Quando le autorità governative dello stato indiano meridionale di Tamil Nadu hanno pubblicato varie offerte di lavoro in campo sanitario, non si aspettavano di ricevere molte candidature da laureati altamente qualificati. Quindi rimasero a bocca aperta quando 150 ingenieri e laureati con master in business administration hanno risposto all’annuncio.

Questo recente espisodio è rappresentativo della grave situazione in cui versa il mercato del lavoro indiano, e il tasso di disooccupazione rischia di mandare in frantumi il sogno del Primo Ministro Narendra Modi di un secondo mandato, che egli ricercherà alle elezioni di metà 2019.

Stando a un recente sondaggio ufficiale – tenuto in sospeso dal governo, ma giunto lo stesso ai media – il tasso di disoccupazione in India nel 2017-18 ha raggiunto il più alto picco degli ultimi 45 anni. Questi numeri occultati sono stati resi noti per primo dal rinomato quotidiano indiano The Business Standard, che ha ottenuto le statistiche dall’agenzia governativa National Sample Survey Office (NSSO).

Questo è un duro colpo per l’amministrazione Modi, in quanto il suo partito si era attestato in cima ai sondaggi nel 2014 con la promessa di creare 20 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno. I dati trapelati indicavano anche che la disoccupazione nelle aree urbane è più alta che in quelle rurali – fatto che potrebbe rivelarsi molto dannoso per il governo Modi.

Il presunto tasso di disoccupazione del 6.1% ha sollevato un vero e proprio vespaio, impantanando il governo e i suoi detrattori in un’intensa campagna diffamatoria. Questo dato indica infatti che quasi 30 milioni di indiani, su una forza lavoro di 500 milioni di persone, non trovano lavoro. Fra questi anche da 10 a 12 milioni di giovani che entrano nel mercato del lavoro ogni anno.

In precedenza, il tasso di disoccupazione era arrivato a superare il 6% nel 1972-73, quando l’India si stava riprendendo da una guerra col Pakistan che si era accompagnata a un diffuso shock del mercato petrolifero.

Il governo – che a oggi continua a rifiutarsi di tenere un dibattito parlamentare sulla questione nonostante le continue richieste da parte dell’opposizione – non ha nè confermato, nè negato la veridicità delle cifre, limitandosi a ripetere che si tratta solo di una fuga di dati. I legislatori di entrambi gli schieramenti del dibattito sono stati coinvolti in un’aspra invettiva che paragonava i leader dei partiti ai dittatori Hitler and Mussolini.

Gli analisti incoraggiano il governo a riconoscere il rapporto offrendo una spiegazione plausibile e una soluzione, invece di negare l’esistenza di una crisi finendo magari per accentuarla. Il tasso di disoccupazione è in costante crescita dal 2011-2012, quando corrispondeva al 2.2%.

L’ultimo rapporto NSSO doveva originariamente essere pubblicato a dicembre dello scorso anno, ma l’amministrazione federale ha deciso di bloccarlo. I dati sulla disoccupazione sono sempre stati una questione delicata, e anche i precedenti governi avevano timore di pubblicare i numeri esatti.

Due importanti membri dell’organo statutario che sovraintende ai sondaggi sui dati occupazionali, si sono dimessi in segno di protesta contro la decisione del governo di non divulgare i numeri. Rahul Gandhi, oppositore politico di Modi e leader del Congresso Nazionale Indiano, ha detto che il rapporto sull’occupazione è “un disastro nazionale”.

I critici si soffermano su due eventi chiave in relazione alla crisi occupazionale: la demonetizzazione del november 2016, quando l’86% delle banconote di alto valore furono bruscamente ritirate dal sistema, e l’inadeguata applicazione della Goods and Services Tax (GST) nel luglio 2017. Si crede che anche la prolungata sofferenza del settore agricolo e la fiacca crescita salariale nelle aree rurali abbiano contribuito a questi scoraggianti numeri.

I dati trapelati sulla disoccupazione non fanno altro che confermare altri segnali che indicavano una silente crisi occupazionale in corso nel Paese. Secondo un rapporto pubblicato dalla All India Manufacturers’ Organisation a dicembre 2018, sono stati persi 3,5 millioni di posti di lavoro dal 2016.

Nel contesto dell’ambiziosa iniziativa ‘Make in India’, fiore all’occhiello del governo Modi – un insieme di politiche volte a convertire il Paese in un hub di produzione e manifattura, che però non è mai riuscito a decollare – il Primo Ministro aveva promesso di creare 10 milioni di posti di lavoro ogni anno. Questo progetto ha subito un duro colpo anche per il fatto che i recenti dati presentati alla Camera Alta hanno rivelato che il governo è riuscito a generare solo 2,75 milioni di posti di lavoro negli ultimi quattro anni e mezzo.

Un altro studio pubblicato da una società di ricerca privata di Mumbai, il Center for Monitoring Indian Economy, ha rivelato che nel 2018 sono stati persi 11 milioni di posti di lavoro. Quando le ferrovie indiane, uno dei maggiori datori di lavoro del mondo, ha pubblicato annunci per 90,000 posti d’impiego nel 2018, più di 23 milioni di persone si sono candidati, mostrando chiaramente la fame di lavoro diffusa nel Paese.

Creare lavoro era il principale punto del programma elettorale di Modi nel 2014, anche perchè circa i due terzi della popolazione indiana, che ammonta a 1,3 miliardi di abitanti, è sotto i 35 anni. Non essere riuscito a mantenere questa promessa comporta conseguenze disastrose per Modi a poche settimane dalle elezioni parlamentari. Sopprattutto perchè la creazione di posti di lavoro era destinata a essere l’elemento vitale della sua campagna elettorale anche nelle prossime votazioni.

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