Politica /

Al cantante, dalla voce troppo piccola per quel salone, non pare vero: finalmente un gruppetto di italiani in questo inverno che non vuole finire. E cosi attacca a tutto volume Toto Cutugno, per la gioia dei nostri connazionali, pronti a lanciarsi nel più classico dei trenini. Lui li guarda e non perde l’occasione per guadagnarsi un applauso facile con una variazione al momento giusto sul celeberrimo testo, un cult dei villaggi vacanza di mezzo mondo: «Io sono un tunisino, un tunisino vero». Apoteosi e applausi dai socialisti, accorsi in Tunisia per rendere omaggio a Bettino Craxi.

La fede smuove le montagne e fa superare anche la paura di un attentato, ma i turisti quelli no: qua non ci vengono più. E a Hammamet, come nel resto del Paese, è buio nero. «Diciamo la verità – confessa Hamida Guembri, insegnante di liceo – dall’ultimo anno dell’era Ben Ali, dal 2010, c’è stato un progressivo aumento dei prezzi e del costo della vita. Nel giro di qualche anno il potere di acquisto del tunisino medio è crollato e oggi una famiglia come la mia, con tre figli, deve fare i salti mortali per tirare avanti».

Lo stipendio di un professore come Guembri, con 23 anni di carriera, non passa i mille dinari, più o meno 450 euro. «Sei anni fa con 10 dinari facevo la spesa giornaliera e riempivo la tavola. Oggi mi serve una cifra doppia, ma il problema è che la mia retribuzione non è salita di un dinaro. E invece devo fronteggiare l’aumento delle tariffe, della luce, del gas e di tutto il resto. È dura».

Il sogno del benessere sull’altra sponda del Mediterraneo si è incartato quando ormai pareva a portata di mano. I prezzi sempre più su e poi tutta la coda di guai senza fine: la crisi economica della vicina eurozona, la primavera con il cambio di regime e l’inevitabile confusione del periodo di transizione, gli attentati terroristici con il tracollo del turismo. Disoccupazione e fame.A gennaio la situazione è esplosa: incidenti, scontri, rivolte. Qualcuno ha paventato il caos libico, poi con l’aiuto del coprifuoco le autorità hanno ripreso il controllo delle periferie e dei villaggi. Ma con la pancia vuota, ogni scintilla può trasformarsi in un incendio. «Ai tempi di Ben Ali – riassume l’ambasciatore italiano Raimondo De Cardona – il Paese cresceva del 5 e passa per cento l’anno, oggi la Tunisia è in stallo». I giovani non trovano lavoro e i vecchi lo perdono. «Io – insiste Guembri – pur in difficoltà sono un privilegiato. Alla mattina faccio le mie lezioni di educazione fisica a scuola, al pomeriggio arrotondo come allenatore con le squadre giovanili di calcio, qui a Hammamet. Ma i tanti dipendenti degli alberghi, le donne delle pulizie, i camerieri, gli amministrativi se la passano molto peggio di me: non incassano più di 500 dinari al mese, una miseria con l’inflazione. Prima contavano sulle mance, oggi devono sperare di non essere licenziati».

