Un presidente degli Stati Uniti può impartire l’ordine di eliminare, dunque di fatto “assassinare” il leader di una potenza avversaria, e non incombere in alcun tipo di problematica legale? È questo il quesito che si pongono gli americani guardando a Donald Trump e all’eventualità in cui ordinasse l’eliminazione attraverso una “decapitazione”, come quella ipotizzato per il leader nordcoreano, Kim Jong-un, o peggio attraverso vere e proprie azioni militari – pensiamo al raid dei droni killer che hanno eliminato il generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso proprio su ordine di Trump il 3 gennaio del 2020.

Secondo il relatore speciale delle Nazioni Unite che si occupa delle “esecuzioni extragiudiziali”, l’operazione militare che ha avuto come obiettivo l’eliminazione di Soleimani sarebbe infatti da considerarsi illegale ai sensi del diritto internazionale. Ma non è la prima volta che gli Stati Uniti, da sempre fautori di strategie occulte in politica estera, operano o pensano di operare in tal senso. Washington ha infatti una lunga storia come mandante e pianificatrice di piani di decapitazioni e operazioni atte a destabilizzare o sovvertire le leadership di paesi con i quali non è mai entrata “formalmente” in guerra. Tuttavia, nessuno prima d’ora si era mai chiesto così frequentemente se tutto questo fosse del tutto “lecito”. I tempi devono essere cambiati.

Alcuni report, uniti alle ammissioni dello stesso Trump, dimostrerebbero come già del 2017 la sua amministrazione avesse ponderato di eliminare fisicamente il presidente siriano Bashar al Assad. Il movente sarebbe stato l’impiego – mai certificato – di armi chimiche sulla popolazione civile. Un crimine di guerra sufficiente a scatenare una vera e propria rappresaglia. Se ciò non è accaduto, è soltanto perché alcuni funzionari statunitensi hanno contestato l’ipotesi, continuando ad appellarsi alle leggi che da anni sollevano dibattiti interni sulla legalità di quello che sarebbe a tutti gli effetti considerabile come un “omicidio” su ordine del presidente e commesso al di fuori di una guerra dichiarata. L’emissione di un ordine presidenziale che avesse decretato la morte di Assad, sarebbe stato osteggiato da parte della politica interna e senza dubbio dal diritto internazionale. Ma le nuove rivelazioni di Trump nel merito, suffragate dall’alto consigliere della Casa Bianca Jared Kushner, sono bastate a riaccendere i riflettori su una problematica che non attanagliava la politica americana dal lontano 1976: quando nel mirino di Washington c’erano ancora Cuba e Fidel Castro, sfuggiti al pasticcio pianificato dalla Cia negli anni ’60 – la famosa “invasione della baia dei porci“.

Nell’editoriale della rivista specializzata DefenseOne, compare la dichiarazione del professore di diritto G. Corn, ex consulente legale dell’Us Army, che afferma come “si abbia la sensazione che in questa amministrazione non ci sia nulla che non venga visto come uno strumento lecito”. Una propensione, secondo il professore, in controtendenza con quelle di tutte le amministrazioni precedenti. Negli ultimi 30 anni infatti avrebbero tutte – bene o male – “rispettato un vincolo”: quello che considera l’omicidio un’azione illegale, anche se ordinata dal presidente. Il consigliere particolare Kushner però sembra non essere del tutto d’accordo. Nel corso di una recente intervista in vista del voto per le presidenziali, non ha escluso la via dell’assassinio quando gli è stato domandato se il presidente Trump considerasse tale “pratica” uno “strumento legittimo in politica estera”; affermando che il tycoon “tiene sempre tutte le opzioni sul tavolo” e proseguendo: “Dipende davvero dalle circostanze in cui si verifica un fatto” – “Viviamo in un mondo molto pericoloso”, e il presidente Trump “sa che bene che si tratta di uno sport full-contact. Questo non è touch football“.

Secondo l’ordine esecutivo (EO 11905) emesso durante la presidenza di Gerald Ford, da quel momento sarebbe stato “proibito a qualsiasi membro del governo degli Stati Uniti di impegnarsi o cospirare per impegnarsi in qualsiasi assassinio politico“. Tale ordine era stato promulgato proprio sulla scia delle rivelazioni che avevano scoperto i servizi segreti americani impegnati nel tentativo di assassinare Castro. A questo seguì in un secondo momento l’integrazione (EO 12333) che ribadiva come “nessuna persona impiegata o che agisce per conto del governo degli Stati Uniti deve impegnarsi o cospirare per compiere un assassinio”.

Perché allora l’assassinio viene tollerato come una via percorribile dall’inquilino della Casa Bianca e dai vertici del Pentagono in casi “particolari” e al di fuori di una guerra? “Il contesto è tutto”, ha dichiarato R. Van Landingham, esperta di giustizia militare e in passato nel Comando centrale degli Stati Uniti, l’entità che “sovrintende alla maggior parte delle truppe americane dal Medio Oriente all’Afghanistan” dove vengono eseguite la maggior parte delle operazioni “hunting-killer” o “targeting-leader”. Tutto infatti dipende dall’accezione che si da alla parola “assassinio”. E ciò dà in qualche modo quartiere all’eliminazione di determinati target nonostante l’ordine esecutivo emesso da Ford. Va inoltre tenuto conto di un altro fattore – ricordano gli esperti legali – e cioè che il “divieto” contenuto nel dato ordine presidenziale, in virtù di un compromesso stabilito tra il Congresso e la Casa Bianca nel 1976, può essere annullato da un successivo ordine presidenziale. “Il presidente dà, il presidente toglie”, ha chiosato il professor Corn. E ciò ha sempre aperto un dibattito su due fronti: quando diventano legittime le uccisioni condotte per salvaguardare la sicurezza nazionali senza tramutarsi in “omicidio”? E in quali circostanze l’operato degli Stati Uniti può e deve essere o meno soggetto ai vincoli del diritto internazionale?

