ex combattente del battaglione Sever, Zaur Dadaev, in servizio al ministero degli Interni della Repubblica Cecena, arrestato in Inguscezia, che sarebbe stato addirittura l’esecutore materiale del delitto. Come giustificato dallo stesso Dadaev, le ragioni dell’assassinio sono da rintracciare nelle dichiarazioni di Nemtsov contro l’Islam e i musulmani russi a seguito dell’attentato presso la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, per il quale il politico e uomo d’affari russo aveva espresso vicinanza. Pochi giorni prima della sua dipartita, Nemtsov aveva rilasciato un’intervista all’emittente radiofonica d’opposizione Ekho Moskvy, durante la quale aveva esortato i cittadini moscoviti a prendere parte alla manifestazione che si sarebbe tenuta il primo marzo successivo, trasformatasi poi in una marcia di commemorazione per lo stesso. Egli, nel suo colloquio col direttore dell’emittente, Alexey Venediktov, ribadiva il timore per la propria incolumità, dal momento che in quei mesi stava lavorando ad un dossier sulla politica estera di Putin con un outlook sul Donbass, sostenendo che il Presidente russo avrebbe spinto per far penetrare nel territorio orientale dell’Ucraina diverse migliaia di soldati dell’esercito russo senza insegna, affinché si sostenesse la causa dei ribelli filo-russi. I risultati di tale inchiesta sarebbero dovuti essere pubblicati dall’amico e compagno di partito Ilya Yashin, ma ad oggi nulla è stato edito. Anche tale omicidio in Occidente ha avuto una risonanza maggiore di quanto non abbia fatto in territorio russo. Nemtsov era un uomo dal trascorso politico ormai caduto in disgrazia, rappresentando circa un centesimo dei consensi dell’opposizione a Putin. Lo stesso Gorbacev ha asserito che tali accadimenti, per quanto tragici, sono finalizzati ad alimentare una coscienza anti-sistema, che non fa altro che destabilizzare la situazione politica e sociale della Russia di oggi.

Molti elementi qui analizzati creano delle analogie con il caso Skripal, su cui oggi il governo britannico rifiuta di fornire chiarimenti, lasciando un alone di mistero attorno all’accaduto. Come già osservato in un articolo di Matteo Carnieletto e Lorenzo Vita, vi è una ricorrenza piuttosto dubbiosa in concomitanza di grandi eventi politici e sportivi che coinvolgono la Russia in primo piano, e non si riscontrano tuttavia valide ragioni per cui la Russia avrebbe avuto interesse ad agire nel modo che Theresa May ha denunciato in modo altisonante.