Una certezza con le presenze degli occidentali scese a precipizio dell’80 per cento. Al caffè Sidi Bouhdid, termometro di un’industria che prima non conosceva ostacoli, si respira un’aria da fine stagione. Anche i saldi sono finiti. Dentro, Craxi, un Craxi sorridente e già malinconico, saluta dalle pareti; fuori, sotto il muraglione della Medina, le sedie vuote fanno pendant con l’addetto alla sicurezza che tormenta l’aria con un rilevatore di esplosivi. Lagha Naceur, il titolare, non fa sconti a nessuno e si appresta a stracciare la cartolina dell’Hammamet che fu: «Ho 29 dipendenti ma molti passano la giornata con le braccia conserte. È chiaro che così non posso andare avanti. Ho i soldi per pagare gli stipendi ancora per un paio di mesi, poi dovrò fare quel che non vorrei: lascerò a casa almeno 15 persone. Ma speriamo che gli italiani ritornino e con loro gli inglesi e i francesi e tutti gli altri».Per ora resiste solo qualche pensionato tedesco supercorazzato, ben spaparanzato ai tavoli delle colazioni, davanti a chef che paiono giocolieri senza più palcoscenico e preparano sontuose omelettes che nessuno assaggerà.Si lavora a singhiozzo anche nell’agenzia immobiliare di Mrad Riadh. Come tanti, Riadh rimpiange un passato che sembrava inattaccabile e invece è svanito fra le mani, come la sabbia che scivola via: «Ho venduto tante case agli italiani, qua sulla costa, cominciando da Marta Marzotto, e i vostri connazionali nel periodo d’oro, solo qualche anno fa, spendevano anche un milione di euro per acquistare dimore lussuose, affacciate sul mare. Poi la magia è finita, le compravendite si sono contratte, anzi sono crollate: se prima chiudevo dieci contratti l’anno, oggi ne firmo uno, forse due. E anche il valore degli immobili non è paragonabile: gli italiani cercano appartamenti da 100-150mila euro, non di più. Purtroppo questa è la situazione».Inutile girarci intorno: con il motore in panne è facile che la laica, moderata, moderna Tunisia finisca nelle fauci di gruppi estremistici che predicano crociate bagnate nel sangue degli infedeli e fanno proseliti fra i giovani. La Tunisia in questi anni ha esportato migliaia di foreign fighters, un record rispetto alla popolazione. Bisogna fermare il contagio prima che sia troppo tardi, ma non è facile con la miseria che ogni giorno inghiotte persone che fino a ieri avevano un lavoro e qualche certezza. Il presidente Beji Caid Essebsi, ormai vicino alla soglia dei novant’anni, ha parlato in tv nei giorni degli scontri, cercando di cucire i fili di un tessuto civile lacerato. Non sarà facile: Essebsi sfiora i giornalisti italiani venuti in visita al meraviglioso palazzo presidenziale di Cartagine, trionfale esempio di grandeur francese adattato al gusto arabo.

Il presidente saluta con un cenno della mano, poi scivola via, scomparendo in quel labirinto di sale e saloni smisurati che incorniciano i giardini perfettamente curati e un mare incantato. Il presidente non parla, ma il volto teso la dice lunga sulle sue preoccupazioni. «Dobbiamo ripartire, ce la dobbiamo fare – dice Moez Sinaoui, uno dei membri dello staff di Essebsi – presto la Tunisia si rimetterà a correre sulle sue gambe». Sarà, ma l’impressione è esattamente opposta: il G8, che aveva promesso aiuti, latita. L’Europa è distratta dai suoi troppi problemi e si dimentica del piccolo vicino che tende le braccia come un bimbo. Il massimo delle concessioni è una corsia preferenziale, una valvola di sfogo all’olio made in Tunisia: via libera all’export di 35mila tonnellate, ma dopo un’estenuante trattativa, fra mille paletti. Poco. Troppo poco.Le formazioni vicine all’Isis ogni giorno guadagnano consensi. Una tenaglia micidiale sembra chiudersi sulle speranze dell’unica democrazia di questa regione, una terra in cui gli integralisti sono stati battuti alle ultime elezioni dai laici e si sono fatti da parte senza traumi, senza incidenti, senza morti. Tunisi, in questo momento di panico, sarebbe un partner perfetto per l’Occidente impaurito e diviso. Ma, al di là della retorica sulla giovane democrazia da rafforzare, in campo c’è ben poco: c’è solo la Francia che ha promesso un piano di sostegno da un miliardo di euro. I tunisini si sentono abbandonati e scrutano con ansia le convulsioni che arrivano dal confinante gigante libico. Non resta che aspettare ed esorcizzare la paura: i camerieri apparecchiano le grandi tavolate degli hotel con piscina, le donne delle pulizie preparano le principesche suite con vista sulle spiagge, le orchestrine suonano per un pugno di coraggiosi. Ma l’acqua sale a bordo, come sul Titanic. E non c’è molto tempo per evitare il naufragio.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.