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La sparatoria di Minneapolis non è soltanto l’ennesimo episodio che riaccende il dibattito sull’uso della forza da parte delle agenzie federali. È qualcosa di più profondo: un test di stress ideologico che sta mettendo in discussione l’alleanza storica tra il movimento pro-armi e lo Stato federale quando quest’ultimo agisce in nome dell’ordine e della sicurezza. Il segnale più eloquente arriva da una presa di posizione insolitamente critica della National Rifle Association (NRA), che ha chiesto di non “demonizzare i cittadini rispettosi della legge” prima della conclusione delle indagini.

Per decenni, il fronte del Secondo Emendamento ha tenuto insieme tre pilastri: diritto individuale alle armi, deferenza verso le forze dell’ordine, fiducia in un governo “limitato”. L’episodio di Minneapolis incrina questa architettura perché mette in collisione due dogmi: il diritto a portare armi e la presunzione di legittimità dell’azione statale armata. Quando l’azione è compiuta da agenti federali — in questo caso dell’ICE — la contraddizione esplode.

La dichiarazione attribuita al sostituto procuratore Bill Essayli, secondo cui l’avvicinarsi armati alle forze dell’ordine renderebbe “probabile” l’uso letale da parte degli agenti, ha agito da detonatore. Non tanto per il merito giuridico — su cui peseranno le indagini — quanto per l’implicazione politica: se l’interpretazione diventasse prassi, il porto legale d’armi rischierebbe di trasformarsi in fattore di rischio per il cittadino, non in garanzia di libertà.

L’elettorato pro-armi e anti-federale

Che la NRA prenda le distanze da un’impostazione percepita come giustificazionista dell’uso della forza federale è, di per sé, un fatto politico. Ancora più significativo è che la critica non sia rimasta isolata. Anche Gun Owners of America ha espresso perplessità, rafforzando l’idea che non si tratti di una manovra tattica ma di un malessere strutturale.

Qui si innesta un elemento spesso sottovalutato: la base. Negli ultimi anni, una parte dell’elettorato pro-armi — in particolare quello più radicalizzato e diffidente verso Washington — ha maturato una visione “anti-federale” che non distingue più nettamente tra burocrazia, magistratura e forze armate. Minneapolis ha fornito un caso simbolico in cui la sfiducia si è saldata al tema identitario delle armi.

Non è la prima volta che il movimento pro-armi entra in rotta di collisione con il governo federale. Il precedente più evocato è l’assedio di Ruby Ridge del 1992, quando l’intervento delle autorità contro una famiglia armata divenne un mito fondativo dell’antagonismo anti-statale. Allora come oggi, l’argomento non era solo la legittimità dell’uso della forza, ma chi avesse il monopolio della violenza e a quali condizioni.

La differenza, oggi, è che la frattura si manifesta dentro le organizzazioni mainstream, non solo nelle milizie ai margini. Questo sposta il baricentro del conflitto: dalla periferia ideologica al cuore del sistema di lobby che per anni ha garantito disciplina e allineamento.

La reazione di Trump e dell’area Maga

La crisi arriva in un momento delicato per Donald Trump e per l’area MAGA. Il presidente ha costruito una parte decisiva del suo consenso sull’asse “legge e ordine + diritti sulle armi”. Minneapolis costringe a scegliere: difendere senza riserve le agenzie federali o difendere senza ambiguità il portatore legale d’armi. Ogni opzione ha un costo. La prima aliena una parte della base più ideologica; la seconda indebolisce la narrativa di controllo e sicurezza. È in questo spazio che la NRA sembra muoversi con cautela calcolata: non un attacco frontale al governo, ma una linea rossa tracciata sul principio. Un messaggio che suona così: il Secondo Emendamento non può essere subordinato a interpretazioni operative che lo rendano impraticabile.

La posta in gioco va oltre il singolo caso. Se la presenza di un’arma legale diventa, nel discorso pubblico, un elemento che “giustifica” l’uso preventivo della forza statale, l’intero impianto culturale del movimento pro-armi entra in crisi. È questo che spiega la rivolta, per ora contenuta ma reale, della lobby delle armi: non una conversione garantista, ma una difesa identitaria.

Il risultato è un fronte del Secondo Emendamento meno compatto, più conflittuale, attraversato da una domanda che finora era rimasta sullo sfondo: chi protegge il cittadino armato quando lo Stato è l’attore che spara? La risposta a questa domanda — politica prima ancora che giudiziaria — determinerà se Minneapolis resterà un episodio isolato o l’inizio di una nuova fase nello scontro tra libertà individuali e potere federale negli Stati Uniti.

Gli effetti sul voto di metà mandato

Sul piano elettorale, la crisi generata dal caso di Minneapolis potrebbe influenzare le dinamiche di voto alle elezioni di metà mandato del 2026, in particolare nei gruppi di elettori indifferenti o moderati rispetto alla politica sulle armi. Storicamente, il tema del Secondo Emendamento è stato un asse mobilitante per l’elettorato repubblicano, con molti elettori che ritengono fondamentale la protezione del diritto di portare armi; un sondaggio commissionato dalla Second Amendment Foundation indica che circa il 76% degli elettori considera importante nominare giudici federali che “diano priorità” alla difesa del Secondo Emendamento e circa il 63% pensa che l’attuale amministrazione repubblicana proteggerà questi diritti meglio dei democratici.

Tuttavia, l’impatto politico dei fatti di Minneapolis — e la reazione critica della NRA e di altri gruppi pro-armi alla narrativa iniziale dell’amministrazione — potrebbe erodere parte di questo consenso, soprattutto fra gli elettori per cui la libertà di portare armi è un valore identitario.

Parallelamente, rilevazioni di opinione indipendenti mostrano che la popolazione americana è divisa sulle priorità tra diritti alle armi e controllo delle armi: in un tracking di Morning Consult, il 47% degli elettori ha dichiarato che è più importante proteggere il diritto di possedere armi, mentre il 44% ha dato priorità a limitarne la diffusione. Questo dato suggerisce che il tema può essere un fattore di mobilitazione trasversale, toccando non solo gli elettori repubblicani ma anche quelli indipendenti che spesso decidono le elezioni nei distretti in bilico.

Un allentamento nel sostegno di un blocco tradizionalmente affidabile — soprattutto in Stati di confine o rurali — potrebbe tradursi in voti sottratti o in un maggiore appeal per candidati alternativi, con effetti reali sulla capacità del Partito Repubblicano di mantenere il controllo dei seggi chiave alle prossime elezioni.

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