In alcune condizioni – ad esempio quelle che hanno previsto l’eliminazione di Soleimani – il Pentagono si è appellato a quella che viene definita una “minaccia imminente“. Lo stesso sarebbe potuto valere, forse, per l’eliminazione di Kim Jong-un nel momento di massima tensione provocato dai test di missili balistici. Ma nessuna circostanza avrebbe giustificato l’assassinio di Assad in Siria nel 2017. Poiché l’eliminazione come atto di “rappresaglia per l’impiego di armi chimiche” avrebbe rappresentato una palese violazione del diritto internazionale; e non avrebbe trovato alcuna giustificazione per appellarsi allo stato di minaccia imminente per la sicurezza nazionale.

Secondo le conclusioni degli esperti, tuttavia, se il presidente avesse ordinato l’eliminazione di una personalità considerata in gergo di “high value” come Assad,  “l’analisi da parte degli avvocati dell’amministrazione sarebbe finita probabilmente col considerare l’omicidio come una violazione del diritto internazionale consuetudinario” ma, “secondo le dottrine dell’interpretazione statunitense del diritto internazionale”, “tale restrizione sarebbe potuta non risultare vincolante per l’applicazione extraterritoriale della forza nei confronti di un cittadino straniero”. Del resto in America, come tutti i paesi anglosassoni, vige la common law. E nonostante l’ordine esecutivo del 1976, non mancano i gli esempi che nel pieno della Guerra Fredda hanno visto l’intelligence americana impegnata nel cospirare e pianificare l’eliminazione mirata di nemici degli Usa. Oltre al noto complotto per uccidere Castro, che ha spaziato dalla pianificazione di una sbarco di dissidenti addestrati e armati dalla Cia al confezionamento di sigari cubani, possono essere annoverati gli sforzi compiuti dall’amministrazione Clinton per assassinare Slobodan Milosevic – la stessa amministrazione aveva anche immaginato diverse opzioni per eliminare l’allora leader nordcoreano Kim Jong-il. Quelle dall’amministrazione Obama, che si era particolarmente impegnata a trovare degli escamotage per eliminare, con il consenso di Francia a Regno Unito, il generale libico Muhammar Gheddafi. E andando a ritroso nella storia, senza entrare nello specifico delle numerose operazioni definite “Black Ops”, si possono immaginare numerosi altri obiettivi, non considerabili come “militari”, eliminati con il benestare della Casa Bianca: in sud America, Iran, Laos, Cambogia, Grecia, e forse perfino in Italia.

Tornando sul “caso Assad” poi, sembrerebbe che lo stesso Jim Mattis, segretario della Difesa nel 2017, avrebbe approvato l’uso della forza attraverso l’impiego di aerei da guerra che avrebbero dovuto bombardare la Siria come rappresaglia. Appoggiando quella che sarebbe stata una nuova violazione secondo le Nazioni Unite – che non non avrebbero riconosciuto come legittimo l’impiego della forza -, e riproponendo una pratica che era già stata dichiarata “illegale ma legittima” ai sensi del diritto internazionale nel caso dei bombardamenti in Kosovo del 1999 (sempre amministrazione Clinton). Una vicenda tutt’ora controversa.

Una delle chiavi di volta della questione rimane senza dubbio il fattore “terrorismo“. L’eliminazione dei leader affilati a tutte quelle che vengono considerata organizzazioni terroristiche, come Osama Bin-Laden per Al-Qaeda, Abu Bakr al-Baghdadi per l’Isis e lo stesso capo della Forza Quds Soleimani, (inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche nel 2019), sarebbe stata giustificata, come nel terzo esempio, anche al di fuori di un conflitto attivo. Dopo il 2001 infatti, c’è sempre stata la ferma autorizzazione del Congresso per l’impiego della forza militare a cui le amministrazioni Bush, Obama e Trump hanno fatto appello. Ciò non di meno, la questione allargata ai crismi del diritto internazionale lascia diversi casi a una sorta di inquietante arbitrarietà; poiché l’assassinio resta un’opzione valida quanto “allettante” per quelle eminenze grigie che si trovano a fronteggiare avversari pronti a commettere – secondo le informazioni fornite dall’intelligence – azioni deprecabili in teatri assai diversi nell’epoca dei conflitti ibridi. Se un tempo le operazioni “oscure” che prevedevano l’eliminazione di un obiettivo anche sotto forma di “assassino” erano spesso condotte senza creare troppe divisioni all’interno del governo, o addirittura a sua insaputa, oggi sia gli esecutori che i mandanti sono più che consapevoli rispetto alle conseguenza di una linea d’azione che ignorando determinati vincoli, rischierebbe di compromettere l’integrità degli Stati Uniti a livello internazionale. Nonostante le affermazioni di Trump dunque, appare evidente che con il passare del tempo non ci troviamo più di fronte ad un gioco “full-contact” dove ogni mossa è valida. E come una condotta così arbitraria si addica sempre meno a una super potenza che per oltre mezzo secolo si è considerata un’irreprensibile esportatrice di pace e democrazia nel mondo.

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