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Quarant’anni di marce senza sosta. Quarant’anni di lotte, di dubbi, di domande senza risposte. Quarant’anni di lunghe e inesorabili manifestazioni, di grida, di pianti, di emozioni fortissime. Quarant’anni delle madri di Plaza de Mayo.Era il 30 aprile del 1977 quando un gruppo di una quindicina di madri disperate e coraggiose, guidate da Azucena Villaflor, si riunì davanti alla Casa Rosada per chiedere alla giunta militare di rilasciare i propri figli. Da quel giorno, ogni giovedì le madri giravano introno all’obelisco della piazza, chiedendo verità e giustizia per i loro figli: i cosiddetti desaparecidos, gli scomparsi.La risposta del regime di Videla non si fece attendere. La repressione del movimento divenne chiara sin da subito. Villaflor fu sequestrata nel dicembre del 1977 e di lei non si seppe più nulla. C’è chi dice che sia stata rinchiusa nel campo di prigionia della ESMA, la Escuela de Mecánica de la Armada, lì torturata e poi uccisa. In quella grande officina delle torture, si pensa che siano stati catturati e torturati circa cinquemila detenuti.  Il suo cadavere fu probabilmente uno dei tanti che a essere prelevati, messi su un aereo e gettati dai cosiddetti voli della morte. Nel 2005, la giustizia argentina dichiarò che dalle ricerche effettuate su uno dei resti ritrovati sulla spiaggia vicino a Buenos Aires, si sia risalito alla persona di Azucena Villaflor. Per volontà dei figli, i suoi resti furono cremati e le sue ceneri disperse a Plaza de Mayo, lì dove la sua anima ancora persiste e le sue lotte sono ancora un ricordo vivido nella memoria degli argentini. Un monito contro tutti i più tragici avvenimenti dell’ultimo secolo.La scomparsa di Villaflor non fermò la battaglia delle Madri, che continuò, nonostante tutto, nonostante il terrore di finire fra le braccia dei carnefici e “desaparecer”, scomparire, come quei figli di cui volevano avere notizie. Il mondo si rese conto, dopo qualche mese, che l’Argentina era ormai un vero buco nero nel mondo dei diritti umani. E la battaglia non finì neanche con l’arrivo della tanto agognata democrazia. Quando nel 1983 si pensava che la democrazia portasse una ventata di libertà e di diritto in tutto il Paese, le madri di Plaza de Mayo si resero conto che c’era ancora da lottare e che la guerra era solo arrivata a una svolta.Il gruppo iniziò a dividersi, tra una linea dura e una linea più attenta a non sollecitare problemi con i nuovi governi democratici. Tutto è iniziato con l’accettare o no le riparazioni economiche, che per molte madri impoverite dalla perdita di figli o di mariti era diventata una necessitò inevitabile. Hebe de Bonafini è diventata la leader morale del gruppo più combattivo, ideologizzato, che ha visto nella lotta delle Madres un ideale più alto rispetto alla semplice volontà di giustizia, ma un vero e proprio spirito di lotta civile che abbracciasse il marxismo e il peronismo sociale. Una lotta che l’ha portata a sostenere il kirchnerismo, la lotta di Chávez come anche i governi Correa e Morales.L’altra ala, che venne poi chiamata Madres de Plaza de Mayo – Linea Fundadora, ha  un approccio più critico, più storico, che cerca di ristabilire la memoria del Paese e cerca di portare nelle scuole il problema deli desaparecidos. Non ne fa una lotta politica ma una lotta storica, più volta alla scoperta delle radici sociali della repressione che a ricomprenderle in una chiave politica.Quarant’anni più tardi, l’Argentina rende omaggio a quelle madri che hanno segnato un’epoca per tutto il Paese. E non sono bastati questi decenni per spegnere il sentimento di lotta di tutte le Madri di Plaza de Mayo. Nora Morales de Cortiñas, fondatrice del gruppo “Linea Fundadora”, ha preso parte alle celebrazioni ricordando che quello che successe in quegli anni non era una semplice lotta, ma una vera e propria guerra. Non era una guerra sporca, ma un sistema politico in cui un esercito toglieva tutti i diritti umani, l’uno dopo l’altro. Anche l’altra storica leader delle Madri, Taty Almeida, ha detto che la battaglia non può né deve finire, perché c’è ancora tanto da fare e tanto da riportare alla luce.In questo senso, le parole del presidente Macri hanno portato preoccupazione e rabbia in molte madri. Macri si è detto contrario a entrare nella polemica dei numeri dei desaparecidos e dei morti, facendo riecheggiare in tutta Plaza de Mayo quei messaggi dei negazionisti del massacro che dicono si sia trattato soltanto di repressione militare, anche brutale, ma nei limiti di una dittatura. Un massacro che però, come è giusto che sia, ancora ferisce il popolo argentino. Quarant’anni dopo, quelle Madri, sono ancora lì, ormai anziane, a chiedere verità. A chiedere giustizia.