Politica /

Doomsday Clock, l’orologio dell’apocalisse. L’orologio che segna il conto alla rovescia che ci separa dalla catastrofe atomica del Bulletin of Atomic Scientists è stato spostato all’inizio di quest’anno di 30 secondi più vicino alla mezzanotte, segnando ora 2 minuti e 30 secondi all’ora zero in cui si scatenerà “l’inimmaginabile”. La crisi coreana ha spostato avanti le lancette a febbraio, ed ora, visto quanto è successo dall’inizio di quest’anno, le lancette saranno ulteriormente spostate in avanti e molto probabilmente più velocemente di quanto previsto ci avvicineremo allo scoccare della mezzanotte.
Questo è quello che pensano esperti e diplomatici che direttamente stanno prendendo parte alla crisi che rischia di non essere solamente una questione regionale ma rapidamente trasformarsi in uno scontro globale tra (super)potenze.

Siamo sempre stati molto attenti all’evoluzione della situazione nordcoreana e abbiamo più volte indicato quali sono i “campanelli d’allarme” da tenere presente per capire realmente quanto si sia vicini allo scontro armato: spostamento di truppe, aerei, portaerei, evacuazioni di personale civile ecc. Al momento la situazione è tesa e sembrano esserci dei segnali che esulano dalle parole della diplomazia, già ampiamente analizzati, che formano i prodromi di quello che potrebbe essere uno scontro armato catastrofico con armi atomiche che con ogni probabilità coinvolgerebbe anche la Cina.

La Corea del Nord è al momento impegnata in un programma di riarmo atomico e missilistico considerato vitale per la sua stessa esistenza, non solo per quella del Regime, e la Cina ha più volte intimato Washington che in caso di primo attacco Usa reagirà in difesa dello scomodo alleato.

La situazione, che per il momento è in stallo, è però pericolosamente destinata a degenerare quando Pyongyang avrà in dotazione testate nucleari miniaturizzate e missili ICBM pienamente operativi, magari dotati di tecnologia MRV o MIRV mutuata da quella, per ora presunta, dell’ultimo  missile iraniano, il Khorramshahr. Quando il raggiungimento della capacità di tali sistemi missilistici di trasportare effettivamente (con successo) una testata nucleare sul territorio americano sarà certificato, gli Stati Uniti si prepareranno a colpire la Corea del Nord con il loro arsenale atomico.

Il problema di fondo, che probabilmente spingerà Washington ad effettuare un “first strike” massiccio, è uno solo: la dispersione.

La Corea del Nord infatti possiede una fitta rete di tunnel e rifugi corazzati sparsa lungo tutto il suo territorio montagnoso (alcune fonti riportano l’enorme numero di 10mila tunnel e rifugi di cui 4mila a ridosso del 38esimo parallelo) che vengono utilizzati come depositi di armi e munizioni oltre che come vere e proprie “punte di lancia” per una possibile invasione del sud. Chiaramente la dispersione di un sistema missilistico mobile come il KN-20 – il primo ICBM testato con successo da Pyongyang – risulta molto semplice e parimenti risulterebbe molto complicato per l’avversario avere la certezza di colpire il bersaglio e di eliminarlo.

Vero è che il sistema missilistico in questione non è ancora del tutto mobile come i suoi parigrado russi o cinesi: il vettore è trasportato su un mezzo ruotato 8×8 che lo innalza in posizione di lancio e se ne sgancia allontanandosi prima che questo avvenga, quindi il missile abbisogna di una piazzola di lancio (facilmente individuabile) e di tempo per poter armare il sistema di guida dello stesso. Questo darebbe quel vantaggio temporale agli Stati Uniti che si trasformerebbe in superiorità strategica nel momento che una costante attività di ricognizione riuscisse ad individuare il vettore: un missile da crociera lanciato da un sommergibile come il “Michigan” incrociante nel Mar del Giappone potrebbe in pochi minuti colpire l’ICBM e distruggerlo. Il rischio però sarebbe comunque troppo alto dato che non è possibile garantire una copertura ricognitiva totale e costante nell’arco delle 24 ore – i satelliti hanno un tempo ciclico di sorvolo ed i ricognitori d’alta e altissima quota sono individuabili (e abbattibili) – non lasciando altra scelta a Washington se non quella di utilizzare il proprio arsenale atomico per colpire quei siti noti in cui vengono stoccati missili, testate e lanciatori, e impiegando bombardieri stealth e missili da crociera contro quei missili che, sfuggiti al “first strike” vengono preparati al lancio.

Una corsa contro il tempo, quindi, dato che più ne passa più aumentano le probabilità che Pyongyang possa raggiungere la capacità efficace di colpire Washington con le proprie armi atomiche; e pertanto, come in un meccanismo perverso, più si avvicina lo spettro di un primo attacco americano.

Per questo le diplomazie in queste settimane sono freneticamente al lavoro per cercare una soluzione, dato che è ormai palese che le sanzioni internazionali non siano efficaci per fermare Kim Jong-un. Sul tavolo ci sono diverse soluzioni, oltre a quella russo-cinese già proposta e considerata inammissibile da Washington per questioni strategiche e di prestigio di rinunciare alle esercitazioni e di ridurre drasticamente la presenza militare nell’area. Una di queste vedrebbe un tavolo regionale di trattative composto dalle due Coree dalla Cina e dal Giappone a cui parteciperebbero ovviamente gli Stati Uniti e la Russia, che, non ha perso la ghiotta occasione di presentarsi come mediatore della tensioni nell’area. Questa trattativa potrebbe comportare l’eliminazione degli ICBM nordcoreani – mantenendo quindi l’arsenale di missili a raggio medio ed intermedio che sarebbero in grado di colpire Guam e l’Alaska – in cambio della cessazione delle sanzioni e della garanzia da parte americana di non sovvertire il Regime di Pyongyang.

Idealmente sarebbe la soluzione ottimale però, come sempre accade, esistono grossi problemi concreti che ne ostacolano la messa in atto: chi garantirebbe la distruzione dell’arsenale balistico intercontinentale della Corea del Nord? La Cina? L’Onu? Il Giappone e gli altri alleati degli Usa nell’area saranno disposti a restare sotto la spada di Damocle di un attacco atomico (o chimico) nordcoreano?

Tutto ormai sembra cristallizzarsi su posizioni intransigenti e a meno che qualcuno non intenda fare un reale e concreto passo indietro la strada verso la mezzanotte delle lancette del “Doomsday Clock” sembra spianata.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY