L’era Netanyahu è ormai giunta al termine. Il 13 giugno la coalizione guidata da Yair Lapid e da Naftali Bennett ha superato il voto di fiducia alla Knesset e dato vita al nuovo governo di Israele. I due alleati ricopriranno a turno la carica di primo ministro: Bennett sarà premier fino al 2023 lasciando poi il posto a Lapid, che per i prossimi due anni siederà al ministero degli esteri.

Subito dopo il voto, Bennett ha tenuto il suo primo discorso in qualità di primo ministro davanti alla Knesset, tra gli applausi dei suoi sostenitori e i fischi di chi invece ha sperato fino all’ultimo nel fallimento della coalizione dell’opposizione. Particolarmente aspra è stata la reazione degli ultra-ortodossi, da anni al potere grazie all’alleanza con il premier uscente Benjamin Netanyahu e relegati adesso ai banchi dell’opposizione. Lo stesso leader del Likud nel suo ultimo discorso ha usato toni duri nei confronti del nuovo governo, incapace a suo parere di proteggere Israele dalle minacce esterne.

Un’accusa che Bennett ha rispedito al mittente, spiegando più volte qual è la posizione del nuovo esecutivo in politica estera e promettendo maggiori investimenti nell’ambito della Difesa. Il discorso del primo ministro è quindi utile per capire quali saranno le priorità del suo governo sia a livello interno che estero e quali punti saranno forieri di tensioni in una maggioranza che va dall’estrema destra alla sinistra laica.

La politica estera

Come da consuetudine, Bennett ha iniziato il suo discorso ringraziando il presidente uscente, Reuven Rivlin, e quello appena eletto, Isaac Herzog, ma ha anche tessuto le lodi di Netanyahu, suo sfidante ed ex alleato politico a cui ha riconosciuto il merito di aver reso Israele un Paese più prospero e sicuro. Secondo Bennett, però, è arrivato il momento che il potere passi nelle mani della nuova generazione e che i politici di un tempo facciano un passo indietro. Un messaggio diretto indubbiamente a Netanyahu, che da 12 anni governa lo Stato di Israele.

Finiti i ringraziamenti, Bennett ha subito evidenziato quali sono le sfide che il suo governo dovrà affrontare in politica estera: l’accordo sul nucleare iraniano, la lotta al terrorismo e la protezione dell’immagine di Israele a livello internazionale. Tutti dossier che con molta probabilità metteranno in difficoltà l’eterogenea maggioranza che sostiene il nuovo governo e che non ci si aspettava di trovare tra le prime battute del discorso di insediamento di Bennett. L’esecutivo appena entrato in carica aveva infatti promesso di occuparsi prima di tutto dei problemi interni del Paese, in particolar modo di quelli economici e sociali, lasciando in sospeso i dossier più divisivi. L’attenzione dedicata alla politica estera sembra una risposta alle accuse mosse da Netanyahu che, in più occasioni, ha descritto il nuovo governo come incapace di proteggere gli israeliani e gli interessi dello Stato ebraico all’estero.

In realtà Bennett, dopo aver descritto brevemente i dossier di politica estera che il suo esecutivo ritiene prioritari, è ritornato sull’argomento solo alla fine del suo discorso, concentrandosi nuovamente sul pericolo rappresentato dall’Iran. Per il nuovo primo ministro, è importante evitare che Teheran e Washington trovino un nuovo punto di incontro sul nucleare iraniano, fermo restando che Israele manterrà la sua libertà di azione nei confronti dell’Iran. Un punto su cui ha sempre insistito anche Netanyahu. A preoccupare Bennett, però, sono anche le milizie filo-iraniane presenti in Siria e in Libano che minacciano la sicurezza di Israele, così come la pace precaria raggiunta con Hamas. La posizione del primo ministro nei confronti del Movimento che controlla Gaza è sicuramente chiara: non si può giungere ad un compromesso con il terrorismo e a qualsiasi nuova azione contro Israele farà seguito una dura risposta da parte dell’esercito israeliano. A questo proposito, Bennett ha anche annunciato un aumento della spesa nel settore della Difesa con l’obiettivo di migliorare le capacità difensive ed offensive delle IDF.

