C’è un punto, tra i 55 che compongono il documento approvato domenica a Berlino, che sintetizza meglio degli altri alcuni degli aspetti paradossali del testo voluto dai capi di Stato e di governo riuniti sul dossier libico. E riguarda, nello specifico, quello relativo alle “non ingerenze” straniere nel Paese nordafricano. Una contraddizione che in questo caso appare doppia: da un lato, sono soltanto Paesi stranieri quelli che si sono riuniti per decidere le sorti di un documento sulla Libia, dall’altro molti di questi attori internazionali hanno mezzi, uomini ed interessi al di là del Mediterraneo.

Impossibile non interferire

In poche parole, la stessa conferenza di Berlino è stata di per sé un’interferenza seppur ovviamente intesa in chiave “positiva” e volta a trovare una soluzione alla guerra in corso in Libia. Un conflitto peraltro, che è nato già da una grave, e quella sì ben più negativa, interferenza da parte di Francia e Regno Unito negli affari libici. All’inizio del 2011 il paese nordafricano era infatti scosso da violenze interne per via delle proteste relative alla cosiddetta “primavera araba”, sorta in Tunisia ed Egitto ed arrivata in Libia dove è quindi iniziato il contrasto tra forze pro e contro Gheddafi. L’intromissione europea, a cui ha poi partecipato anche l’Italia, ha fatto sì che l’era del rais finisse nel modo più drammatico e traumatico possibile. E le conseguenze sono ben evidenti ancora oggi.

La Libia è un paese ricco di petrolio, è il secondo produttore africano e soprattutto le qualità del suo oro nero, unito alla vicinanza con l’Europa, lo rendono molto appetibile sul mercato. Per questo, nel marasma libico, tutti gli attori, regionali e non, hanno allungato le proprie mani sul paese. Chi più o chi meno, tutti coloro che erano seduti attorno al tavolo allestito nella sede della cancelleria federale tedesca, hanno un motivo che lega il proprio governo al conflitto in corso in Libia. Dalla Turchia che ha a Tripoli propri militari ed ha lì inviato le milizie siriane a difesa del premier Al Sarraj, alla Russia presente con i contractors della Wagner, questi sono soltanto i casi più importanti di presenza straniera in Libia. Poi ovviamente c’è l’Italia, che ha 300 militari a Misurata (anche se questo non ha conferito a Roma un certo peso politico), gli Emirati Arabi Uniti che hanno fornito i droni ad Haftar ed hanno una base in Cirenaica. E via discorrendo, con le presenze ufficiali ed ufficiose di più o meno tutti i paesi invitati alla conferenza di Berlino. Inserire dunque, tra i principi cardine del documento approvato domenica, la non interferenza straniera è tanto paradossale quanto anacronistico.

Un documento la cui validità è tutta da provare

Il punto sulla non interferenza straniera, è solo un esempio di come il testo approvato a Berlino possa sembrare, sotto il profilo pratico, tutt’altro che di semplice applicazione. Al contrario, molti dei 55 punti al momento hanno un valore più marcatamente teorico. Come quello ad esempio che dovrebbe sancire il disarmo delle milizie ed il ritorno del monopolio dello Stato sulle forze di sicurezza. Tanti dubbi e tante incognite, acuite dalla mancata firma dei due principali attori, ossia Al Sarraj ed Haftar, nonché dai comportamenti assunti da quest’ultimo proprio nella capitale tedesca. 

E così, anche gli stessi principali elementi rivendicati soprattutto dagli attori europei protagonisti delle trattative, ossia il via libera delle parti libiche alla tregua sotto la supervisione di un comitato militare e l’organizzazione di un nuovo vertice intra libico da tenersi a Ginevra, potrebbero essere messi in discussione. In definitiva, il giudizio su quanto approvato a Berlino non può che essere sospeso in attesa di verificarne l’effettiva validità.

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