“Sono di Gerusalemme. Non potrei vivere in nessun’altra città”. Difficile immaginare un incipit più fulminante di quello che Meir Margalit offre al suo libro, “Gerusalemme – La città impossibile” (Edizioni Terra Santa), racconto puntuto e credibile del gioco di specchi che ormai regola i rapporti tra gli israeliani e i palestinesi, tra quelli che Margalit definisce senza riserve “gli occupanti” e coloro che trovano alla fine più comodo, e inevitabile, vivere da occupati. Bisogna però spendere due parole sull’autore, per capire l’originalità del suo punto di vista.

Figlio di sopravvissuti all’Olocausto, nato in Argentina, Margalit si trasferisce in Israele nel 1972, all’età di vent’anni. Combatte nella guerra dello Yom Kippur in un’unità che viene tra l’altro incaricata di costruire l’insediamento di Netzarim, nella Striscia di Gaza, uno di quelli smantellati da Ariel Sharon nel 2005. “Poi un giorno ci radunarono”, racconta lui, “e ci dissero che dovevamo diventare tankisti. In tre giorni ci addestrarono a combattere nei carri armati e quasi subito dopo fui ferito in battaglia. Vidi la fine della guerra dall’ospedale”.

Proprio in corsia maturò per lui la svolta. “Da sionista di destra a sionista di sinistra a non sionista”, racconta. Infine solo l’impegno per una pace tra israeliani e palestinesi. Nello studio (è uno storico, specialista della Palestina sotto il mandato britannico), nella vita (è stato tra i fondatori del Comitato israeliano contro la demolizione delle case) e nell’attività sociale e politica. Perché Margalit, oltre che consulente di vari organismi Onu, è stato per molti anni (1998-2002 e 2008-2014) consigliere comunale di Gerusalemme. Pochi, dunque, conoscono quanto lui questa città complicata, magnifica e terribile.

Inevitabile, incontrandolo, partire dall’attualità. Le recenti elezioni politiche in Israele, oltre a sancire lo stallo tra Netanyahu e Gantz, tra il Likud e Blu e bianco, hanno proposto un dato nuovo: i partiti arabi si sono coalizzati e hanno aumentato i seggi, gli elettori arabi non hanno disertato le urne come al solito ma, al contrario, sono accorsi più numerosi. Lei, che nel libro sottolinea le divisioni tra i palestinesi, che conclusione trae? È una svolta?

“Quelli che sono andati a votare alle elezioni politiche sono gli arabi del ‘48, che hanno nazionalità israeliana. Nel libro io parlo soprattutto degli arabi del ‘67, che non hanno cittadinanza ma solo residenza. Ma il dato che lei ha citato è importante, perché gli arabi del ‘67 hanno come modello gli arabi del ‘48 e quella che, in modo discriminatorio e distorto, è comunque una forma di integrazione nel modello israeliano. A 52 anni dalla vittoria di Israele e dall’occupazione di Gerusalemme, l’arabo del ‘67 si chiede: dove e come è più facile vivere? Dove e come ho più possibilità di far crescere i miei figli, farli studiare, dar loro un avvenire? Detto altrimenti: meglio libero nella disastrata Autorità palestinese o non libero sotto l’efficiente occupazione di Israele? È una domanda che i palestinesi di Gerusalemme si fanno ogni singolo giorno, in un modo o nell’altro. E che crea in loro un fortissimo conflitto d’identità”.

E secondo lei che cosa dovrebbero scegliere?

“Non posso rispondere, perché farlo vorrebbe dire giudicarli. Il mio lato politico vorrebbe che si ribellassero a quella cosa orrenda che chiamiamo occupazione. Adattarsi a essa da parte loro è esattamente ciò che desiderano Netanyahu e la peggiore destra israeliana Ma sono un essere umano come loro. Se i palestinesi pensano di campare meglio sotto l’occupazione, è giusto così”.

È interessante che lei identifichi nel consumismo una delle “armi” per la conservazione dello status quo…

“È così, ed è un’arma che funziona nei due sensi. Presso i palestinesi per ciò che abbiamo appena detto: se posso andare al centro commerciale, fare un po’ di shopping, togliermi qualche sfizio, perché dovrei protestare, agitarmi, correre dei rischi? Presso gli israeliani perché se posso permettermi una bella automobile, vacanze in Italia o in Spagna e una casa confortevole, per quale ragione dovrei darmi da fare per cambiare le cose, per esempio per raggiungere un decente accordo di pace con i palestinesi?”.

Ma lei crede che si arriverà mai, a questo accordo?

“Io ho un imperioso bisogno di credere che prima o poi avremo la pace. Sarebbe difficile alzarsi la mattina, andare a lavorare, preparare le lezioni se avessi perso quella speranza. E poi, tutte le occupazioni sono crollate col tempo. Tutte. A Gerusalemme questo potrebbe avvenire prima di quanto si creda”.

In che modo?

“A causa del fattore demografico. Oggi i palestinesi formano circa il 40% della popolazione di Gerusalemme. Ma il loro tasso di natalità è molto alto, è stato calcolato che tra dieci anni potrebbero essere pari agli ebrei e tra quindici o venti diventare maggioranza della popolazione. Gli arabi del ’67 non possono votare alle elezioni politiche nazionali, ma a quelle municipali, locali, sì. In altre parole, tra pochi decenni Gerusalemme potrebbe avere un sindaco palestinese. A quel punto, la popolazione ebraica avrebbe solo due alternative: prendere atto della realtà e accettarla; oppure ricorrere alla violenza e trasformare Israele in una riedizione del Sudafrica, con una nuova apartheid. Per ora le autorità provano a ritardare quel momento, cercando con ogni pretesto di espellere dalla città quanti più palestinesi possono. Ma è solo tattica. Una vera strategia, che implicherebbe appunto un accordo con i palestinesi, non c’è”.

Lei crede ancora all’ipotesi di due Stati, uno per i palestinesi, l’altro Israele, fianco a fianco, in pace?

“Francamente non è mai stata la mia ipotesi. Rispetto il desiderio di uno Stato espresso dell’Autorità palestinese, ma io sogno è una federazione tra Israele, Giordania e Palestina, e una specie di Ue del Medio Oriente, che raduni quanti più Stati possibile. Non sono nemmeno convinto che avere uno Stato sia la migliore soluzione per i palestinesi. Di che cosa vivrebbe questo Stato, oltre che di agricoltura? La Palestina non è Taiwan… In ogni caso, per quanto riguarda Gerusalemme, bisogna smettere di parlare di “divisioni territoriali” e cominciare a parlare di “divisioni funzionali”. Se uno Stato palestinese dovesse convivere con Israele è chiaro che la città unificata dovrebbe essere nello stesso tempo capitale dell’uno come dell’altro Stato. È difficile da immaginare, perché non ci sono altri esempi nel mondo. Ma sarà necessario usare molta creatività”.

Nel libro lei definisce Gerusalemme una “non città”. Perché, scrive, “in 124 chilometri quadrati rivaleggiano tre sistemi culturali incompatibili ed estranei tra loro: l’ebraico-laico, l’ebraico-religioso e l’arabo”. Pensa che si potrà uscire da questo vicolo cieco?

“Ci vorrebbe una dose infinita di tolleranza, un elemento che invece scarseggia. Io sono un ebreo laico e ho molti amici palestinesi. Ma spesso mi dicono: Meir, ora siamo sulla stessa trincea, ci battiamo contro l’occupazione israeliana. Ma domani, quando la liberazione sarà cosa fatta, che cosa avremo in comune?”.

Fulvio Scaglione

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