Per quanto riguarda invece la normalizzazione dei rapporti con gli Stati a maggioranza musulmana, Benentt ha promesso di continuare lungo la strada tracciata dal suo predecessore per garantire maggiore prosperità e sicurezza allo Stato ebraico. Diversa è invece la posizione di Bennett nei confronti degli Usa: mentre Netanyahu ha criticato il presidente Joe Biden e il suo ruolo nell’escalation con Hamas, il nuovo premier ha ringraziato il capo di Stato americano per la vicinanza dimostrata ad Israele e promesso di consolidare l’amicizia che lega Israele e Stati Uniti.

La politica interna

A livello interno, il primo dossier sui cui il governo Bennett-Lapid si concentrerà è quello economico. Il primo ministro ha promesso di ridare slancio all’economia dopo il Covid e ha annunciato un piano per far entrare nel mondo del lavoro anche categorie normalmente meno integrate in questo settore, come gli ultra-ortodossi. Il progetto di Bennett prevede particolare attenzione all’high-tech e alle start-up, da anni fiori all’occhiello dell’economia israeliana, che si spera cresca del 15% entro il 2026.

Come ci si aspettava, il leader di Yamina ha anche annunciato la liberalizzazione delle licenze kosher, fino ad oggi appannaggio di un ente rabbinico specializzato, attirandosi inevitabilmente l’ira degli ultra-ortodossi, già molto critici nei confronti del nuovo esecutivo.

Tra gli obiettivi del prossimo governo vi sono anche il rafforzamento della presenza israeliana nel Nord del Paese tramite l’apertura di scuole e ospedali e il miglioramento della rete dei trasporti, indispensabile per la coesione stessa di Israele. A questo proposito, Bennett ha anche insistito sulla necessità di proteggere gli interessi israeliani nell’area C della Cisgiordania, a suo parere eccessivamente trascurata negli ultimi anni. Immancabile nel discorso di insediamento di Bennett il riferimento al rapporto tra il suo governo e la componente araba. Il primo ministro ha promesso di iniziare un nuovo capitolo con la minoranza araba di Israele, riconoscendo che c’è bisogno di un cambiamento affinché le comunità che compongono il Paese possano tornare a vivere in pace. Priorità del nuovo esecutivo saranno quindi la lotta alla corruzione, la riduzione del divario tra le comunità e il riconoscimento dei villaggi beduini del Negev. Un punto, quest’ultimo, che ha creato particolare tensione tra le forze d’opposizione già in fase di negoziazione e che continuerà ad essere un problema per l’esecutivo.

Ma uno dei punti su cui Bennett ha maggiormente insistito riguarda il diritto alla casa. Secondo il primo ministro è tempo di ritornare a costruire in tutto il Paese al fine di ridurre i costi delle abitazioni e agevolare soprattutto i più giovani. Quest’ultimo dossier è però più delicato di quello che il discorso di Bennett lascia intendere. I problemi legati alla realizzazione di nuove abitazioni, la concessione di permessi per costruire e le dispute sulla proprietà di terreni e immobili sono all’ordine del giorno e interessano principalmente la comunità araba, come dimostra il caso del quartiere di Sheik Jarrah.

Come è facile capire, i dossier su cui gli alleati del governo si scontreranno saranno molti nonostante l’impegno di tutte le parti ad accantonare per il momento gli argomenti maggiormente divisivi e a concentrarsi sulla ripresa economica del Paese. Resta da vedere se Bennett e Lapid saranno in grado di tenere a bada le anime della loro coalizione, o se anche questo esecutivo avrà vita breve.

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