Sono i liberali i più traumatizzati dal riassetto geopolitico: vedono il treno occidentale a guida statunitense preso in ostaggio dal conducente, gli Stati Uniti, gettando l’ordine mondiale che conoscevano nello sconquasso. Incapaci di creare vasto consenso in patria, assediati da quello che percepiscono come un doppio populismo di destra e di sinistra, cercano di inventarsi dispositivi per far funzionare la macchina, o perlomeno non dover scendere.
Uno dei più agguerriti cantori della “competenza” contro i “demagoghi”, Carlo Calenda, leader di Azione, ha presentato dunque una proposta di legge chiamata “Scudo democratico”, con l’obiettivo di contrastare la disinformazione e le ingerenze straniere nel dibattito pubblico italiano. Nel testo si possono leggere un paio di idee non da poco: come quella di istituire comitati di analisi, composti da un pool di tecnici qualificati, per valutare se in una elezione c’è stata manipolazione del consenso oppure no, e in caso di parere positivo anche dell’Agcom e dell’intelligence bloccare gli utenti responsabili.
La proposta prevede anche sanzioni per chi diffonde informazioni false, e in extrema ratio la possibilità di sospendere o annullare elezioni in caso di gravi minacce all’integrità del processo democratico.
Il caso rumeno e i dubbi sulle interferenze
La proposta arriva in un momento delicato, dopo l’esclusione del candidato filorusso, antisemita e cospirazionista Călin Georgescu dalle elezioni in Romania. La Corte Costituzionale di Bucarest ha annullato sua vittoria al primo turno sostenendo che fosse il risultato di una campagna di disinformazione russa. Tuttavia, le accuse sono vaghe e basate su presupposti discutibili, come l’aumento improvviso dei consensi su TikTok. Il sito Politico ha definito la situazione “fumosa”, mentre molti osservatori si chiedono come sia possibile che una campagna social abbia potuto influenzare milioni di voti in poche settimane.
Questo caso ha riacceso il dibattito su come contrastare la disinformazione senza cadere nella censura. La proposta di Calenda, infatti, prevede la rimozione di contenuti “ingannevoli” e il blocco di utenti che diffondono informazioni false, ma il rischio è che queste misure possano essere usate per limitare la libertà di espressione.
La posizione dell’Europa e il rischio di censura
La proposta di Calenda non è isolata. In Europa, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha parlato di creare uno “Scudo democratico” per proteggere i cittadini dalla disinformazione online. Von der Leyen ha paragonato la disinformazione a un virus, sostenendo che sia meglio “vaccinare” la società con il “pre-bunking” (prevenire la disinformazione) piuttosto che debunkare (smentire) dopo che il danno è fatto. Tuttavia, molti vedono in questa retorica un tentativo di giustificare la censura.
Ci aveva pensato anche il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a castigare l’approccio paternalistico di molti leader europei, che secondo lui rischia di minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Peccato che poi la Casa Bianca si sia resa responsabile di un’opera repressiva contro gli studenti della Columbia che hanno occupato aule per protestare contro un probabile genocidio, e dell’adozione di un codice per definire ciò che è accettabile e cosa non lo è nel discorso pubblico che farebbe rabbrividire persino Calenda. La domanda però resta: chi decide cosa è disinformazione e cosa non lo è? E come si può garantire che queste decisioni non siano influenzate da interessi politici? Come scrisse il poeta romano Giovenale: “Chi controllerà i controllori?”.
Libertà contro sicurezza
La proposta di Azione non ci fa sapere in quali modi concetti come “disinformazione” e “ingerenza straniera” saranno definiti in modo oggettivo. Anche con l’aiuto di esperti, il rischio è che le valutazioni siano soggettive e influenzate da pregiudizi politici. Inoltre, in caso di errori (ad esempio, se un’elezione venisse annullata per sbaglio), non è chiaro come si possa porre rimedio.
Un altro problema è l’effetto che queste misure potrebbero avere sulla fiducia dei cittadini. In un’epoca di crescente astensionismo, introdurre leggi che limitano la libertà di espressione potrebbe peggiorare la situazione, creando un paradosso: invece di proteggere la democrazia, si rischia di minarla ulteriormente.
Il dibattito su come contrastare la disinformazione e le ingerenze straniere è complesso e delicato. Da un lato, è necessario proteggere l’integrità dei processi democratici; dall’altro, bisogna evitare di dare l’impressione ai cittadini che il loro voto non verrà accettato finché non sarà quello “giusto”: che piace cioé alla gente che piace. Il rischio è che lo “Scudo democratico” si trasformi in un boomerang, alimentando sfiducia e guerre civili invece di risolverle.

